12 luglio 2020 XV domenica.   Recently updated !

orari domenicali Sante Messe Luglio Agosto:

11.00 18.30 21(Area via Quasimodo zona Figuretta)

….il seme della Parola nel terreno del nostro cuore……

Quel giorno Gesù uscì di casa e sedette in riva al mare. (…). Egli parlò loro di molte cose con parabole. E disse: «Ecco, il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole fu bruciata e, non avendo radici, seccò. Un’altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono. Un’altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchi, ascolti».

Egli parlò loro di molte cose con parabole. Le parabole sono uscite così dalla viva voce del Maestro. Ascoltarle è come ascoltare il mormorio della sorgente, il momento iniziale, fresco, sorgivo del Vangelo. Le parabole non sono un ripiego o un’eccezione, ma la punta più alta e geniale, la più rifinita del linguaggio di Gesù. Egli amava il lago, i campi di grano, le distese di spighe e di papaveri, i passeri in volo, il fico. Osservava la vita e nascevano parabole. Prendeva storie di vita e ne faceva storie di Dio, svelava che «in ogni cosa è seminata una sillaba della Parola di Dio» (Laudato si’).

Il seminatore uscì a seminare. Gesù immagina la storia, il creato, il regno come una grande semina: è tutto un seminare, un volare di grano nel vento, nella terra, nel cuore. È tutto un germinare, un accestire, un maturare. Ogni vita è raccontata come un albeggiare continuo, una primavera tenace. Il seminatore uscì, ed il mondo è già gravido. Ed ecco che il seminatore, che può sembrare sprovveduto perché parte del seme cade su sassi e rovi e strada, è invece colui che abbraccia l’imperfezione del campo del mondo, e nessuno è discriminato, nessuno escluso dalla semina divina. Siamo tutti duri, spinosi, feriti, opachi, eppure la nostra umanità imperfetta è anche una zolla di terra buona, sempre adatta a dare vita ai semi di Dio.

Ci sono nel campo del mondo, e in quello del mio cuore, forze che contrastano la vita e le nascite. La parabola non spiega perché questo accada. E non spiega neppure come strappare infestanti, togliere sassi, cacciare uccelli. Ma ci racconta di un seminatore fiducioso, la cui fiducia alla fine non viene tradita: nel mondo e nel mio cuore sta crescendo grano, sta maturando una profezia di pane e di fame saziata. Lo spiega il verbo più importante della parabola: e diede frutto. Fino al cento per uno. E non è una pia esagerazione. Vai in un campo di frumento e vedi che talvolta da un chicco solo possono accestire diversi steli, ognuno con la sua spiga.

L’etica evangelica non cerca campi perfetti, ma fecondi. Lo sguardo del Signore non si posa sui miei difetti, su sassi o rovi, ma sulla potenza della Parola che rovescia le zolle sassose, si cura dei germogli nuovi e si ribella a tutte le sterilità. E farà di me terra buona, terra madre, culla accogliente di germi divini. Gesù racconta la bellezza di un Dio che non viene come mietitore delle nostre poche messi, ma come il seminatore infaticabile delle nostre lande e sterpaglie. E imparerò da lui a non aver bisogno di raccolti, ma di grandi campi da seminare insieme, e di un cuore non derubato; ho bisogno del Dio seminatore, che le mie aridità non stancano mai.

Letture: Isaia 55, 10-11; Salmo 64; Romani 8, 18-23; Matteo 13, 1-9

Ermes Ronchi
Avvenire


Domenica 5 luglio 2020   Recently updated !

Dal Vangelo secondo Matteo 11,25-30
In quel tempo Gesù disse: “Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te.
Tutto mi è stato dato dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare.
Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero”.

Quello che mi incanta è Gesù che si stupisce del Padre. Una cosa bellissima: il Maestro di Nazaret che è sorpreso da un Dio sempre più fantasioso e inventivo nelle sue trovate, che spiazza tutti, perfino suo Figlio. Cosa è accaduto? Il Vangelo ha appena riferito un periodo di insuccessi, tira una brutta aria: Giovanni è arrestato, Gesù è contestato duramente dai rappresentanti del tempio, i villaggi attorno al lago, dopo la prima ondata di entusiasmo e di miracoli, si sono allontanati. Ed ecco che, in quell’aria di sconfitta, si apre davanti a Gesù uno squarcio inatteso, un capovolgimento improvviso che lo riempie di gioia: Padre, ti benedico, ti rendo lode, ti ringrazio, perché ti sei rivelato ai piccoli.

Il posto vuoto dei grandi lo riempiono i piccoli: pescatori, poveri, malati, vedove, bambini, pubblicani, i preferiti da Dio. Gesù non se l’aspettava e si stupisce della novità; la meraviglia lo invade e lo senti felice. Scopre l’agire di Dio, come prima sapeva scoprire, nel fondo di ogni persona, angosce e speranze, e per loro sapeva inventare come risposta parole e gesti di vita, quelli che l’amore ci fa chiamare “miracoli”. Hai rivelato queste cose ai piccoli… di quali cose si tratta? Un piccolo, un bambino capisce subito l’essenziale: se gli vuoi bene o no. In fondo è questo il segreto semplice della vita. Non ce n’è un altro, più profondo.

I piccoli, i peccatori, gli ultimi della fila, le periferie del mondo hanno capito che Gesù è venuto a portare la rivoluzione della tenerezza: voi valete più di molti passeri, ha detto l’altra domenica, voi avete il nido nelle sue mani. Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Non è difficile Dio: sta al fianco di chi non ce la fa, porta quel pane d’amore di cui ha bisogno ogni cuore umano stanco… E ogni cuore è stanco. Venite, vi darò ristoro. E non già vi presenterò un nuovo catechismo, regole superiori, ma il conforto del vivere. Due mani su cui appoggiare la vita stanca e riprendere il fiato del coraggio. Il mio giogo è dolce e il mio peso è leggero: parole che sono musica, buona notizia.

Gesù è venuto a cancellare la vecchia immagine di Dio. Non più un dito accusatore puntato contro di noi, ma due braccia aperte. È venuto a rendere leggera e fresca la religione, a toglierci di dosso pesi e a darci le ali di una fede che libera. Gesù è un liberatore di energie creative e perciò è amato dai piccoli e dagli oppressi della terra. Imparate da me che sono mite e umile di cuore, cioè imparate dal mio cuore, dal mio modo di amare delicato e indomito. Da lui apprendiamo l’alfabeto della vita; alla scuola del cuore, la sapienza del vivere.

Letture: Zaccaria 9,9-10; Salmo 144; Romani 8,9.11-13; Matteo 11,25-30

Ermes Ronchi
Avvenire


28 giugno 2020: Domenica XIII del T.O.



Letture: 2 Re 4,8–11.14–16; Salmo 88; Romani 6,3–4.8–11; Matteo 10,37–42
In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli: «Chi ama padre o madre più di me non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me non è degno di me; chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me. Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà (…)».

Con il brano del Vangelo di oggi si conclude il cosiddetto «discorso missionario» indirizzato da Gesù ai Dodici, un discorso che riguarda da vicino tutti i cristiani, chiamati ad annunciare con la loro vita e le loro parole che in Cristo «il regno dei cieli è vicino» (cf Mt 10,7). Per portare Gesù Cristo agli altri occorre prima accoglierlo quale Signore della propria vita, amandolo sopra ogni cosa e più di ogni persona, anche se familiare. Gesù, infatti, dice: «Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me». Istintivamente storciamo il naso davanti ad una simile affermazione e saremmo tentati di segnalare al Maestro una contraddizione. Ma non è così.

Le parole di Gesù, infatti, non intendono assolutamente dire che il padre e la madre non hanno valore o non meritano rispetto. Tutt’altro! Gesù vuol dire che non è possibile amare veramente il padre e la madre «se non passando attraverso Dio». Molti non hanno creduto e ancora oggi non credono nella sapienza di queste divine parole. Eppure la società di oggi, così come si sta configurando, è una clamorosa dimostrazione della verità delle parole di Gesù. Infatti, escluso Dio e abbandonata la fede in Lui, le famiglie si stanno automaticamente sfasciando con una leggerezza impressionante: i figli non sanno più amare i genitori e, all’interno delle famiglie, si sta estinguendo la capacità stessa di gesti d’amore e di donazione vera e gratuita.

Ogni giorno, purtroppo, sentiamo il martellante racconto di storie di egoismo, di abbandono, di rifiuto, di misconoscimento. Dove accade tutto ciò? All’interno delle famiglie, all’interno del santuario dell’amore! Come è accaduto tutto questo? La risposta è una sola: perché gli uomini hanno preteso di poter amare rifiutando la sorgente dell’Amore, che è Dio. Dice ancora Gesù: «chi ama figlio o figlia più di me, non è degno di me». Queste parole del Maestro suonano come contestazione di tutto un costume oggi largamente diffuso. Egli vuol dirci: «Ricordatevi bene che, senza Dio nel cuore, voi non sarete capaci di amare i vostri figli con un amore vero». Infatti non ogni modo di amare i figli è giusto; non tutto ciò che noi riteniamo amore è vero amore.

Spesso l’amore dei genitori verso i figli non è altro che collaborazione insipiente al divertimento più sfrenato e più insensato; oppure è incapacità di dire «no» davanti a comportamenti evidentemente autodistruttivi dei figli: come possiamo chiamare «amore» un simile comportamento? L’amore dei genitori verso i figli spesso è a un livello così banale e così consumistico da lasciar ridurre la famiglia ad un piccolo albergo dove non si ha più niente in comune all’infuori del tetto e della chiave di casa. È necessario aprire gli occhi: è necessario che ci rimettiamo alla scuola dell’amore, riconoscendo in Dio il modello e la sorgente dell’amore vero. Questo è il senso profondo e straordinariamente attuale delle parole di Gesù.

Alcuni anni fa una ragazza, prima di compiere il gesto drammatico di togliersi la vita, lasciò scritto un messaggio di saluto per i propri genitori. Diceva così: «Cari genitori, riconosco che mi avete voluto bene, ma non siete riusciti a farmi del bene. Mi avete dato tutto, anche il superfluo, ma non mi avete dato l’essenziale: non mi avete aiutato a trovare uno scopo per cui valesse la pena spendere la vita!». Come fanno riflettere queste parole amare ma vere e sincere! Chi ama sul serio i propri figli, deve sentire come suo primo compito quello di accompagnarli all’incontro con Dio: solo quando è avvenuto questo incontro, i figli sono completamente generati alla vita.

Valgano come esempio per tutti le parole di Monica, la mamma santa di un figlio santo – Agostino -, la quale, dopo aver visto il figlio entrare nella luce della fede, esclama: «Figlio, quanto a me, nessuna cosa ormai ha per me dell’attrattiva in questa vita. Non so che cosa faccia ancora qui, né perché ci sia, compiute ormai le mie speranze in questo mondo. Uno solo era il motivo per cui desideravo restare ancora un poco in questa vita: vederti cristiano cattolico prima di morire. Dio me l’ha concesso con maggior larghezza, facendomi vedere che disprezzi la felicità terrena e ti consacri al Suo servizio». Questo è amore materno! Questi sono i sentimenti di chi veramente cerca il bene dei figli!

Gesù, annota l’evangelista, dice ancora: «chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me». Sono parole molto esigenti, ma Dio non ci lascerà soli a realizzarle. Se noi accogliamo il Signore nella nostra esistenza, è perché egli ci ha accolti per primo. Nel battesimo siamo stati inscritti nel suo mistero di passione-morte-risurrezione, come ci ricorda l’apostolo Paolo nella seconda lettura. Il Padre continuamente ci accoglie offrendoci il suo perdono, la sua Parola, il corpo e il sangue del suo Figlio Gesù. Vuole che noi lo accogliamo con una sequela vera e fedele, prendendo ogni giorno la nostra croce, pronti a fare quello che egli ha fatto fino a rischiare la vita per causa sua e per amore dei fratelli. L’accoglienza del Signore si manifesta anche nell’accoglienza degli altri. Si accenna a tre categorie di persone da privilegiare nella nostra accoglienza: i profeti, i giusti, i poveri.

La prima lettura narra l’accoglienza cordiale di due sposi fatta al profeta Eliseo, «uomo di Dio, un santo». Non sempre riusciamo a riconoscere i giusti, i profeti. Le loro parole e i loro gesti fanno nascere perplessità, se non addirittura ostilità e rifiuto. Ma Gesù stesso ci dice che «chi accoglie un profeta perché è un profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto perché è un giusto, avrà la ricompensa del giusto». Accogliamo con fiducia chi ci parla nel nome del Signore, quanti cercano di vivere le esigenze del Vangelo, anche se le loro parole e il loro esempio sono scomodi perché rimettono in discussione il nostro modo di pensare e il nostro stile di vita.

Ed infine Gesù dice: «chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato». Sì, il vero discepolo è colui che ama e si dona come ha fatto Gesù: «chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d’acqua fresca a uno di questi piccoli perché è un discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa». Quanta verità in queste parole! Pensiamo a santa Madre Teresa di Calcutta. Una donna felicissima! Eppure, che cosa ha fatto? Ha donato se stessa ai poveri seguendo la parola di Gesù e, meravigliosamente, ha visto fiorire la gioia nel suo cuore e nel cuore di coloro che incontrava sul suo cammino. Oppure Raoul Follereau, il quale si è chinato sui lebbrosi e, prodigiosamente, ha avvertito che il «dono di sé» è la casa della gioia. Egli, di conseguenza, ha gridato ai giovani: «O imparerete di nuovo ad amare oppure sarete distrutti dal cancro dell’egoismo». Questo spirito di accoglienza va chiesto nella preghiera e coltivato nella vita con gesti concreti. Accogliamoci dunque a vicenda, come Dio ha accolto e accoglie ciascuno di noi!

Don Lucio D’Abbraccio


domenica XII t.o.: 21giugno 2020

I

In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli:«Non abbiate paura degli uomini, poiché nulla vi è di nascosto che non sarà svelato né di segreto che non sarà conosciuto. Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio voi annunciatelo dalle terrazze.
E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far perire nella Geènna e l’anima e il corpo
.
Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure nemmeno uno di essi cadrà a terra senza il volere del Padre vostro. Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri!
Perciò chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli».

Non temete, non abbiate paura, non abbiate timore. Per tre volte Gesù si oppone alla paura, in questo tempo di paura che mangia la vita, «che non passa per decreto-legge» (C.M. Martini), che come suo contrario non ha il coraggio ma la fede. Lo assicura il Maestro, una notte di tempesta: perché avete paura, non avete ancora fede? (Mc 4,40). Noi non siamo eroi, noi siamo credenti e ciò che opponiamo alla paura è la fede. E Gesù che oggi inanella per noi bellissime immagini di fede: neppure un passero cadrà a terra senza il volere del Padre. Ma allora i passeri cadono per volontà di Dio? È lui che spezza il volo delle creature, di mia madre o di mio figlio?

Il Vangelo non dice questo, in verità è scritto altro: neppure un uccellino cadrà “senza il Padre”, al di fuori della sua presenza, e non come superficialmente abbiamo letto “senza che Dio lo voglia”. Nessuno muore fuori dalle mani di Dio, senza che il Padre non sia coinvolto. Al punto che nel fratello crocifisso è Cristo a essere ancora inchiodato alla stessa croce. Al punto che lo Spirito, alito divino, intreccia il suo respiro con il nostro; e quando un uomo non può respirare perché un altro uomo gli preme il ginocchio sul collo, è lo Spirito, il respiro di Dio, che non può respirare. Dio non spezza ali, le guarisce, le rafforza, le allunga. E noi vorremmo non cadere mai, e voli lunghissimi e sicuri.

Ma ci soccorre una buona notizia, come un grido da rilanciare dai tetti: non abbiate paura, voi valete più di molti passeri, voi avete il nido nelle mani di Dio. Voi valete: che bello questo verbo! Agli occhi di Dio, io valgo. Valgo più di molti passeri, di più di tutti i fiori del campo, di più di quanto osavo sperare. Finita la paura di non contare, di dover sempre dimostrare qualcosa. Non temere, tu vali di più. E poi segue la tenerezza di immagini delicate come carezze, che raccontano l’impensato di Dio che fa per me ciò che nessuno ha mai fatto, ciò che nessuno farà mai: ti conta tutti i capelli in capo. Il niente dei capelli: qualcuno mi vuole bene frammento su frammento, fibra su fibra, cellula per cellula.

Per chi ama niente dell’amato è insignificante, nessun dettaglio è senza emozione. Anche se la tua vita fosse leggera come quella di un passero, fragile come un capello, tu vali. Perché vivi, sorridi, ami, crei. Non perché produci o hai successo, ma perché esisti, amato nella gratuità come i passeri, amato nella fragilità come i capelli. Non abbiate paura. Dalle mani di Dio ogni giorno spicchiamo il volo, nelle sue mani il nostro volo terminerà ogni volta; perché niente accade fuori di Lui, perché là dove tu credevi di finire, proprio là inizia il Signore.

Letture: Geremia 20,10-13; Salmo 68; Romani 5,12-15; Matteo 10,26-33

Ermes Ronchi
Avvenire


“io sono il Pane vivo disceso dal cielo”

Corpus Domini

  • 14 Giugno 2020

Anno A

Quest’anno riscopriamo quello che tutti sappiamo: la processione del Corpus Domini è fatta da ogni cristiano che riceve la Comunione:
siamo l’ostensorio che porta Cristo per le vie della nostra città

In quel tempo, Gesù disse alla folla: «Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo (…) Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».

Nella sinagoga di Cafarnao, il discorso più dirompente di Gesù: mangiate la mia carne e bevete il mio sangue. Un invito che sconcerta amici e avversari, che Gesù ostinatamente ribadisce per otto volte, incidendone la motivazione sempre più chiara: per vivere, semplicemente vivere, per vivere davvero. È l’incalzante convinzione di Gesù di possedere qualcosa che cambia la direzione della vita. Mentre la nostra esperienza attesta che la vita scivola inesorabile verso la morte, Gesù capovolge questo piano inclinato mostrando che la nostra vita scivola verso Dio. Anzi, che è la vita di Dio a scorrere, a entrare, a perdersi dentro la nostra. Qui è racchiusa la genialità del cristianesimo: Dio viene dentro le sue creature, come lievito dentro il pane, come pane dentro il corpo, come corpo dentro l’abbraccio. Dentro l’amore. Il nostro pensiero corre all’Eucaristia. È lì la risposta?

Ma a Cafarnao Gesù non sta indicando un rito liturgico; lui non è venuto nel mondo per inventare liturgie, ma fratelli liberi e amanti. Gesù sta parlando della grande liturgia dell’esistenza, di persona, realtà e storia. Le parole «carne», «sangue», «pane di cielo» indicano l’intera sua esistenza, la sua vicenda umana e divina, le sue mani di carpentiere con il profumo del legno, le sue lacrime, le sue passioni, la polvere delle strade, i piedi intrisi di nardo, e la casa che si riempie di profumo e di amicizia. E Dio in ogni fibra. E poi come accoglieva, come liberava, come piangeva, come abbracciava. Libero come nessuno mai, capace di amare come nessuno prima. Allora il suo invito incalzante significa: mangia e bevi ogni goccia e ogni fibra di me. Prendi la mia vita come misura alta del vivere, come lievito del tuo pane, seme della tua spiga, sangue delle tue vene, allora conoscerai cos’è vivere davvero.

Cristo vuole che nelle nostre vene scorra il flusso caldo della sua vita, che nel cuore metta radici il suo coraggio, perché ci incamminiamo a vivere l’esistenza come l’ha vissuta lui. Dio si è fatto uomo perché ogni uomo si faccia come Dio. E allora vivi due vite, la tua e quella di Cristo, è lui che ti fa capace di cose che non pensavi, cose che meritano di non morire, gesti capaci di attraversare il tempo, la morte e l’eternità: una vita che non va perduta mai e che non finisce mai. Mangiate di me! Parole che mi sorprendono ogni volta, come una dichiarazione d’amore. «Voglio stare nelle tue mani come dono, nella tua bocca come pane, nell’intimo tuo come sangue; farmi cellula, respiro, pensiero di te. Tua vita». Qui è il miracolo, il batticuore, lo stupore: Dio in me, il mio cuore lo assorbe, lui assorbe il mio cuore, e diventiamo una cosa sola.

Letture: Deuteronòmio 8,2-3.14b-16a; Salmo 147; 1 Corìnzi 10,16-17; Giovanni 6,51-58

Ermes Ronchi
Avvenire


SS. TRINITA’ 7 giugno 2020

Santissima Trinità

In quel tempo, disse Gesù a Nicodèmo: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio, unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio».

I nomi di Dio sul monte sono uno più bello dell’altro: il misericordioso e pietoso, il lento all’ira, il ricco di grazia e di fedeltà (Es 34,6). Mosè è salito con fatica, due tavole di pietra in mano, e Dio sconcerta lui e tutti i moralisti, scrivendo su quella rigida pietra parole di tenerezza e di bontà. Che giungono fino a Nicodemo, a quella sera di rinascite. Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio. Siamo al versetto centrale del Vangelo di Giovanni, a uno stupore che rinasce ogni volta davanti a parole buone come il miele, tonificanti come una camminata in riva al mare, fra spruzzi d’onde e aria buona respirata a pieni polmoni: Dio ha tanto amato il mondo… e la notte di Nicodemo, e le nostre, s’illuminano.

Gesù sta dicendo al fariseo pauroso: il nome di Dio non è amore, è “tanto amore”, lui è “il molto-amante”. Dio altro non fa che, in eterno, considerare il mondo, ogni carne, più importanti di se stesso. Per acquistare me, ha perduto se stesso. Follia della croce. Pazzia di venerdì santo. Ma per noi rinascita: ogni essere nasce e rinasce dal cuore di chi lo ama. Proviamo a gustare la bellezza di questi verbi al passato: Dio ha amato, il Figlio è dato. Dicono non una speranza (Dio ti amerà, se tu…), ma un fatto sicuro e acquisito: Dio è già qui, ha intriso di sé il mondo, e il mondo ne è imbevuto. Lasciamo che i pensieri assorbano questa verità bellissima: Dio è già venuto, è nel mondo, qui, adesso, con molto amore. E ripeterci queste parole ad ogni risveglio, ad ogni difficoltà, ogni volta che siamo sfiduciati e si fa buio.

Il Figlio non è stato mandato per giudicare. «Io non giudico!»(Gv 8.15) Che parola dirompente, da ripetere alla nostra fede paurosa settanta volte sette! Io non giudico, né per sentenze di condanna e neppure per verdetti di assoluzione. Posso pesare i monti con la stadera e il mare con il cavo della mano (Is 40,12), ma l’uomo non lo peso e non lo misuro, non preparo né bilance, né tribunali. Io non giudico, io salvo. Salvezza, parola enorme.

Salvare vuol dire nutrire di pienezza e poi conservare. Dio conserva: questo mondo e me, ogni pensiero buono, ogni generosa fatica, ogni dolorosa pazienza; neppure un capello del vostro capo andrà perduto (Lc 21,18), neanche un filo d’erba, neanche un filo di bellezza scomparirà nel nulla. Il mondo è salvo perché amato. I cristiani non sono quelli che amano Dio, sono quelli che credono che Dio li ama, che ha pronunciato il suo sì al mondo, prima che il mondo dica sì a lui. Festa della Trinità: annuncio che Dio non è in se stesso solitudine, ma comunione, legame, abbraccio. Che ci ha raggiunto, e libera e fa alzare in volo una pulsione d’amore.

Letture: Esodo 34, 4-6.8-9; Deuteronomio 3,52-56; 2 Corinzi 13, 11-13; Giovanni 3, 16-18

Ermes Ronchi
Avvenire


PENTECOSTE

Lo Spirito Santo è l’ Amore di Dio che ci avvolge;

è come l’aria che respiriamo.

Sabato 30 maggio ore 10: In Cattedrale celebriamo la Messa crismale, recuperando il Giovedi Santo.

Domenica 31 Maggio: Collegiata: SS. Messe ore 10 – 11.30 – 18.30.

ore 21: (Area verde di via Quasimodo-Figuretta)

ore 21.30: S. Messa


dal 18 Maggio 2020

Le regole per la celebrazione delle Messe in presenza dei fedeli

Il protocollo tra CEI e Governo, in vigore lunedì 18 maggio 2020, presenta misure di sicurezza riguardanti chiese, accessi e liturgia.

In Collegiata potranno entrare 72 persone: Ingresso dal fondo, uscita dalla porta lato Cripta. Sui banchi siedono due persone. Le famiglie possono stare nello stesso banco con i figli. Sul coro ci si siede a posti alterni (uno sì, uno no).C

L’accesso alla chiesa è individuale, ovvero non ci devono essere assembramenti sia nell’ edificio che negli spazi annessi, come il sagrato e le sacrestie. Le persone devono quindi stare sempre a un metro di distanza minima tra loro e, per questo, il parroco deve valutare la capienza massima del luogo. All’ ingresso della chiesa, dei volontari o collaboratori, che devono indossare dispositivi di protezione individuale, guanti monouso e un evidente segno di riconoscimento, vigilano sull’ ordine, sull’ uso delle mascherine (senza valvola) e sul numero massimo di persone consentite. Si invitano i fedeli ad arrivare ordinatamente, mettersi in fila a un metro e mezzo di distanza, le porte vanno tenute aperte in fase di entrata e uscita e vanno resi disponibili liquidi igienizzanti. Non è consentito l’accesso alla messa nel caso in cui il fedele abbia sintomi influenzali o respiratori, febbre pari o superiore ai 37,5°C o sia stato in contatto con persone positive al Covid-19 nei giorni precedenti. Per quanto possibile, va previsto un luogo apposito per la partecipazione delle persone disabili.

La chiesa e la sagrestia vanno igienizzate al termine di ogni celebrazione mediante la pulizia delle superfici con idonei detergenti ad azione antisettica, favorendo anche il ricambio dell’aria. I vasi sacri, le ampolline, i microfoni e gli altri oggetti utilizzati durante la messa sono da disinfettare accuratamente. Le acquasantiere devono rimanere sempre vuote.

I concelebranti sono tenuti al rispetto della distanza di un metro anche nel presbiterio, come i fedeli nelle panche, dove non vanno lasciati sussidi per i canti o di altri tipo. Lo scambio del segno di pace va completamente omesso, mentre la distribuzione della comunione deve essere fatta dal sacerdote con guanti monouso e mascherina che copra naso e bocca, mantenendo un’adeguata distanza di sicurezza e offrendo l’ostia senza venire a contatto con le mani dei fedeli. Le offerte non vanno raccolte durante la celebrazione, ma attraverso appositi contenitori da collocare all’ingresso o in un altro spazio idoneo. Può essere presente un organista, ma non un coro. Queste disposizioni valgono anche in caso di battesimo, matrimonio, unzione degli infermi ed esequie (la confermazione è rinviata). Il sacramento della penitenza deve essere amministrato in locali ampi e aerati che garantiscano la distanza e la riservatezza, con il sacerdote e il fedele che indossano sempre la mascherina.

Ogni parroco deve diffondere nella propria comunità il contenuto del protocollo e all’ingresso di ogni chiesa va affisso un manifesto con le regole essenziali, tra le quali sono indispensabili: il numero massimo di partecipanti; il divieto di ingresso per chi ha i sintomi indicati o è stato in contatto con persone positive al coronavirus; gli obblighi della distanza di sicurezza, dell’igienizzazione delle mani e della mascherina. Si suggerisce poi che, in caso di luogo di culto non idoneo al rispetto di tutte queste indicazioni, si può valutare di celebrare la messa all’aperto, assicurandone la dignità e comunque il rispetto delle disposizioni sanitarie. Si ricorda infine che per motivi di età e salute c’è la dispensa dal precetto festivo e, per andare incontro a chi non può partecipare, si favoriscono le trasmissioni delle celebrazioni in modalità streaming.


Festa dei Santi Patroni e Lampada per la Pace: Castelfidardo 14 maggio 2020

               Nel 2004 abbiamo acceso insieme la  Lampada per la Pace

                  accanto alla cara immagine della Madonna di Fatima,

con l’impegno di accogliere, custodire e costruire insieme questo Dono di Dio per tutti.

La pandemia del COVID 19 ci obbliga a cambiare quest’anno i tempi e i modi della celebrazione: In Collegiata entra un solo rappresentante delle Associazioni,Confraternite,Movimenti, Gruppi, Comitati, con il proprio stendardo.

Tutti potranno seguire in diretta streaming dalle proprie abitazioni.

                  La Pace e la salute dell’anima e del corpo sono dono di Dio:

-da invocare con la preghiera,

-da custodire con sapienza e prudenza,

-da costruire con la conversione della mente, del cuore, e della vita.

  giovedi 14 MAGGIO 2020 ore 10.30:Collegiata S. Stefano

                                       Programma:

 ORE 10.30  Intorno al Civico Gonfalone e gli Stendardi delle Associazioni                                                                                                                                                                   rinnoviamo la LAMPADA PER LA PACE DI CASTELFIDARDO 

                  con   l’Arcivescovo Angelo Spina e il Sindaco Roberto Ascani,

                                  PREGHIERA PER LA PACE

               Concelebrazione eucaristica delle quattro Parrocchie

                               Presiede il Vescovo e Pastore Angelo

  Saluto del Sindaco alla Città di Castelfidardo                                

 Benedizione solenne con le reliquie dei santi Patroni alla Città, davanti al portale della  Collegiata

 Dio ci benedica e ci protegga, per intercessione di Maria Regina della Pace, dei nostri Patroni e di tutti i Santi.      

dal sito: w.w.w.chiciseparera.chiesacattolica.it

Il 14 maggio una giornata di preghiera e digiuno per invocare la fine della pandemia2

Ai nostri fratelli che credono in Dio Creatore; ai nostri fratelli in umanità ovunque.

Il nostro mondo affronta oggi un grave pericolo che minaccia la vita di milioni di persone in tutto il pianeta, ossia la rapida diffusione del coronavirus (covid19). Mentre confermiamo l’importanza del ruolo dei medici e quello della ricerca scientifica nell’affrontare questa epidemia, non dimentichiamo di rivolgerci a Dio Creatore in tale grave crisi. Noi, quindi, invitiamo tutte le persone, in tutto il mondo, a rivolgersi a Dio pregando, supplicando e facendo digiuno, ogni persona, in ogni parte del mondo, a seconda della sua religione, fede o dottrina, perché Egli elimini questa epidemia, ci salvi da questa afflizione,
aiuti gli scienziati a trovare una medicina che la sconfigga, e perché Egli liberi il mondo dalle conseguenze sanitarie, economiche e umanitarie della diffusione di tale grave contagio.

L’Alto Comitato propone, in conformità agli obiettivi del Documento sulla Fratellanza Umana, di fissare per giovedì 14 maggio una giornata di preghiera, di digiuno e di invocazione per l’umanità e invita tutti i leader religiosi e le persone
nel mondo intero a rispondere a questo invito umanitario e a rivolgersi a Dio ad una sola voce, perché preservi l’umanità, la aiuti a superare la pandemia, le restituisca la sicurezza, la stabilità, la salute e la prosperità, e renda il nostro mondo, eliminata questa pandemia, più umano e più fraterno.


domenica 24 maggio:ASCENSIONE DEL SIGNORE

In quel tempo, gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato. Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».

I discepoli sono tornati in Galilea, su quel monte che conoscevano bene. Quando lo videro, si prostrarono. Gesù lascia la terra con un bilancio deficitario: gli sono rimasti soltanto undici uomini impauriti e confusi, e un piccolo nucleo di donne coraggiose e fedeli. Lo hanno seguito per tre anni sulle strade di Palestina, non hanno capito molto ma lo hanno amato molto. E ci sono tutti all’appuntamento sull’ultima montagna. Questa è la sola garanzia di cui Gesù ha bisogno. Ora può tornare al Padre, rassicurato di essere amato, anche se non del tutto capito. Adesso sa che nessuno di quegli uomini e di quelle donne lo dimenticherà. Essi però dubitarono…

Gesù compie un atto di enorme, illogica fiducia in persone che dubitano ancora. Non rimane ancora un po’, per spiegare meglio, per chiarire i punti oscuri. Ma affida il suo messaggio a gente che dubita ancora. Non esiste fede vera senza dubbi. I dubbi sono come i poveri, li avremo sempre con noi. Ma se li interroghi con coraggio, da apparenti nemici diverranno dei difensori della fede, la proteggeranno dall’assalto delle risposte superficiali e delle frasi fatte. Gesù affida il mondo sognato alla fragilità degli Undici, e non all’intelligenza di primi della classe; affida la verità ai dubitanti, chiama i claudicanti ad andare fino agli estremi della terra, ha fede in noi che non abbiamo fede salda in lui. A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra… Andate dunque.

Quel dunque è bellissimo: dunque il mio potere è vostro; dunque ogni cosa mia e anche vostra: dunque sono io quello che vive in voi e vi incalza. Dunque, andate. Fate discepoli tutti i popoli… Con quale scopo? Arruolare devoti, rinforzare le fila? No, ma per un contagio, un’epidemia di vita e di nascite. E poi le ultime parole, il testamento: Io sono con voi, tutti i giorni, fino alla fine del mondo. Con voi, sempre, mai soli. Cosa sia l’Ascensione lo capiamo da queste parole. Gesù non è andato lontano o in alto, in qualche angolo remoto del cosmo, ma si è fatto più vicino di prima. Se prima era insieme con i discepoli, ora sarà dentro di loro.

Non è andato al di là delle nubi, ma al di là delle forme. È asceso nel profondo delle cose, nell’intimo del creato e delle creature, e da dentro preme verso l’alto come forza ascensionale verso più luminosa vita: «Il Risorto avvolge misteriosamente le creature e le orienta a un destino di pienezza. Gli stessi fiori del campo e gli uccelli che egli contemplò ammirato con i suoi occhi umani, ora sono pieni della sua presenza luminosa» (Laudato si’, 100). Chi sa sentire e godere questo mistero, cammina sulla terra come dentro un tabernacolo, dentro un battesimo infinito.

Letture: Atti 1,1–11; Salmo 46; Efesini 1,17–23; Matteo 28,16–20

Ermes Ronchi
AvvenireN

domenica 17 maggio 2020: NON VI LASCERO’ ORFANI….

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi. Non vi lascerò orfani: verrò da voi. […]

Un Vangelo da mistici, di fronte al quale si può solo balbettare, o tacere portando la mano alla bocca. La mistica però non è esperienza di pochi privilegiati, è per tutti, «il cristiano del futuro o sarà un mistico o non sarà» (Karl Rahner). Il brano si snoda su sette versetti nei quali per sette volte Gesù ripropone il suo messaggio: in principio a tutto, fine di tutto, un legame d’amore. E sono parole che grondano unione, vicinanza, intimità, a tu per tu, corpo a corpo con Dio, in una divina monotonia: il Padre vi darà lo Spirito che rimanga con voi, per sempre; che sia presso di voi, che sarà in voi; io stesso verrò da voi; voi sarete in me, io in voi; mai orfani.

Essere in, rimanere in: ognuno è tralcio che rimane nella vite, stessa pianta, stessa linfa, stessa vita. Ognuno goccia della sorgente, fiamma del roveto, respiro nel suo vento. Se mi amate. Un punto di partenza così libero, così umile. Non dice: dovete amarmi, è vostro preciso dovere; oppure: guai a voi se non mi amate. Nessuna ricatto, nessuna costrizione, puoi aderire o puoi rifiutarti, in totale libertà. Se mi amate, osserverete… Amarlo è pericoloso, però, ti cambia la vita. «Impossibile amarti impunemente» (Turoldo), senza pagarne il prezzo in moneta di vita nuova: se mi amate, sarete trasformati in un’altra persona, diventerete prolungamento delle mie azioni, riflesso del mio sguardo.

Se mi amate, osserverete i comandamenti miei, non per obbligo, ma per forza interna; avrete l’energia per agire come me, per acquisire un sapore di cielo e di storia buona, di nemici perdonati, di tavole imbandite, e poi di piccoli abbracciati. Non per dovere, ma come espansione verso l’esterno di una energia che già preme dentro – ed è l’amore di Dio – come la linfa della vite a primavera, quando preme sulla corteccia secca dei tralci e li apre e ne esce in forma di gemme, di foglie, di grappoli, di fiori. Il cristiano è così: un amato che diventa amante. Nell’amore l’uomo assume un volto divino, Dio assume un volto umano.

I comandamenti di cui parla Gesù non sono quelli di Mosè ma i suoi, vissuti da lui. Sono la concretezza, la cronaca dell’amore, i gesti che riassumono la sua vita, che vedendoli non ti puoi sbagliare: è davvero Lui. Lui che si perde dietro alla pecora perduta, dietro a pubblicani e prostitute e vedove povere, che fa dei bambini i conquistatori del suo regno, che ama per primo e fino a perdere il cuore. Non vi lascerò orfani. Io vivo e voi vivrete. Noi viviamo di vita ricevuta e poi di vita trasmessa. La nostra vita biologica va continuamente alimentata; ma la nostra vita spirituale vive quando alimenta la vita di qualcuno. Io vivo di vita donata.

Letture: Atti 8,5–8.14–17; Salmo 65; 1 Pietro 3,15–18; Giovanni 14,15–21

Ermes Ronchi
Avvenire

IL BUON PASTORE CUSTODISCE E GUIDA IL SUO POPOLO.

il buon pastore

In quel tempo, Gesù disse: «In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore. Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei». […]

A sera, i pastori erano soliti condurre il loro gregge in un recinto per la notte, un solo recinto serviva per diversi greggi. Al mattino, ciascun pastore gridava il suo richiamo e le sue pecore, riconoscendone la voce, lo seguivano (B. Maggioni). Su questo sfondo familiare Gesù inserisce l’eccedenza della sua visione, dettagli che sembrano eccessivi e sono invece rivelatori: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome. Quale pastore conosce per nome le centinaia di pecore del suo gregge e le chiama a sé a una a una?

Per Gesù le pecore hanno ciascuna un nome, ognuna è unica, irripetibile; vuole te, così come sei, per quello che sei. E le conduce fuori. Anzi: le spinge fuori. Non un Dio dei recinti ma uno che apre spazi più grandi, pastore di libertà e non di paure. Che spinge a un coraggioso viaggio fuori dagli ovili e dai rifugi, alla scoperta di orizzonti nuovi nella fede, nel pensiero, nella vita. Pecore che non possono tornare sui pascoli di ieri, pena la fame, ma “gregge in uscita”, incamminato, che ha fiducia nel pastore e anche nella storia, nera di ladri e di deserti, ma bianca di sentieri e di sorgenti. Il pastore cammina davanti alle pecore. Non abbiamo un pastore di retroguardie, ma una guida che apre cammini. Non un pastore alle spalle, che grida o agita il bastone, ma uno che precede e convince, con il suo andare tranquillo che la strada è sicura.

Le pecore ascoltano la sua voce. E lo seguono. Basta la voce, non servono ordini, perché si fidano e si affidano. Perché lo seguono? Semplice, per vivere, per non morire. Quello che cammina davanti, che pronuncia il nome profondo di ciascuno, non è un ladro di felicità o di libertà: ognuno entrerà, uscirà e troverà pascolo. Troverà futuro. Io sono la porta: non un muro, o un vecchio recinto, dove tutto gira e rigira e torna sui suoi giri. Cristo è porta aperta, buco nella rete, passaggio, transito, per cui va e viene la vita di Dio. «Amo le porte aperte che fanno entrare notti e tempeste, polline e spighe. Libere porte che rischiano l’errore e l’amore. Amo le porte aperte di chi invita a varcare la soglia. Strade per tutti noi. Amo le porte aperte di Dio» (Monastero di San Magno).

Sono venuto perché abbiano la vita, in abbondanza. Questo è il Vangelo che mi seduce e mi rigenera ogni volta che l’ascolto: lui è qui per la mia vita piena, abbondante, potente, vita «cento volte tanto» come dirà a Pietro. La prova ultima della bontà della fede cristiana sta nella sua capacità di comunicare vita, umanità piena, futuro; e di creare in noi il desiderio di una vita più grande, vita eterna, di una qualità indistruttibile, dove vivi cose che meritano di non morire mai.

Letture: Atti 2,14.36–41; Salmo 22; 1 Pietro 2,20–25; Giovanni 10,1–10

Ermes Ronchi
Avvenire