Ma Chi è il FESTEGGIATO?   Recently updated !

Vi giro una riflessione di un mio amico e collega: ci aiuta a capire il Natale:

Fra poco sarà Natale. Anzi per i mercatini, i commercianti, gli amministratori, i gestori di discoteche è già arrivato. Tutto bello, poetico, necessario: S. Claus, Babbo Natale, gli Elfi, l’albero illuminato, il panettone, le vacanze. Ma sorge un interrogativo dentro di me. Gesù Cristo che cosa c’entra con tutto questo? Chiedo ai bambini di chi è il Natale? Chi festeggiamo? Alcuni di loro, non solo quelli di altre religioni, non sanno rispondere. Uno più sveglio grida: «Ma Don, è evidente è la festa di Gesù». Ma Gesù, chi era costui? Forse, per tanti, è diventato come Carneade di manzoniana memoria. Proviamo in queste poche righe a fare un ritratto di Cristo, Figlio di Dio, consapevoli che tanti artisti, scrittori, registi, musicisti l’hanno fatto meglio di me. Lo faccio con i Vangeli. Perché Natale senza Gesù è come una festa senza il festeggiato. Gesù era un ebreo della Palestina di 2000 anni fa. Alto, robusto, bello se una donna sfidando la folla gridò: «Beato il seno che ti ha portato!». Gesù è un uomo libero che ha un grande progetto: parlare di un Dio amore che ama tutti, che perdona, che ci prepara un Regno di giustizia, di pace, di gioia infinita. Non viene capito. Viene osteggiato dai capi, dai sacerdoti, dai farisei di ieri e di oggi. Anzi l’accusano di bestemmiare facendosi Dio, di essere indemoniato, di essere un mangione ed un ubriacone. Ma Lui non demorde, predica il Vangelo, percorrendo in lungo e in largo quasi tutti i paesi d’Israele con i mezzi di allora. Guarisce, libera dal male, comanda alla natura che gli obbedisce. Incontra tutti, va in casa dei peccatori: Zaccheo, Simone, Maddalena che, affascinati dalla sua proposta, si convertono e lo seguono. Ma Gesù è anche molto duro con chi si serve della religione per i propri interessi, con i farisei che hanno solo una facciata esteriore di religiosità. Una volta, nel luogo più sacro per gli Ebrei, il tempio di Gerusalemme, scaccia i venditori, rovescia i tavoli dei cambiavalute e grida: «Non dovete fare del luogo di preghiera un mercato!». Ci svela il segreto della beatitudine, della felicità: essere umili, pacifici, poveri, misericordiosi, puri e perfino perseguitati a causa sua. Incontra e accoglie quelle persone che la società aveva emarginato, gli scarti, direbbe Papa Francesco: le donne, quante donne nel Vangelo! Sarà proprio a loro affidato l’annuncio della Resurrezione. I bambini, i mocciosi, coloro che contavano poco e spesso disturbavano: «Lasciate che i Bambini vengano a me e se voi non vi farete piccoli come loro non entrerete nel Regno dei cieli». I poveri, i malati, i lebbrosi, sono i suoi prediletti. Soffre molto Gesù per le accuse ingiuste, per le incomprensioni anche dei suoi amici, per le torture, per la infamante morte sulla Croce. Muore giovane, circa 30 anni, ma il terzo giorno il suo sepolcro è vuoto. E’ il più grande big bang della storia. E’ Risorto. Un uomo così non può affascinare anche oggi? Perché non seguirlo come fanno circa 2 miliardi di persone? Questo è il mio augurio ai tanti amici. Buon Natale… così con il vero festeggiato! (Don Piergiorgio Sanchioni)


AVVENTO:Vegliate,pregando   Recently updated !

Domenica 28 novembre 2021


Dal Vangelo di Luca 21,25-28.34-36
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti, mentre gli uomini moriranno per la paura e per l’attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra. Le potenze dei cieli infatti saranno sconvolte.
Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire su una nube con grande potenza e gloria.
Quando cominceranno ad accadere queste cose, risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina.
State attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso all’improvviso; come un laccio infatti esso si abbatterà sopra tutti coloro che abitano sulla faccia di tutta la terra. Vegliate in ogni momento pregando, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che sta per accadere, e di comparire davanti al Figlio dell’uomo».

…allora vedranno il Figlio dell’uomo venire con grande potenza…

Il Vangelo di Luca riguarda tutti: credenti e non credenti.

Per i credenti e gli appassionati del Regno di Dio l’esortazione a tenersi “pronti” comporta un cambio radicale di prospettiva (anteporre sempre la causa del Regno di Dio alla causa del proprio “orticello” mettendo al bando bizzarrie spirituali, gozzoviglie mistiche e vanità raffinate, presunzioni e asprezze)…

Per i non credenti, l’esortazione a tenersi pronti, dovrebbe orientare ad una vita incline alla sostanza delle cose e non alla apparenza… onde non si becchino questo soave biasimo del Dalai Lama:

“Dell’umanità, mi sorprendono di più gli uomini,

perché perdono la salute per fare soldi

e poi perdono i soldi per recuperare la salute…

Perché pensano tanto ansiosamente al futuro

che dimenticano di vivere il presente,

in tale maniera che non riescono a vivere né il presente né il futuro…

Perché vivono come se non dovessero morire

e perché muoiono come se non avessero mai vissuto”. G. Avanti


il Re che rende testimonianza alla VERITA’

  • 21 Novembre 2021: Collegiata S.Stefano ore 11.30 Memoria della Virgo Fidelis e ringraziamento dei poveri per i doni della terra che ci alimenta e ci sostiene (centro caritas delle 4 parrocchie).
  • 21 Novembre 2021:ore 16.30 Incontro per famiglie nella sala parrocchiale Sant’Antonio (Fornaci)in collegamento con la Pastorale familiare diocesana
  • Lettera dei Vescovi italiani per il Sinodo (sotto)
  • Annuncio della Visita pastorale dell’Arcivescovo Angelo alle nostre comunità parrocchiali (più sotto)

Anno B

Solennità di Cristo Re

Letture: Daniele 7,13-14; Salmo 92; Apocalisse 1,5-8; Giovanni 18,33b-37

33 Pilato dunque rientrò nel pretorio; chiamò Gesù e gli disse: «Sei tu il re dei Giudei?» 34 Gesù gli rispose: «Dici questo di tuo, oppure altri te l’hanno detto di me?» 35 Pilato gli rispose: «Sono io forse Giudeo? La tua nazione e i capi dei sacerdoti ti hanno messo nelle mie mani; che cosa hai fatto?» 36 Gesù rispose: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori combatterebbero perché io non fossi dato nelle mani dei Giudei; ma ora il mio regno non è di qui». 37 Allora Pilato gli disse: «Ma dunque, sei tu re?» Gesù rispose: «Tu lo dici; sono re; io sono nato per questo, e per questo sono venuto nel mondo: per testimoniare della verità. Chiunque è dalla verità ascolta la mia voce».

Pilato, l’uomo che detiene il maggior potere in Gerusalemme, e il giovane rabbi disarmato: l’uno di fronte all’altro, di fronte alla storia del mondo. Tu sei il re dei giudei? Possibile che quel galileo dallo sguardo limpido e diritto sia a capo di una rivolta, che ne nasca un pericolo per Roma? No, quell’uomo inerme è un pericolo per i complotti del sinedrio, per i giochi dei politici: ti hanno consegnato a me, vogliono ucciderti. Cosa hai fatto? Gesù mi commuove con il suo coraggio, con la sua statura interiore, mentre fa alzare sul pretorio un vento regale di libertà e fierezza. E adesso apre il mondo di Pilato, lo dilata, fa irrompere un’altra dimensione, un’altra latitudine del cuore: il mio regno non è di questo mondo, dove si combatte, si fa violenza, si abusa, si inganna, ci si divora.

Nel mio regno non ci sono legioni, né spade, né predatori. Per i regni di quaggiù, per il cuore di quaggiù, l’essenziale è vincere, nel mio Regno la cosa più importante è servire. Il mio regno appartiene ai poveri, ai limpidi, ai liberi, agli artigiani della pace e della giustizia… Sono venuto per far sorgere i re di domani tra i piccoli di oggi. «Sono venuto nel mondo, per testimoniare un’altra verità». La parola di Gesù è vera proprio perché disarmata, non ha altra forza che la sua luce. È lì davanti, la verità; è quell’uomo in cui le parole più belle del mondo sono diventate carne e sangue, sono diventate vere. Oggi non celebriamo la salita al trono del padrone del mondo, Gesù non è questo: lui è l’autore e il servitore della vita. Che ci cambia la logica della storia attraverso la rivoluzione della tenerezza, parola ultima sul senso della nostra esistenza e, insieme, sul cuore di Dio. Allora, chi è il mio re? Chi il mio Signore? Chi da ordini al mio futuro?

Io scelgo lui, ancora lui, il nazareno, con la certezza che il nostro contorto cuore, questa storia aggrovigliata, stanno percorrendo, nonostante tutte le smentite, un cammino di salvezza. Perché Dio è coinvolto, è qui, ha le mani impigliate per sempre nel folto di ogni vita. Pilato prende l’affermazione di Gesù: io sono re, e ne fa il titolo della condanna, l’iscrizione derisoria da inchiodare sulla croce: questo è il re dei giudei. Voleva deriderlo, e invece è stato profeta: il re è visibile là, sulla croce, con le braccia aperte, dove dona tutto di sé e non prende niente di nostro. Potere vero, quello che cambia il mondo, è la capacità di amare così, di disarmato amore, fino all’ultimo, fino all’estremo, fino alla fine. Venga il tuo Regno, Signore, e sia bello come tutti i sogni, sia intenso come tutte le lacrime di chi visse e morì nella notte per forzarne l’aurora.

Ermes Ronchi
Avvenire

Questa domenica chiude l’anno liturgico, per dare spazio ad un nuovo tempo di preghiera, tempo efficace di preparazione alla venuta del Signore. Oggi si celebra la solennità di Cristo Re dell’Universo, la sua signoria sul mondo. Per fare memoria della regalità di Gesù, il vangelo odierno ci propone una pagina del lungo processo davanti a Pilato, secondo la narrazione di Giovanni. Una sequenza di brevi scene compone il racconto del processo (Gv 18, 28 – 19, 16), scandito dall’entrare e uscire di Pilato, che si rivolge a Gesù e alle autorità giudaiche. La scena dell’incoronazione con una treccia di spine (Gv 19, 2) ne costituisce la parte centrale, rivelando in modo paradossale l’identità di Gesù, quale re egli sia. La regalità di Cristo si manifesta nell’umiltà, nel dono di sé, nella croce. Uno di fronte all’altro sono posti Gesù e Pilato, all’esterno stanno le autorità giudaiche; Pilato va e viene, realmente diviso, in balìa degli avvenimenti. Questa indicazione spaziale è significativa: fuori è il “mondo” incredulo, all’interno ha luogo la rivelazione. È appunto il grande tema dell’identità di Gesù che siamo chiamati a meditare oggi, la sua regalità e autorità.

All’inizio e alla fine, delineando come una cornice all’interno della quale avviene il processo, l’evangelista precisa che era la vigilia di Pasqua (Gv 18,28 e 19,14), ponendo in questo modo un’evidente relazione tra il sacrificio dell’agnello pasquale e la condanna di Gesù. Egli è l’agnello di Dio che toglie e porta su di sé il peccato del mondo (Gv 1, 29). L’evento di liberazione che fonda la fede è ora la croce di Cristo, il dono del Figlio che ci rende figli. Entro questa prospettiva si comprende che la sua regalità non è politica, ma escatologica. Dio ha l’autorità ultima sul mondo, questa verità rivela Cristo. Ma la realtà di Dio in mezzo agli uomini, “il regno di Dio”, si realizza qui e ora, non in un vago e indefinito futuro. In Cristo, il presente non è più un fenomeno effimero, ma contiene in sé anche una dimensione trascendente capace di provocare il futuro, il futuro assoluto, l’eterno (G. Ravasi, su Sette del Corriere della Sera, 2/11/21).

Gesù andando incontro alla morte amando fino alla fine (Gv 13, 1) è pienamente uomo (Gv 19, 5) e porta a termine la rivelazione. Ecco il Regno di Dio. La corona di spine, il mantello porpora e la croce non ne smentiscono il senso, piuttosto ne sono una conferma. Nella teologia giovannea, l’abbandono del “mondo” è segno della presenza di Dio, di cui Gesù è la Parola definitiva (Gv 18, 37 e Gv 1, 18). L’amore di Dio opera secondo la logica pasquale del perdersi per ritrovarsi nell’altro, del morire per ricevere la vita. L’autorità di Gesù emerge dal suo essere padrone degli eventi, li conduce, li affronta, pur inerme e prigioniero nei fatti domina i suoi avversari. All’opposto Pilato è incerto, timoroso, incapace di prendere posizione: il rappresentante del potere è sopraffatto dagli eventi. Gesù apparentemente debole e sconfitto testimonia l’amore del Padre (Gv 3, 16-17) fino alla morte. È questo l’uomo agli occhi del Signore, è questa la via tracciata per noi.

Monica
Comunità Kairòs

cammino sinodale:

lettera dei Vescovi italiani

VISITA PASTORALE DEL VESCOVO ANGELO ALLE COMUNITA’ PARROCCHIALI

Le 73 Parrocchie della nostra Arcidiocesi Ancona-Osimo saranno visitate dall’ Arcivescovo Angelo nel corso dei prossimi anni.

Una settimana in Parrocchia per conoscere, ascoltare, insegnare, guidare, celebrare nella realtà del nostro territorio.


PREPARIAMO IL RITORNO DEL SIGNORE, imparando a riconoscerlo nei POVERI

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO

V GIORNATA MONDIALE DEI POVERI

Domenica XXXIII del Tempo Ordinario
14 novembre 2021

«I poveri li avete sempre con voi» (Mc 14,7)


1. «I poveri li avete sempre con voi» (Mc 14,7). Gesù pronunciò queste parole nel contesto di un pranzo, a Betania, nella casa di un certo Simone detto “il lebbroso”, alcuni giorni prima della Pasqua. Come racconta l’evangelista, una donna era entrata con un vaso di alabastro pieno di profumo molto prezioso e l’aveva versato sul capo di Gesù. Quel gesto suscitò grande stupore e diede adito a due diverse interpretazioni.

La prima è l’indignazione di alcuni tra i presenti, compresi i discepoli, i quali considerando il valore del profumo – circa 300 denari, equivalente al salario annuo di un lavoratore – pensano che sarebbe stato meglio venderlo e dare il ricavato ai poveri. Secondo il Vangelo di Giovanni, è Giuda che si fa interprete di questa posizione: «Perché non si è venduto questo profumo per trecento denari e non si sono dati ai poveri?». E l’evangelista annota: «Disse questo non perché gli importasse dei poveri, ma perché era un ladro e, siccome teneva la cassa, prendeva quello che vi mettevano dentro» (12,5-6). Non è un caso che questa dura critica venga dalla bocca del traditore: è la prova che quanti non riconoscono i poveri tradiscono l’insegnamento di Gesù e non possono essere suoi discepoli. Ricordiamo, in proposito, le parole forti di Origene: «Giuda sembrava preoccuparsi dei poveri […]. Se adesso c’è ancora qualcuno che ha la borsa della Chiesa e parla a favore dei poveri come Giuda, ma poi si prende quello che mettono dentro, abbia allora la sua parte insieme a Giuda» (Commento al vangelo di Matteo, 11, 9).

La seconda interpretazione è data da Gesù stesso e permette di cogliere il senso profondo del gesto compiuto dalla donna. Egli dice: «Lasciatela stare; perché la infastidite? Ha compiuto un’azione buona verso di me» (Mc 14,6). Gesù sa che la sua morte è vicina e vede in quel gesto l’anticipo dell’unzione del suo corpo senza vita prima di essere posto nel sepolcro. Questa visione va al di là di ogni aspettativa dei commensali. Gesù ricorda loro che il primo povero è Lui, il più povero tra i poveri perché li rappresenta tutti. Ed è anche a nome dei poveri, delle persone sole, emarginate e discriminate che il Figlio di Dio accetta il gesto di quella donna. Ella, con la sua sensibilità femminile, mostra di essere l’unica a comprendere lo stato d’animo del Signore. Questa donna anonima, destinata forse per questo a rappresentare l’intero universo femminile che nel corso dei secoli non avrà voce e subirà violenze, inaugura la significativa presenza di donne che prendono parte al momento culminante della vita di Cristo: la sua crocifissione, morte e sepoltura e la sua apparizione da Risorto. Le donne, così spesso discriminate e tenute lontano dai posti di responsabilità, nelle pagine dei Vangeli sono invece protagoniste nella storia della rivelazione. Ed è eloquente l’espressione conclusiva di Gesù, che associa questa donna alla grande missione evangelizzatrice: «In verità io vi dico: dovunque sarà proclamato il Vangelo, per il mondo intero, in ricordo di lei si dirà anche quello che ha fatto» (Mc 14,9).

2. Questa forte “empatia” tra Gesù e la donna, e il modo in cui Egli interpreta la sua unzione, in contrasto con la visione scandalizzata di Giuda e di altri, aprono una strada feconda di riflessione sul legame inscindibile che c’è tra Gesù, i poveri e l’annuncio del Vangelo.

Il volto di Dio che Egli rivela, infatti, è quello di un Padre per i poveri e vicino ai poveri. Tutta l’opera di Gesù afferma che la povertà non è frutto di fatalità, ma segno concreto della sua presenza in mezzo a noi. Non lo troviamo quando e dove vogliamo, ma lo riconosciamo nella vita dei poveri, nella loro sofferenza e indigenza, nelle condizioni a volte disumane in cui sono costretti a vivere. Non mi stanco di ripetere che i poveri sono veri evangelizzatori perché sono stati i primi ad essere evangelizzati e chiamati a condividere la beatitudine del Signore e il suo Regno (cfr Mt 5,3).

I poveri di ogni condizione e ogni latitudine ci evangelizzano, perché permettono di riscoprire in modo sempre nuovo i tratti più genuini del volto del Padre. «Essi hanno molto da insegnarci. Oltre a partecipare del sensus fidei, con le proprie sofferenze conoscono il Cristo sofferente. È necessario che tutti ci lasciamo evangelizzare da loro. La nuova evangelizzazione è un invito a riconoscere la forza salvifica delle loro esistenze e a porle al centro del cammino della Chiesa. Siamo chiamati a scoprire Cristo in loro, a prestare ad essi la nostra voce nelle loro cause, ma anche ad essere loro amici, ad ascoltarli, a comprenderli e ad accogliere la misteriosa sapienza che Dio vuole comunicarci attraverso di loro. Il nostro impegno non consiste esclusivamente in azioni o in programmi di promozione e assistenza; quello che lo Spirito mette in moto non è un eccesso di attivismo, ma prima di tutto un’attenzione rivolta all’altro considerandolo come un’unica cosa con sé stesso. Questa attenzione d’amore è l’inizio di una vera preoccupazione per la sua persona e a partire da essa desidero cercare effettivamente il suo bene» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 198-199).

3. Gesù non solo sta dalla parte dei poveri, ma condivide con loro la stessa sorte. Questo è un forte insegnamento anche per i suoi discepoli di ogni tempo. Le sue parole “i poveri li avete sempre con voi” stanno a indicare anche questo: la loro presenza in mezzo a noi è costante, ma non deve indurre a un’abitudine che diventa indifferenza, bensì coinvolgere in una condivisione di vita che non ammette deleghe. I poveri non sono persone “esterne” alla comunità, ma fratelli e sorelle con cui condividere la sofferenza, per alleviare il loro disagio e l’emarginazione, perché venga loro restituita la dignità perduta e assicurata l’inclusione sociale necessaria. D’altronde, si sa che un gesto di beneficenza presuppone un benefattore e un beneficato, mentre la condivisione genera fratellanza. L’elemosina, è occasionale; la condivisione invece è duratura. La prima rischia di gratificare chi la compie e di umiliare chi la riceve; la seconda rafforza la solidarietà e pone le premesse necessarie per raggiungere la giustizia. Insomma, i credenti, quando vogliono vedere di persona Gesù e toccarlo con mano, sanno dove rivolgersi: i poveri sono sacramento di Cristo, rappresentano la sua persona e rinviano a Lui.

Abbiamo tanti esempi di santi e sante che hanno fatto della condivisione con i poveri il loro progetto di vita. Penso, tra gli altri, a Padre Damiano de Veuster, santo apostolo dei lebbrosi. Con grande generosità rispose alla chiamata di recarsi nell’isola di Molokai, diventata un ghetto accessibile solo ai lebbrosi, per vivere e morire con loro. Si rimboccò le maniche e fece di tutto per rendere la vita di quei poveri malati ed emarginati, ridotti in estremo degrado, degna di essere vissuta. Si fece medico e infermiere, incurante dei rischi che correva e in quella “colonia di morte”, come veniva chiamata l’isola, portò la luce dell’amore. La lebbra colpì anche lui, segno di una condivisione totale con i fratelli e le sorelle per i quali aveva donato la vita. La sua testimonianza è molto attuale ai nostri giorni, segnati dalla pandemia di coronavirus: la grazia di Dio è certamente all’opera nei cuori di tanti che, senza apparire, si spendono per i più poveri in una concreta condivisione.

4. Abbiamo bisogno, dunque, di aderire con piena convinzione all’invito del Signore: «Convertitevi e credete nel Vangelo» (Mc 1,15). Questa conversione consiste in primo luogo nell’aprire il nostro cuore a riconoscere le molteplici espressioni di povertà e nel manifestare il Regno di Dio mediante uno stile di vita coerente con la fede che professiamo. Spesso i poveri sono considerati come persone separate, come una categoria che richiede un particolare servizio caritativo. Seguire Gesù comporta, in proposito, un cambiamento di mentalità, cioè di accogliere la sfida della condivisione e della partecipazione. Diventare suoi discepoli implica la scelta di non accumulare tesori sulla terra, che danno l’illusione di una sicurezza in realtà fragile ed effimera. Al contrario, richiede la disponibilità a liberarsi da ogni vincolo che impedisce di raggiungere la vera felicità e beatitudine, per riconoscere ciò che è duraturo e non può essere distrutto da niente e nessuno (cfr Mt 6,19-20).

L’insegnamento di Gesù anche in questo caso va controcorrente, perché promette ciò che solo gli occhi della fede possono vedere e sperimentare con assoluta certezza: «Chiunque avrà lasciato case, o fratelli, o sorelle, o padre, o madre, o figli, o campi per il mio nome, riceverà cento volte tanto e avrà in eredità la vita eterna» (Mt 19,29). Se non si sceglie di diventare poveri di ricchezze effimere, di potere mondano e di vanagloria, non si sarà mai in grado di donare la vita per amore; si vivrà un’esistenza frammentaria, piena di buoni propositi ma inefficace per trasformare il mondo. Si tratta, pertanto, di aprirsi decisamente alla grazia di Cristo, che può renderci testimoni della sua carità senza limiti e restituire credibilità alla nostra presenza nel mondo.

5. Il Vangelo di Cristo spinge ad avere un’attenzione del tutto particolare nei confronti dei poveri e chiede di riconoscere le molteplici, troppe forme di disordine morale e sociale che generano sempre nuove forme di povertà. Sembra farsi strada la concezione secondo la quale i poveri non solo sono responsabili della loro condizione, ma costituiscono un peso intollerabile per un sistema economico che pone al centro l’interesse di alcune categorie privilegiate. Un mercato che ignora o seleziona i principi etici crea condizioni disumane che si abbattono su persone che vivono già in condizioni precarie. Si assiste così alla creazione di sempre nuove trappole dell’indigenza e dell’esclusione, prodotte da attori economici e finanziari senza scrupoli, privi di senso umanitario e responsabilità sociale.

Lo scorso anno, inoltre, si è aggiunta un’altra piaga che ha moltiplicato ulteriormente i poveri: la pandemia. Essa continua a bussare alle porte di milioni di persone e, quando non porta con sé la sofferenza e la morte, è comunque foriera di povertà. I poveri sono aumentati a dismisura e, purtroppo, lo saranno ancora nei prossimi mesi. Alcuni Paesi stanno subendo per la pandemia gravissime conseguenze, così che le persone più vulnerabili si trovano prive dei beni di prima necessità. Le lunghe file davanti alle mense per i poveri sono il segno tangibile di questo peggioramento. Uno sguardo attento richiede che si trovino le soluzioni più idonee per combattere il virus a livello mondiale, senza mirare a interessi di parte. In particolare, è urgente dare risposte concrete a quanti patiscono la disoccupazione, che colpisce in maniera drammatica tanti padri di famiglia, donne e giovani. La solidarietà sociale e la generosità di cui molti, grazie a Dio, sono capaci, unite a progetti lungimiranti di promozione umana, stanno dando e daranno un contributo molto importante in questo frangente.

6. Rimane comunque aperto l’interrogativo per nulla ovvio: come è possibile dare una risposta tangibile ai milioni di poveri che spesso trovano come riscontro solo l’indifferenza quando non il fastidio? Quale via della giustizia è necessario percorrere perché le disuguaglianze sociali possano essere superate e sia restituita la dignità umana così spesso calpestata? Uno stile di vita individualistico è complice nel generare povertà, e spesso scarica sui poveri tutta la responsabilità della loro condizione. Ma la povertà non è frutto del destino, è conseguenza dell’egoismo. Pertanto, è decisivo dare vita a processi di sviluppo in cui si valorizzano le capacità di tutti, perché la complementarità delle competenze e la diversità dei ruoli porti a una risorsa comune di partecipazione. Ci sono molte povertà dei “ricchi” che potrebbero essere curate dalla ricchezza dei “poveri”, se solo si incontrassero e conoscessero! Nessuno è così povero da non poter donare qualcosa di sé nella reciprocità. I poveri non possono essere solo coloro che ricevono; devono essere messi nella condizione di poter dare, perché sanno bene come corrispondere. Quanti esempi di condivisione sono sotto i nostri occhi! I poveri ci insegnano spesso la solidarietà e la condivisione. È vero, sono persone a cui manca qualcosa, spesso manca loro molto e perfino il necessario, ma non mancano di tutto, perché conservano la dignità di figli di Dio che niente e nessuno può loro togliere.

7. Per questo si impone un differente approccio alla povertà. È una sfida che i Governi e le Istituzioni mondiali hanno bisogno di recepire con un lungimirante modello sociale, capace di andare incontro alle nuove forme di povertà che investono il mondo e che segneranno in maniera decisiva i prossimi decenni. Se i poveri sono messi ai margini, come se fossero i colpevoli della loro condizione, allora il concetto stesso di democrazia è messo in crisi e ogni politica sociale diventa fallimentare. Con grande umiltà dovremmo confessare che dinanzi ai poveri siamo spesso degli incompetenti. Si parla di loro in astratto, ci si ferma alle statistiche e si pensa di commuovere con qualche documentario. La povertà, al contrario, dovrebbe provocare ad una progettualità creativa, che consenta di accrescere la libertà effettiva di poter realizzare l’esistenza con le capacità proprie di ogni persona. È un’illusione da cui stare lontani quella di pensare che la libertà sia consentita e accresciuta per il possesso di denaro. Servire con efficacia i poveri provoca all’azione e permette di trovare le forme più adeguate per risollevare e promuovere questa parte di umanità troppe volte anonima e afona, ma con impresso in sé il volto del Salvatore che chiede aiuto.

8. «I poveri li avete sempre con voi» (Mc 14,7). È un invito a non perdere mai di vista l’opportunità che viene offerta per fare del bene. Sullo sfondo si può intravedere l’antico comando biblico: «Se vi sarà in mezzo a te qualche tuo fratello che sia bisognoso […], non indurirai il tuo cuore e non chiuderai la mano davanti al tuo fratello bisognoso, ma gli aprirai la mano e gli presterai quanto occorre alla necessità in cui si trova. […] Dagli generosamente e, mentre gli doni, il tuo cuore non si rattristi. Proprio per questo, infatti, il Signore, tuo Dio, ti benedirà in ogni lavoro e in ogni cosa a cui avrai messo mano.Poiché i bisognosi non mancheranno mai nella terra» (Dt 15,7-8.10-11). Sulla stessa lunghezza d’onda si pone l’apostolo Paolo quando esorta i cristiani delle sue comunità a soccorrere i poveri della prima comunità di Gerusalemme e a farlo «non con tristezza né per forza, perché Dio ama chi dona con gioia» (2 Cor 9,7). Non si tratta di alleggerire la nostra coscienza facendo qualche elemosina, ma  piuttosto di contrastare la cultura dell’indifferenza e dell’ingiustizia con cui ci si pone nei confronti dei poveri.

In questo contesto fa bene ricordare anche le parole di San Giovanni Crisostomo: «Chi è generoso non deve chiedere conto della condotta, ma solamente migliorare la condizione di povertà e appagare il bisogno. Il povero ha una sola difesa: la sua povertà e la condizione di bisogno in cui si trova. Non chiedergli altro; ma fosse pure l’uomo più malvagio al mondo, qualora manchi del nutrimento necessario, liberiamolo dalla fame. […] L’uomo misericordioso è un porto per chi è nel bisogno: il porto accoglie e libera dal pericolo tutti i naufraghi; siano essi malfattori, buoni o siano come siano quelli che si trovano in pericolo, il porto li mette al riparo all’interno della sua insenatura. Anche tu, dunque, quando vedi in terra un uomo che ha sofferto il naufragio della povertà, non giudicare, non chiedere conto della sua condotta, ma liberalo dalla sventura» (Discorsi sul povero Lazzaro, II, 5).

9. È decisivo che si accresca la sensibilità per capire le esigenze dei poveri, sempre in mutamento come lo sono le condizioni di vita. Oggi, infatti, nelle aree del mondo economicamente più sviluppate si è meno disposti che in passato a confrontarsi con la povertà. Lo stato di relativo benessere a cui ci si è abituati rende più difficile accettare sacrifici e privazioni. Si è pronti a tutto pur di non essere privati di quanto è stato frutto di facile conquista. Si cade così in forme di rancore, di nervosismo spasmodico, di rivendicazioni che portano alla paura, all’angoscia e in alcuni casi alla violenza. Non è questo il criterio su cui costruire il futuro; eppure, anche queste sono forme di povertà da cui non si può distogliere lo sguardo. Dobbiamo essere aperti a leggere i segni dei tempi che esprimono nuove modalità con cui essere evangelizzatori nel mondo contemporaneo. L’assistenza immediata per andare incontro ai bisogni dei poveri non deve impedire di essere lungimiranti per attuare nuovi segni dell’amore e della carità cristiana, come risposta alle nuove povertà che l’umanità di oggi sperimenta.

Mi auguro che la Giornata Mondiale dei Poveri, giunta ormai alla sua quinta celebrazione, possa radicarsi sempre più nelle nostre Chiese locali e aprirsi a un movimento di evangelizzazione che incontri in prima istanza i poveri là dove si trovano. Non possiamo attendere che bussino alla nostra porta, è urgente che li raggiungiamo nelle loro case, negli ospedali e nelle residenze di assistenza, per le strade e negli angoli bui dove a volte si nascondono, nei centri di rifugio e di accoglienza… È importante capire come si sentono, cosa provano e quali desideri hanno nel cuore. Facciamo nostre le parole accorate di Don Primo Mazzolari: «Vorrei pregarvi di non chiedermi se ci sono dei poverichi sono e quanti sono, perché temo che simili domande rappresentino una distrazione o il pretesto per scantonare da una precisa indicazione della coscienza e del cuore. […] Io non li ho mai contati i poveri, perché non si possono contare: i poveri si abbracciano, non si contano»(“Adesso” n. 7 – 15 aprile 1949). I poveri sono in mezzo noi. Come sarebbe evangelico se potessimo dire con tutta verità: anche noi siamo poveri, perché solo così riusciremmo a riconoscerli realmente e farli diventare parte della nostra vita e strumento di salvezza.

Roma, San Giovanni in Laterano, 13 giugno 2021,
Memoria di Sant’Antonio di Padova

FRANCESCO

XXXIII domenica

  • 14 Novembre 2021

Tempo ordinario, Anno B

Letture: Daniele 12,1-3; Salmo 15; Lettera agli Ebrei 10,11-14.18; Marco 13,24-32

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«In quei giorni, dopo quella tribolazione, il sole si oscurerà, la luna non darà più la sua luce, le stelle cadranno dal cielo e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte.
Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria. Egli manderà gli angeli e radunerà i suoi eletti dai quattro venti, dall’estremità della terra fino all’estremità del cielo.
Dalla pianta di fico imparate la parabola: quando ormai il suo ramo diventa tenero e spuntano le foglie, sapete che l’estate è vicina. Così anche voi: quando vedrete accadere queste cose, sappiate che egli è vicino, è alle porte.
In verità io vi dico: non passerà questa generazione prima che tutto questo avvenga. Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno.
Quanto però a quel giorno o a quell’ora, nessuno lo sa, né gli angeli nel cielo né il Figlio, eccetto il Padre».

In quei giorni, il sole si oscurerà, la luna si spegnerà, le stelle cadranno dal cielo… L’universo è fragile nella sua grande bellezza, ma quei giorni sono questi giorni, questo mondo si oscura con le sue trentacinque guerre in corso, la terra si spegne avvelenata, sterminate carovane umane migrano attraverso mari e deserti… Ti sembra un mondo che affonda, che va alla deriva? Guarda meglio, guarda più a fondo: è un mondo che va alla rinascita. Gesù ama la speranza, non la paura: dalla pianta di fico imparate: quando ormai il suo ramo diventa tenero e spuntano le foglie, sapete che l’estate è vicina. Gesù ci porta alla scuola delle piante, perché le leggi dello spirito e le leggi profonde della realtà coincidono. Ogni germoglio assicura che la vita vince sulla morte.

Imparate dalla sapienza degli alberi: quando il ramo si fa tenero… l’intenerirsi del ramo neppure lo immagini in inverno; il suo ammorbidirsi per la linfa che riprende a gonfiare i piccoli canali è una sorpresa, e uno stupore antico. Le cose più belle non vanno cercate, vanno attese. Come la primavera. E spuntano le foglie, e tu non puoi farci nulla; forse però sì: contemplare e custodire. Allora voi capite che l’estate è vicina. In realtà le gemme indicano la primavera, che però in Palestina è brevissima, pochi giorni ed è subito estate. Così anche voi sappiate che egli è vicino, alle porte. Dio è vicino, è qui; bello, vitale e nuovo come la primavera del cosmo. Da una gemma imparate il futuro di Dio: che sta alla porta, e bussa; viene non come un dito puntato, ma come un abbraccio, un germogliare umile di vita. «Il mondo tutto è una realtà germinante» (R. Guardini).

Allora mi sento come una nave, che non è più in ansia per la rotta da seguire, perché sopra di essa soffia un Vento di cielo, e la lampada della Parola è accesa sulla prua della nave. Passano il sole e la luna, che sono l’orologio dell’universo, si sbriciola la terra, ma le mie parole no, sono un sole che non tramonterà mai dagli orizzonti della storia, dal cuore dell’uomo. Siamo una generazione lamentosa, che non sa più ringraziare, che ha dissipato i profeti e i poeti, gli innamorati e i buoni. E invece essi sono la parabola, il germoglio, ramo di fico o di mandorlo del mondo salvato. Lo sono qui e ora, sulla terra intera e dentro la mia stessa casa, come germogli buoni, imbevuti di cielo, intrisi di Dio. Chi mi vuole bene è lampada ai miei passi. Guardali bene, una goccia di luce è impigliata in ogni ruga, un grammo di primavera e di futuro ha messo radici in ogni volto. La fede mi ripete che Dio è alle porte, è vicino, è qui, è in loro. «Ognuno un proprio momento di Dio» (D. M. Turoldo).

Ermes Ronchi
Avvenire


Dona di più, chi ama di più!

Domenica 7 novembre 2021


Dal Vangelo di oggi, Marco 12,38-44 
In quel tempo, Gesù [nel tempio] diceva alla folla nel suo insegnamento: «Guardatevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. Divorano le case delle vedove e pregano a lungo per farsi vedere. Essi riceveranno una condanna più severa».
Seduto di fronte al tesoro, osservava come la folla vi gettava monete. Tanti ricchi ne gettavano molte. Ma, venuta una vedova povera, vi gettò due monetine, che fanno un soldo.
Allora, chiamati a sé i suoi discepoli, disse loro: «In verità io vi dico: questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. Tutti infatti hanno gettato parte del loro superfluo. Lei invece, nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere».

———————-

…ci prepariamo così a celebrare la 5^ giornata mondiale dei poveri
domenica 14 novembre…

Gesù non bada agli statuti “ecclesiastici” e sociali d’impatto sul popolo. Credo possa essere un grande insegnamento comprendere bene che la nostra vita non si costruisce sull’avere ma di più sull’essere. “Chi è” veramente è colui “che in fondo ha” veramente. Gesù vede oltre le righe economiche dei conti correnti di quel tempo e fiuta l’affidamento totale in un gesto piccolo quasi invisibile, sovrastato dal rumore assordante dei soldi che sembrano spegnere quell’impercettibile tintinnio di carità povera ma Altra. Sì Altra con la ‘a’ maiuscola perché intercetta il cuore di Dio. Dio è cieco quando qualcuno dei suoi figli vuole farsi vedere, e vede molto bene invece quando qualcuno si nasconde per timore. Dio vede e riconosce. Tutto sta nella visione di Dio! Quando saremo davanti a Lui, ci vedrà per “l’impercettibile” che abbiamo coltivato, per ‘umiltà dei gesti”. Il “povero quattrino” di fondo della nostra anima parlerà da solo! Quella vedova è una preziosa figura emblematica del credente che si getta tra le braccia della Provvidenza. E’ segno di una chiesa povera che oggi come non mai ci interpella a fare chiarezza sul “come” ci presentiamo al “banco della vita”. Siamo capaci di donazione totale, di noi stessi? Di incarnare l’autentico amore senza ovattarlo da desideri e forme di egoismo o piccoli angoli personali di fama e notorietà che generano continuamente separazione tra gli uomini? A chi ha la sua forte “fama” talvolta venga donata la “fame”. La prospettiva subito sarà ridotta ed in sintonia con la povertà ma soprattutto ricondotta al bisogno di “essere aiutati” e “notati veramente”. Qui si gioca lo spirito cristiano di chi apre cuore, occhi, pensieri e mani ai suoi fratelli e sorelle senza misure, senza confini o riserve. Anche a coloro che prima erano ricchi e strapotenti. San Paolo, a riguardo, riporta un detto ‘famoso’ di Gesù (Atti 20,35) che ci fa capire, in linea col Vangelo, che c’è più gioia nel dare, che nel ricevere! Chi ama veramente dona con gioia! Chi ama se stesso invece dona con tristezza, con calcolo e alla fine è come non avesse donato.


A proposito di SINODO: i Vescovi ci scrivono…

CAMMINO SINODALE

DELLE CHIESE CHE SONO IN ITALIA

Lettera alle donne e agli uomini di buona volontà

Carissima, carissimo,

tu che desideri una vita autentica, tu che sei assetato di bellezza e di giustizia, tu che non ti accontenti di facili risposte, tu che accompagni con stupore e trepidazione la crescita dei figli e dei nipoti, tu che conosci il buio della solitudine e del dolore, l’inquietudine del dubbio e la fragilità della debolezza, tu che ringrazi per il dono dell’amicizia, tu che sei giovane e cerchi fiducia e amore, tu che custodisci storie e tradizioni antiche, tu che non hai smesso di sperare e anche tu a cui il presente sembra aver rubato la speranza, tu che hai incontrato il Signore della vita o che ancora sei in ricerca o nel dubbio…desideriamo incontrarti!

Desideriamo camminare insieme a te nel mattino delle attese, nella luce del giorno e anche quando le ombre si allungano e i contorni si fanno più incerti. Davanti a ciascuno ci sono soglie che si possono varcare solo insieme perché le nostre vite sono legate e la promessa di Dio è per tutti, nessuno escluso.

Ci incamminiamo seguendo il passo di Gesù, il Pellegrino che confessiamo davanti al mondo come il Figlio di Dio e il nostro Signore; Egli si fa compagno di viaggio, presenza discreta ma fedele e sincera, capace di quel silenzio accogliente che sostiene senza giudicare, e soprattutto che nasce dall’ascolto. “Ascolta!” è l’imperativo biblico da imparare: ascolto della Parola di Dio e ascolto dei segni dei tempi, ascolto del grido della terra e di quello dei poveri, ascolto del cuore di ogni donna e di ogni uomo a qualsiasi generazione appartengano. C’è un tesoro nascosto in ogni persona, che va contemplato nella sua bellezza e custodito nella sua fragilità.

Il Cammino sinodale è un processo che si distenderà fino al Giubileo del 2025 per riscoprire il senso dell’essere comunità, il calore di una casa accogliente e l’arte della cura. Sogniamo una Chiesa aperta, in dialogo. Non più “di tutti” ma sempre “per tutti”.

Abbiamo forse bisogno oggi di rallentare il passo, di mettere da parte l’ansia per le cose da fare, rendendoci più prossimi. Siamo custodi, infatti, gli uni degli altri e vogliamo andare oltre le logiche accomodanti del si è sempre fatto così, seguendo il pressante appello di Papa Francesco che, fin dall’esordio del suo servizio, invita a “camminare, costruire, confessare”.

La crisi sanitaria ha rivelato che le vicende di ciascuno si intrecciano con quelle degli altri e si sviluppano insieme ad esse. Anzi, ha drammaticamente svelato che senza l’ascolto reciproco e un cammino comune si finisce in una nuova torre di Babele. Quando, per contro, la fraternità prende il sopravvento sull’egoismo individuale, dimostra che non si tratta più di un’utopia. Ma di un modo di stare al mondo che diventa criterio politico per affrontare le grandi sfide del momento presente.

Questo è il senso del nostro Cammino sinodale: ascoltare e condividere per portare a tutti la gioia del Vangelo.

È il modo in cui i talenti di ciascuno, ma anche le fragilità, vengono a comporre un nuovo quadro in cui tutti hanno un volto inconfondibile.

Una nuova società e una Chiesa rinnovata. Una Chiesa rinnovata per una nuova società.

Ci stai?

Allora camminiamo insieme con entusiasmo.

Il futuro va innanzitutto sognato, desiderato, atteso. Ascoltiamoci per intessere relazioni e generare fiducia. Ascoltiamoci per riscoprire le nostre possibilità; ascoltiamoci a partire dalle nostre storie, imparando a stimare talenti e carismi diversi. Certi che lo scambio di doni genera vita. Donare è generare.

Grazie del tuo contributo. Buon cammino!

Roma, 29 settembre 2021

Festa dei santi Michele, Gabriele e Raffaele, arcangeli

IL CONSIGLIO PERMANENTE DELLA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA


“Non sei lontano dal Regno di Dio !”

SU MISURA PER TE

Domenica 31 ottobre 2021 ORARI S.MESSE 1 e 2 NOVEMBRE

“Ragazzi Grazie!
Mi sento orgoglioso di far parte di una squadra di educatori così”
(alessandro)
“Ecco la squadra…
per camminare insieme!”

Dal Vangelo di oggi, Marco 12,28b-34 
In quel tempo, si avvicinò a Gesù uno degli scribi e gli domandò: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?».
Gesù rispose: «Il primo è: “Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore; amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza”. Il secondo è questo: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Non c’è altro comandamento più grande di questi».
Lo scriba gli disse: «Hai detto bene, Maestro, e secondo verità, che Egli è unico e non vi è altri all’infuori di lui; amarlo con tutto il cuore, con tutta l’intelligenza e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici».
Vedendo che egli aveva risposto saggiamente, Gesù gli disse: «Non sei lontano dal regno di Dio». E nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo.

La risposta di Gesù allo scriba esprime l’unità tra l’amore verso Dio e verso i fratelli e sorelle. Viene quindi evidenziata l’importanza della relazione uomo verso Dio e uomo verso uomo. Sembra quasi scardinata l’idea gerarchica in favore di quella circolare tipica di un rapporto di reciprocità. Si percepisce in tutta la sua forza la connotazione di un rapporto quasi famigliare, “domestico” con Dio e il prossimo. Ed è proprio il mio prossimo il terreno attraverso il quale ci si può radicare in Dio. Ed è così! Non si può dire di amare Dio e poi vivere l’indifferenza verso i fratelli o chi è nel bisogno. Sarebbe come tradire il primo comandamento. Questa dimensione d’incontro con il fratello e sorella è il luogo d’azione di Dio nella relazione al prossimo e nella prospettiva della crescita comune, dell’esperienza di Dio nella vita condivisa. E’ così che si ‘gettano le fondamenta’ dell’amore cristiano. Non può quindi essere soltanto cura esteriore, assistenzialismo o mera sequenza di comandamenti e regole. C’è uno spirito d’amore che si declina nell’incontro a tu per tu. Dio preferisce questa intimità che fa scaturire un respiro più ampio, più vero meno invaso dal meccanicismo del precetto morale. Non si ama una regola, si ama una persona. E se amo solo la regola corro il rischio di amare alla fine solo me stesso.

ORARI SANTE MESSE

1 NOVEMBRE SOLENNITA DI TUTTI I SANTI 10 -11.30 15(cimitero) 18.30

2 Novembre COMMEMORAZIONE DEI FEDELI DEFUNTI 8.30 – 18.30


Programma catechesi famiglie 2021-22

Parrocchia Collegiata S.Stefano Castelfidardo Tel.071 9011428

www.santostefanocastelfidardo.it    email: parrocchia@santostefanocastelfidardo.it

      CATECHESI DELLE FAMIGLIE  2021/2022

  Carissimi, Gesù Cristo ci chiama a stare con lui, INSIEME, oltre la pandemia.

 Torniamo all’essenziale, riscopriamo la centralità della FEDE

in un cammino “SINODALE” di un popolo pasquale

 Ci incontriamo il SABATO ORE 15  (Genitori e figli insieme)

   Collegiata Santo Stefano:  PRIMI  INCONTRI NECESSARI:

SABATO   13 NOVEMBRE e 19 FEBBRAIO Famiglie quarte elementari (portare il Vangelo)

SABATO  20 NOVEMBRE e 26 MARZO Famiglie  terze medie  (portare Atti degli Apostoli)

SABATO  27 NOVEMBRE  Famiglie  terze elementari (portare il Vangelo)

SABATO  4  DICEMBRE  Famiglie   seconde medie (consegna Atti degli Apostoli)

Pro-memoria PER LE FAMIGLIE  DELLA COMUNIONE (3^4^ el.)

Sabato ore 14.45- 16.00 :ACR casa parrocchiale.  

Domenica ore 10 S.MESSA con Famiglie e catechisti (Collegiata)

 3^ elementare: Domenica  14 novembre ore 10  CONSEGNA DEL VANGELO alle Famiglie 

 4^  elementare Sabato 26 FEBBRAIO  ore 15  FESTA DEL PERDONO: (veste battesimale)

                         Domenica 6 marzo ore 10:  PRESENTAZIONE DEI COMUNICANDI 

DOMENICA 24 APRILE ORE 10: S.MESSA DELLE 4 PARROCCHIE (stadio “Leo Gabbanelli”)

Ritiro per la Messa di Comunione:  28-29-30 aprile ore 14.30-16

Venerdi  29 aprile ore 21: Incontro-preghiera con le  famiglie della Comunione (confessioni)                

DOMENICA 1 MAGGIO: ORE 9,30 e 11.00 MESSA DI COMUNIONE

14 maggio  ore 18: Processione dei Santi  Vittore e Corona  S.Messa = Abiti di  Comunione

 19 giugno  CORPUS DOMINI  ore 21 S.Messa e Processione   = Abiti di  Comunione

  Pro-memoriaPER LE FAMIGLIE DELLA CRESIMA(2^3^ media)

Sabato ore 14.45: ACR: 2^ Media Casa parr. 3^ Media Toniolo.

Domenica ore 10 S.MESSA con famiglie e catechisti

2^Media: Sabato 4 dicembre ore 15: Consegna Atti degli Apostoli alle famiglie

3^ Media: Domenica 3 aprile ore 10 PRESENTAZIONE  DEI CRESIMANDI e PADRINI (persone credenti-credibili-praticanti, che si impegnano  con la preghiera, la parola, l’esempio, il sostegno spirituale e morale,   ad accompagnare i  cresimati)

 5-6-7 maggio  ore 16-17.30: Ritiro per la  S. Cresima

Venerdì 6 maggio ore 21 Incontro con genitori e padrini ( Candela del  battesimo)

S.CRESIMA  DOMENICA 8 MAGGIO ore  9.30 e 11.30

14   maggio: ORE 18  Processione dei  Santi Vittore e Corona Patroni di Castelfidardo

 Domenica 19 giugno  CORPUS DOMINI  ore  21 S.Messa e Processione                                                    

                   PREGHIERA DEI GENITORI

Signore Dio nostro Padre, Tu hai chiamato per nome noi genitori e i nostri figli: fà  che ascoltiamo la tua Parola.

Tu ci conosci e ci ami: fa che durante questi incontri impariamo anche noi a conoscerTi  e ad amarTi sempre di più.

Noi genitori vogliamo accompagnare con la parola e l’esempio i nostri figli:

aiutaci a essere cristiani coerenti nella Fede e portatori di Misericordia. Amen.       

  I Catechisti Educatori-Animatori                                 Il Parroco


E’ tempo di camminare insieme!

Partecipare tutti al sinodo è un impegno ecclesiale irrinunciabile

  • 17 Ottobre 2021
…genitori, figli, nonni, nipoti, grandi, piccoli, bimbi, ragazzi, giovani, adulti, anziani, sposi, consacrati, preti, frati, suore,…
CAMMINIAMO INSIEME DIETRO A GESU’ CRISTO

La Chiesa in Italia si mette in cammino: Domenica 17 ottobre 2021 in tutte le Messe viviamo questo momento nella processione d’ingresso in Chiesa di una rappresentanza del tutto il popolo di Dio che cammina insieme.

L’ Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei vescovi, ha per tema: “Per una Chiesa sinodale: comunione, partecipazione e missione”. Papa Francesco ha parlato delle tre parole chiave del titolo: comunione e missione servono alla Chiesa per contemplare e imitare la vita della Santissima Trinità, ma rischiano di rimanere un po’ astratte se non si coltiva una prassi ecclesiale che promuova il coinvolgimento partecipato di ciascuno, un’esigenza della fede battesimale. Solo così si può vivere questo incontro come un tempo di grazia che ci permetta di cogliere almeno tre opportunità:

«La prima è quella di incamminarci non occasionalmente ma strutturalmente verso una Chiesa sinodale: un luogo aperto, dove tutti si sentano a casa e possano partecipare. Il Sinodo ci offre poi l’opportunità di diventare Chiesa dell’ascolto: di prenderci una pausa dai nostri ritmi, di arrestare le nostre ansie pastorali per fermarci ad ascoltare. […] Infine, abbiamo l’opportunità di diventare una Chiesa della vicinanza. Torniamo sempre allo stile di Dio: lo stile di Dio è vicinanza, compassione e tenerezza.»

Leggi qui il testo completo del discorso

Il pontefice ha poi parlato dei rischi: quello del formalismo, con il sinodo come evento di facciata e non percorso di effettivo discernimento spirituale; dell’intellettualismo, che fa rifuggire dai reali problemi della Chiesa; dell’immobilismo, perché adattare soluzioni vecchie a problemi nuovi non serve. Per una Chiesa diversa occorre aprirsi a ciò che Dio le vuole suggerire tramite lo Spirito Santo. Alla messa per l’apertura del Sinodo, il Papa ha proseguito il discorso nell’omelia, guardando all’episodio evangelico della domenica in chiave sinodale. Gesù «andava per la strada» (Mc 10,17), affiancandosi al cammino dell’uomo, e questo evento della Chiesa deve andare sulla stessa strada. Egli prima incontra il ricco, poi ascolta le sue domande e infine lo aiuta a discernere su che cosa fare per avere la vita eterna: incontrare, ascoltare, discernere dovranno essere i tre verbi da seguire.

«Il Sinodo è un cammino di discernimento spirituale, di discernimento ecclesiale, che si fa nell’adorazione, nella preghiera, a contatto con la Parola di Dio. […] Essa orienta il Sinodo perché non sia una “convention” ecclesiale, un convegno di studi o un congresso politico, perché non sia un parlamento, ma un evento di grazia, un processo di guarigione condotto dallo Spirito. In questi giorni Gesù ci chiama, come fece con l’uomo ricco del Vangelo, a svuotarci, a liberarci di ciò che è mondano, e anche delle nostre chiusure e dei nostri modelli pastorali ripetitivi; a interrogarci su cosa ci vuole dire Dio in questo tempo e verso quale direzione vuole condurci.»


Maestro buono, seguire Te è Vita Eterna !

XXVIII domenica

  • 8 Ottobre 2021

Tempo ordinario, Anno B

Letture: Sapienza 7,7-11; Salmo 89; Lettera agli ebrei 4, 12-13; Marco 10, 17-30

17Mentre andava per la strada, un tale gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?». 18Gesù gli disse: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo. 19Tu conosci i comandamenti: Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, non frodare, onora tuo padre e tua madre». 20Egli allora gli disse: «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza». 21Allora Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò e gli disse: «Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!». 22Ma a queste parole egli si fece scuro in volto e se ne andò rattristato; possedeva infatti molti beni.
23Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: «Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio!». 24I discepoli erano sconcertati dalle sue parole; ma Gesù riprese e disse loro: «Figli, quanto è difficile entrare nel regno di Dio! 25È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio». 26Essi, ancora più stupiti, dicevano tra loro: «E chi può essere salvato?». 27Ma Gesù, guardandoli in faccia, disse: «Impossibile agli uomini, ma non a Dio! Perché tutto è possibile a Dio».
28Pietro allora prese a dirgli: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito». 29Gesù gli rispose: «In verità io vi dico: non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi per causa mia e per causa del Vangelo, 30che non riceva già ora, in questo tempo, cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e la vita eterna nel tempo che verrà.

Gesù è sulla strada, il luogo che più amava: la strada, che è di tutti, collega i lontani, è libera e aperta, una breccia nelle mura, ama gli orizzonti. Ed ecco un tale, uno senza nome ma ricco (la sua identità rubata dal denaro) gli corre incontro. Corre, come uno che ha fretta, fretta di vivere, di vivere davvero. L’uomo senza nome sta per affrontare un grande rischio: interroga Gesù per sapere la verità su se stesso. «Maestro buono, è vita o no la mia? Cosa devo fare per essere vivo davvero?». Domanda eterna. Universale. Gesù risponde elencando cinque comandamenti e un precetto. «Maestro, tutto questo io l’ho già fatto, da sempre. Eppure… Gesù fissò lo sguardo su di lui e lo amò. Lo amò per quel “eppure”, che racconta fame e sete d’altro: osservare la legge non ha riempito la vita.

Gesù lo fissa. Quell’uomo fa una esperienza da brividi, sente su di sé lo sguardo di Gesù, incrocia i suoi occhi amanti, può naufragarvi dentro. E se io dovessi continuare il racconto direi: adesso gli va dietro, adesso è preso dall’incantamento, dal fascino del Signore, non resiste… Invece la conclusione cammina nella direzione che non ti aspetti: «Una cosa ti manca, va’, vendi, dona ai poveri…». Dona. Sarai felice se farai felice qualcuno. Tu non sei ciò che hai, ma ciò che dai. Dare: verbo pauroso. Noi vogliamo prendere, trattenere, accumulare. Dare ai poveri… Nel Vangelo il verbo amare si traduce sempre con il verbo dare. Ma l’uomo ricco se ne va triste. Noi tutti abbiamo due vite in guerra tra loro: una è fatta di cose e di quotidiano e la seconda si nutre di richiami e appelli, di vocazione e sogno. L’uomo ricco cammina triste: hanno vinto le cose e il denaro; non seguirà più la vita come appello, ma solo la vita come esistenza ordinaria, ostaggio delle cose.

Per tre volte oggi si dice che Gesù “guardò”: con amore, con preoccupazione, con incoraggiamento. La fede altro non è che la mia risposta al corteggiamento di Dio, un’avventura che nasce da un incontro, quando Dio entra in te e io gli do tempo e cuore. Ecco allora una delle parole più belle di Gesù: tutto è possibile presso Dio. Egli è capace di far passare un cammello per la cruna di un ago. Dio ha la passione dell’impossibile. Dieci cammelli passeranno. Don Milani sul letto di morte lo ha capito: adesso finalmente vedo il cammello passare per la cruna dell’ago. Era lui, il cammello, lui di famiglia ricca e potente, che passava per la cruna della piccolezza. Signore, ecco noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito, cosa avremo in cambio? Avrai in cambio cento fratelli e un cuore moltiplicato.

«Con gli occhi nel sole
a ogni alba io so
che rinunciare per te
è uguale a fiorire» (M. Marcolini).

Ermes Ronchi
Avvenire