MARIA, L’IMMACOLATA   Recently updated !

Maria di Nazareth

In quel tempo, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: «Rallègrati, piena di grazia: il Signore è con te». A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo» (…).

L’angelo Gabriele, lo stesso che «stava ritto alla destra dell’altare del profumo» (Lc 1,11), è volato via dall’incredulità di Zaccaria, via dall’immensa spianata del tempio, verso una casetta qualunque, un monolocale di povera gente. Straordinario e sorprendente viaggio: dal sacerdote anziano a una ragazza, dalla Città di Dio a un paesino senza storia della meticcia Galilea, dal sacro al profano. Il cristianesimo non inizia al tempio, ma in una casa. La prima parola dell’angelo, il primo “Vangelo” che apre il vangelo, è: rallegrati, gioisci, sii felice. Apriti alla gioia, come una porta si apre al sole: Dio è qui, ti stringe in un abbraccio, in una promessa di felicità.

Le parole che seguono svelano il perché della gioia: sei piena di grazia. Maria non è piena di grazia perché ha risposto “sì” a Dio, ma perché Dio per primo ha detto “sì” a lei, senza condizioni. E dice “sì” a ciascuno di noi, prima di qualsiasi nostra risposta. Che io sia amato dipende da Dio, non dipende da me. Quel suo nome, “Amata-per-sempre” è anche il nostro nome: buoni e meno buoni, ognuno amato per sempre. Piccoli o grandi, tutti continuamente riempiti di cielo. Il Signore è con te.

Quando nella Bibbia Dio dice a qualcuno “io sono con te” gli sta consegnando un futuro bellissimo e arduo (R. Virgili). Lo convoca a diventare partner della storia più grande. Darai alla luce un bimbo, che sarà figlio della terra e figlio del cielo, figlio tuo e figlio dell’Altissimo, e siederà sul trono di David per sempre. La prima parola di Maria non è il “sì” che ci saremmo aspettati, ma la sospensione di una domanda: come avverrà questo? Matura e intelligente, vuole capire per quali vie si colmerà la distanza tra lei e l’affresco che l’angelo dipinge, con parole mai udite… Porre domande a Dio non è mancare di fede, anzi è voler crescere nella consapevolezza.

La risposta dell’angelo ha i toni del libro dell’Esodo, di una nube oscura e luminosa insieme, che copre la tenda, la riempie di presenza. Ma vi risuona anche la voce cara del libro della vita e degli affetti: è il sesto mese della cugina Elisabetta. Maria è afferrata da quel turbinio di vita, ne è coinvolta: ecco la serva del Signore. Nella Bibbia la serva non è “la domestica, la donna di servizio”. Serva del re è la regina, la seconda dopo il re: il tuo progetto sarà il mio, la tua storia la mia storia, Tu sei il Dio dell’alleanza, e io tua alleata. Sono la serva, e dice: sono l’alleata del Signore delle alleanze. Come quello di Maria, anche il nostro “eccomi!” può cambiare la storia. Con il loro “sì” o il loro “no” al progetto di Dio, tutti possono incidere nascite e alleanze sul calendario della vita.

Letture: Genesi 3,9-15.20; Salmo 97; Efesini 1,3-6.11-12; Luca 1, 26-38

Ermes Ronchi
Avvenire

Giovanni, uomo mandato da Dio

In quei giorni venne Giovanni il Battista e predicava nel deserto della Giudea dicendo: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!». Egli infatti è colui del quale aveva parlato il profeta Isaia quando disse: «Voce di uno che grida nel deserto: “Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri!”». E lui, Giovanni, portava un vestito di peli di cammello e una cintura di pelle attorno ai fianchi; il suo cibo erano cavallette e miele selvatico. Allora Gerusalemme, tutta la Giudea e tutta la zona lungo il Giordano accorrevano a lui e si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati. Vedendo molti farisei e sadducei venire al suo battesimo, disse loro: «Razza di vipere! Chi vi ha fatto credere di poter sfuggire all’ira imminente? Fate dunque un frutto degno della conversione, e non crediate di poter dire dentro di voi: «Abbiamo Abramo per padre!». Perché io vi dico che da queste pietre Dio può suscitare figli ad Abramo. Già la scure è posta alla radice degli alberi; perciò ogni albero che non dà buon frutto viene tagliato e gettato nel fuoco. Io vi battezzo nell’acqua per la conversione; ma colui che viene dopo di me è più forte di me e io non sono degno di portargli i sandali; egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. Tiene in mano la pala e pulirà la sua aia e raccoglierà il suo frumento nel granaio, ma brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile».

La seconda domenica di Avvento ci pone in contatto con la figura di Giovanni Battista. Figura che nei vangeli è ancillare nei confronti del Messia, del Veniente, tanto che il Battista è chiamato “precursore” in rapporto appunto a colui che viene “dietro” a lui (Mt 3,11 usa un’espressione che normalmente indica la sequela, quasi a indicare il discepolato di Gesù nei confronti di Giovanni: Mt 4,19;10,38; 16,24): quel Gesù che il Battista dichiara essere detentore di un potere maggiore e portatore di una missione ben più radicale e decisiva rispetto alla sua. Giovanni è colui che sa diminuire, sa cedere il passo a un altro.

“In quei giorni sopraggiunge Giovanni, il Battista” (Mt 3,1): è la prima menzione di Giovanni nel Vangelo secondo Matteo. Egli compare in scena solo ora, improvvisamente. Narrativamente è una sorpresa. C’è un inizio, un cominciamento, di cui Giovanni si fa protagonista. L’indicazione “in quei giorni” è molto generica e non vuole stabilire una sincronia con ciò che è detto prima (dove si parla di Gesù ancora bambino portato dai suoi genitori a Nazaret ritornando dall’Egitto). Si tratta piuttosto di una cronologia teologica che, riprendendo espressioni analoghe presenti nei profeti (Zc 8,23 lxx; Ger 38,29 lxx; Gl 4,1 lxx), indica i tempi messianici, il tempo del compimento dei tempi, i tempi ultimi. Il Battista stesso viene presentato come compimento scritturistico. Letteralmente: “Egli è colui che fu detto per mezzo del profeta Isaia” (Mt 3,3). Di Giovanni, Matteo sottolinea il fatto che predica. “Venne Giovanni il Battista e predicava nel deserto della Giudea”. Giovanni è presentato come uomo della parola, più che come battezzatore, come avviene invece nel Vangelo secondo Marco in cui anche la predicazione è totalmente tesa al battesimo (“proclamava un battesimo di conversione”: Mc 1,4).

Matteo accorda rilievo particolare alla predicazione: per lui Giovanni è un profeta, un uomo della parola, abitato dal rigore della parola. La sua ascesi, sottolineata dal suo abito, che è l’abito semplice e rude dei profeti, e il suo cibo essenziale e povero, lo hanno reso un asceta della parola. Chi va all’essenziale ritirandosi nel deserto, chi si lascia istruire dalla solitudine e dal silenzio, chi si misura sull’essenziale del proprio corpo, dunque del cibo e del vestito, viene anche ricondotto all’essenziale umano costituito dalla parola. E la povertà e il rigore del suo vivere gli consentono la libertà della parola che si presenta forte, coraggiosa, perfino aspra. Sempre la povertà è custode della libertà e del coraggio. Il coraggio caratterizza il Battista, uomo che dà inizio a qualcosa di nuovo. E il coraggio è la capacità di dare inizio, è la virtù del cominciamento, di osare iniziare qualcosa anche quando questo è rischioso e mette a repentaglio qualcosa di sé e perfino la propria vita. Giovanni ha osato compiere una scelta e andarvi fino in fondo, percorrendo la via intrapresa fino alle estreme conseguenze, con una perseveranza coraggiosa. Capacità di osare un inizio, il coraggio diviene anche forza di resistere e perseverare nell’opacità del quotidiano, di dare continuità a ciò che si è iniziato.

C’è un coraggio della normalità e della quotidianità, molto più costoso del coraggio dell’istante, dell’atto coraggioso ma slegato da una durata. Giovanni ha operato una scelta contrastata, costosa, sofferta, una scelta di marginalità, di migrazione nel deserto: lui che era di stirpe sacerdotale e il cui padre officiava al tempio di Gerusalemme (cf. Lc 1,5-25), ha preso una decisione di rottura con un ambiente più centrale e importante, per andare nel deserto. Ha operato una scelta che implicava un giudizio su ciò che egli lasciava. Un po’ come avveniva per i membri della comunità di Qumran che abbandonavano Gerusalemme e si ritiravano nel deserto, nelle stesse zone dove i vangeli situano il ministero di Giovanni, per realizzare il programma delineato nella Regola della loro comunità di “separarsi dagli uomini dell’ingiustizia per andare nel deserto a preparare la via del Signore come sta scritto: ‘Nel deserto preparate la via del Signore, appianate nella steppa un sentiero per il nostro Dio’”.

E come ogni decisione coraggiosa, anche quella di Giovanni viene presa nella tenebra, nel buio, nella notte, ma diviene poi una luce per molti, sprigiona la forza di un fiat lux, di indicazione di una via da percorrere per molti. Come avviene qui, dove Giovanni arriva a popolare il deserto facendovi accorrere folle da tutte le parti (Mt 3,5). Il coraggio emerge anche nella solitudine di Giovanni. Il coraggioso osa dire di no, non conformarsi, anche di fronte ai potenti. Come farà Giovanni la cui parola franca e senza compromessi rivolta a Erode gli procurerà la morte: “Erode aveva fatto arrestare Giovanni e lo aveva fatto incatenare e gettare in prigione a causa di Erodiade, moglie di suo fratello Filippo. Giovanni infatti gli diceva: “Non ti è lecito tenerla con te” (Mt 14,3-4).

Giovanni fa nascere dal silenzio austero in cui ha maturato le sue scelte, una parola semplice e chiara, una parresía che gli costerà la vita. Giovanni è anzitutto un martire della parola. Anche in questo Giovanni apre la strada a Gesù e al coraggio e alla parresía che Gesù manifesterà. A quella parola franca e libera che porterà chi ascolta Gesù a dire: “Mai un uomo ha parlato così” (Gv 7,46). A fronte di Giovanni, martire della parola, vi è chi uccide con le parole. Nella scena descritta superbamente da Marco, Erode con una parola leggera, non pensata, una parola da ubriaco, una parola pronunciata nel corso di un banchetto di fronte a una giovane seducente, mostra come facilmente la parola possa uccidere (cf. Mc 6,17-29). Davvero, Giovanni non solo prepara la via al Veniente, ma fa della sua intera vita la traiettoria che il Messia stesso seguirà. Fino alla morte violenta.

E il coraggio e la parresía del Battista si manifestano anche nelle parole che egli pronuncia verso sadducei e farisei. “Vedendo molti farisei e sadducei venire al suo battesimo disse loro: Razza di vipere…”. Giovanni discerne l’intenzione del cuore di molti di coloro che venivano a farsi battezzare ma che non volevano accompagnare il gesto esteriore dell’immersione con il movimento della conversione del cuore. Colpisce la parola sicura di Giovanni. Come può sapere Giovanni ciò che i sadducei e i farisei pensano nel segreto del loro cuore? Giovanni agisce e parla come profeta, e proprio del profeta era il dono della cardiognosi, della capacità di leggere i pensieri, di conoscere e svelare i pensieri del cuore, come i vangeli diranno più volte anche di Gesù.

Le parole del Battista colpiscono un meccanismo ben noto a ognuno di noi. Il meccanismo dell’autogiustificazione. “Non pensate di poter dire in voi stessi: Abbiamo Abramo per padre”, non pensate di potervi adagiare sulla sicurezza di una salvezza che si riceverebbe come in eredità, per diritto, e di non dover fare nessun sforzo di cambiamento, nessuna conversione. Per noi normalmente, nel quotidiano, i meccanismi di autogiustificazione sono più banali, e scattano di fronte a pur minime correzioni, a osservazioni anche di piccola portata. Perché? Perché mai ci sentiamo attaccati? E perché mai ci sentiamo in dovere di difenderci? E di difendere che cosa? Ovvio, un’immagine di sé, che è ciò che spesso ci sta a cuore più della nostra stessa realtà, di chi siamo realmente. L’autogiustificazione è il meccanismo con cui ci ostiniamo a non voler vedere noi stessi in verità, e preferiamo la maschera. E così ci illudiamo, illudiamo noi stessi e gli altri. E, onorando l’etimologia del temine illusione facciamo della vita e delle relazioni un gioco, un ludus.

Giovanni stronca sul nascere i pensieri di giustificazione di sé che insorgono nel cuore di coloro che vengono al suo battesimo. E la scure posta alla radice degli alberi con cui annuncia il giudizio escatologico, diviene la scure della sua parola, vera spada a doppio taglio che recide in radice le pretese di giustizia di farisei e sadducei. La parola di Giovanni qui esercita la funzione di un ventilabro, mette in crisi, ovvero esercita un giudizio, e non a caso sarà ripresa da Gesù quando stigmatizzerà scribi e farisei denunciando la loro ipocrisia: “Razza di vipere” dirà loro in Mt 23,33, come fa qui Giovanni in Mt 3,7. È vero, il giudice implacabile annunciato da Giovanni non si presenterà, verrà il Messia mite e umile di cuore, ma questo Messia avrà una parola forte e tagliente, dura e capace di portare alla luce ciò che normalmente resta nascosto. Non sarà il giudice che condanna, ma la sua parola sarà portatrice di un giudizio, un giudizio necessario per fare la verità, per uscire dai meccanismi della menzogna e dell’autogiustificazione. Per fare la verità occorre in effetti leggere il proprio cuore e riconoscere il proprio peccato, come fanno coloro che si fanno immergere dal Battista. E che credono che la giustificazione non viene da loro stessi, ma da Dio attraverso la fede.

Luciano Manicardi
Monastero di Bose


1^ Domenica di Avvento 2019   Recently updated !

…con Maria incontro a Gesù con gioia…

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Come furono i giorni di Noè, così sarà la venuta del Figlio dell’uomo. Infatti, come nei giorni che precedettero il diluvio mangiavano e bevevano, prendevano moglie e prendevano marito, fino al giorno in cui Noè entrò nell’ arca, e non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e travolse tutti: così sarà anche la venuta del Figlio dell’uomo. Allora due uomini saranno nel campo: uno verrà portato via e l’altro lasciato. Due donne macineranno alla mola: una verrà portata via e l’altra lasciata. Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. Perciò anche voi tenetevi pronti perché, nell’ ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo».

Al tempo di Noè gli uomini mangiavano e bevevano… e non si accorsero di nulla. Non si accorsero che quel mondo era finito. I giorni di Noè sono i giorni della superficialità: «il vizio supremo della nostra epoca» (R. Panikkar). L’Avvento che inizia è invece un tempo per accorgerci. Per vivere con attenzione, rendendo profondo ogni momento. L’immagine conduttrice è Miriam di Nazaret nell’attesa del parto, incinta di Dio, gravida di luce. Attendere, infinito del verbo amare. Le donne, le madri, sanno nel loro corpo che cosa è l’attesa, la conoscono dall’interno. Avvento è vita che nasce, dice che questo mondo porta un altro mondo nel grembo; tempo per accorgerci, come madri in attesa, che germogli di vita crescono e si arrampicano in noi. Tempo per guardare in alto e più lontano.

Anch’io vivo giorni come quelli di Noè, quando neppure mi accorgo di chi mi sfiora in casa e magari ha gli occhi gonfi, di chi mi rivolge la parola; di cento naufraghi a Lampedusa, di questo pianeta depredato, di un altro kamikaze a Bagdad. È possibile vivere senza accorgersi dei volti. Ed è questo il diluvio! Vivere senza volti: volti di popoli in guerra; di bambini vittime di violenza, di fame, di abusi, di abbandono; volti di donne violate, comprate, vendute; volti di esiliati, di profughi, di migranti in cerca di sopravvivenza e dignità; volti di carcerati nelle infinite carceri del mondo, di ammalati, di lavoratori precari, senza garanzia e speranza, derubati del loro futuro; è possibile, come allora, mangiare e bere e non accorgersi di nulla. I giorni di Noè sono i miei, quando dimentico che il segreto della mia vita è oltre me, placo la fame di cielo con larghe sorsate di terra, e non so più sognare. Se il padrone di casa sapesse a quale ora viene il ladro…

Mi ha sempre inquietato l’immagine del Signore descritto come un ladro di notte. Cerco di capire meglio: perché so che Dio non è ladro di vita. Solo pensarlo mi sembra una bestemmia. Dio viene, ma non è la morte il suo momento. Verrà, già viene, nell’ora che non immagini, cioè adesso, e ti sorprende là dove non lo aspetti, nell’abbraccio di un amico, in un bimbo che nasce, in una illuminazione improvvisa, in un brivido di gioia che ti coglie e non sai perché. È un ladro ben strano: è incremento d’umano, accrescimento di umanità, intensificazione di vita, Natale. Tenetevi pronti perché nell’ora che non immaginate viene il Figlio dell’Uomo. Tenersi pronti non per evitare, ma per non mancare l’incontro, per non sbagliare l’appuntamento con un Dio che viene non come rapina ma come dono, come Incarnazione, «tenerezza di Dio caduta sulla terra come un bacio» (Benedetto Calati).

Letture: Isaia 2,1-5; Salmo 121; Romani 13,11-14; Matteo 24,37-44

Ermes Ronchi
Avvenire

Il brano fa parte di un più ampio discorso di Gesù, dove l’annuncio centrale riguarda la sua venuta ultima e visibile: “Vedranno il Figlio dell’uomo venire sopra le nubi del cielo con grande potenza e gloria. Egli manderà i suoi angeli con una grande tromba e raduneranno tutti i suoi eletti dai quattro venti, da un estremo all’altro dei cieli” (Mt 24, 30-31). È un avvenimento splendido e gioioso: Gesù risorto, nella pienezza del suo potere regale, verrà a raccogliere attorno a sé tutta la famiglia e darà inizio alla festa eterna del Regno di Dio. Così professiamo nel Credo: “E di nuovo verrà nella gloria, per giudicare i vivi e i morti, e il suo regno non avrà fine”.

Facendosi ancora una volta interprete di un episodio chiave dell’antico testamento, quello del diluvio universale (Gn 6,5-8,22), Gesù sembra voler dire che il pericolo per l’uomo rimane sempre lo stesso, fin dai tempi di Noè: il torpore della coscienza che impedisce la vigilanza. Mangiare e bere, prendere moglie e marito non sono attività di per sé stesse riprovevoli, ma divengono simboli della quintessenza della banalità e della miopia spirituale quando non sono accompagnate dall’attenzione per i segni dei tempi; così il rischio è quello di farsi sorprendere e travolgere dall’inatteso: 1Ts 5,2 “Come la folgore viene da oriente e brilla ad occidente così sarà la venuta del Figlio dell’uomo”. Questa ignoranza si inscrive nella nostra natura; manifesta che la nostra vita, in fin dei conti, ci sfugge.

L’immagine del diluvio potrebbe indurre a una concezione catastrofica della fine e più globalmente del tempo, accentuando ulteriormente l’intreccio tra tempo e paura. Non è così. Il diluvio è piuttosto, secondo la tradizione, profezia e immagine della Pasqua: tutto un mondo vecchio deve finire, e tutto, nell’arca e dall’arca, cioè in Cristo e da Cristo, deve risorgere nuovo. Questa sembra essere l’originalità assoluta che la fede cristiana assegna alla categoria del tempo e quindi alla prospettiva della storia: non abbiamo davanti a noi la catastrofe della morte ma la pienezza della vita.

Chi accoglie questo annuncio di Gesù vive nell’attesa, colma di speranza, di un lieto evento. La sua venuta segnerà, appunto, la fine di questo vecchio mondo dove dominano l’egoismo, la sopraffazione, l’odio, la morte, e inaugurerà un mondo radicalmente nuovo, fraterno, dove l’unità degli uomini con Dio e tra loro sarà perfetta, la vita piena e la gioia straripante, senza fine. Si realizzerà la visione stupenda del profeta Isaia (2, 1-5: I lettura). Verrà un tempo in cui gli strumenti di guerra (spade, lance) saranno trasformati in strumenti di lavoro e di servizio all’uomo (vomeri, falci): gli uomini disimpareranno a fare la guerra. Novità assoluta, che sarà il frutto della loro conversione a Dio: “Verranno molti popoli e diranno: Venite, saliamo al monte del Signore…”. Nell’incontro con Lui si scopriranno fratelli. Questa visione del futuro del mondo e della storia è l’esatto contrario dello spettacolo a cui oggi assistiamo. Se dunque, come è vero e giusto, sappiamo che ci attende un giudizio divino, è decisivo sapere che tale giudizio si dà in riferimento alla responsabilità che abbiamo di fronte al compimento divino della storia.

Tuttavia proprio l’ignoranza del momento in cui il Signore ritornerà sembra poter porre una forte ipoteca sull’atteggiamento dell’uomo: vivendo una porzione di tempo necessariamente limitata, storica, è facile farsi cogliere da cali di tensione, dalla tentazione cioè di considerare il ritorno di Cristo come un evento lontano, posto in un tempo indefinito che oltrepassa i limiti dell’esistenza individuale; e se questa era forse già la situazione della comunità per la quale Matteo scrive il suo vangelo, questo atteggiamento riguarda forse ancor più drammaticamente noi per i quali quell’urgenza e quell’imminenza del suo ritorno, di cui Gesù ci parla, sembra aver perso molta della sua forza stringente. Invece questo evento si situa nell’oggi di ognuno di noi, intento alle proprie occupazioni.

Da ciò scaturisce l’esortazione perentoria che il Signore lancia alla comunità: “vegliate, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro viene”. La venuta del Signore coinvolge ciascuno di noi già nella sua storia, come ci rivela anche quel verbo coniugato al presente, “viene” (contrariamente al futuro “verrà” delle traduzioni correnti) che accorcia drasticamente ogni distanza. Per la maggior parte degli uomini, e quasi sicuramente anche per noi, questo appello riguarda non il giorno della venuta gloriosa di Cristo, ma quello della nostra morte, in cui la venuta finale di Gesù viene in un certo senso anticipata. Oggi molti tentano di rimuovere il pensiero della morte: vorrebbero vivere spensieratamente e morire senza accorgersene, vivendo sommersi nel torpore dello spirito. Le conseguenze sono ben note: si vive nella distrazione e nella superficialità, non si riflette su ciò che è veramente decisivo, si scommette su tante cose meno che sull’essenziale, si ergono muri contro i fratelli.

Contro la facile tendenza a cercare giustificazioni o attenuanti di tale comportamento nei condizionamenti ambientali e sociali, Gesù riafferma con forza che è l’uomo con la sua libertà a determinare l’indirizzo e l’esito della sua vita: L’appello di Gesù è ripreso in modo accorato da Paolo (Rm 13, 11-14: II lettura): “È ormai tempo di svegliarvi dal sonno…Comportatevi onestamente come in pieno giorno: non in mezzo a gozzoviglie e ubriachezze, non fra impurità e licenze, non in contese e gelosie. Rivestitevi invece del Signore Gesù Cristo.” Cioè approfondite la vostra relazione con Gesù fino a essere assimilati a Lui. Il paragone con il ladro ci dice di vegliare pur non sapendo in quale veglia il ladro viene. In altre parole, l’effetto sorpresa è ineliminabile, e con ragione l’Apocalisse paragona il Figlio dell’uomo al ladro: “Ecco, io vengo come un ladro; beato chi è vigilante e conserva le sue vesti per non dover andare nudo e mostrare la sua vergogna!” (Ap 16,15).

Gesù invita dunque a vivere in tensione il tempo dell’attesa (ad-tendere appunto) e ciò comporta quello spostamento spirituale e pratico al contempo che Paolo ci suggerisce, fornendoci una splendida esegesi del nostro vangelo: “voi, fratelli, non siete nelle tenebre, così che quel giorno possa sorprendervi come un ladro; voi tutti infatti siete figli della luce e figli del giorno […]. (1Ts 5,4-8). Vigilare dunque, per essere pronti ad accogliere in ogni momento la visita del Signore, così come pronte alle nozze sono le vergini che hanno preso l’olio per le loro lampade (Mt. 25,10) e come ancora ci invita a fare Luca “Siate pronti, con la cintura ai fianchi e le lucerne accese” (Lc. 12,35).

Il racconto diventa allora la definizione dello stile di vita del cristiano, che non affonda nel sonno dell’indifferenza, ma è vigile come il padrone di casa, attento anche al più piccolo segnale che gli giunge agli orecchi dal buio della notte. In conclusione, vigilanza non è solo un’attesa paziente della parusìa, tanto meno un’attesa paralizzante del giudizio, ma è il miglior uso possibile dei doni che Dio ci ha fatto, delle poche cose di cui disponiamo. È la virtù del tempo intermedio, il tempo della prova, fra il primo e il secondo Avvento, come dice S. Agostino. E in questa vigilanza si realizza già la nostra gioia “Rallegriamoci ed esultiamo, rendiamo a Lui gloria, perché sono giunte le nozze dell’agnello, la sua sposa è pronta” (Ap 19,7).

Annalisa
Comunità Kairòs


domenica 24 novembre 2019: CRISTO RE DELL’UNIVERSO

GIUDIZIO UNIVERSALE, altorilievo, opera di Edgardo Mugnoz

In quel tempo, [dopo che ebbero crocifisso Gesù,] il popolo stava a vedere; i capi invece deridevano Gesù dicendo: «Ha salvato altri! Salvi se stesso, se è lui il Cristo di Dio, l’eletto». Anche i soldati lo deridevano, gli si accostavano per porgergli dell’aceto e dicevano: «Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso». Sopra di lui c’era anche una scritta: «Costui è il re dei Giudei». […]

Sta morendo, posto in alto, nudo nel vento, e lo deridono tutti: guardatelo, il re! I più scandalizzati sono i devoti osservanti: ma quale Dio è il tuo, un Dio sconfitto che ti lascia finire così? Si scandalizzano i soldati, gli uomini forti: se sei il re, usa la forza! E per bocca di uno dei crocifissi, con una prepotenza aggressiva, ritorna anche la sfida del diavolo nel deserto: se tu sei il figlio di Dio… (Lc 4,3). La tentazione che il malfattore introduce è ancora più potente: se sei il Cristo, salva te stesso e noi. È la sfida, alta e definitiva, su quale Messia essere; ancora più insidiosa, ora che si aggiungono sconfitta, vergogna, strazio.

Fino all’ultimo Gesù deve scegliere quale volto di Dio incarnare: quello di un messia di potere secondo le attese di Israele, o quello di un re che sta in mezzo ai suoi come colui che serve (Lc 22,26); se il messia dei miracoli e della onnipotenza, o quello della tenerezza mite e indomita. C’è un secondo crocifisso però, un assassino “misericordioso”, che prova un moto compassione per il compagno di pena, e vorrebbe difenderlo in quella bolgia, pur nella sua impotenza di inchiodato alla morte, e vorrebbe proteggerlo: non vedi che anche lui è nella stessa nostra pena?

Una grande definizione di Dio: Dio è dentro il nostro patire, Dio è crocifisso in tutti gli infiniti crocifissi della storia, Dio che naviga in questo fiume di lacrime. Che entra nella morte perché là entra ogni suo figlio. Che mostra come il primo dovere di chi ama è di essere insieme con l’amato. Lui non ha fatto nulla di male. Che bella definizione di Gesù, nitida semplice perfetta: niente di male, per nessuno, mai, solo bene, esclusivamente bene. E Gesù lo conferma fino alla fine, perdona i crocifissori, si preoccupa non di sé ma di chi gli muore accanto e che prima si era preoccupato di lui, instaurando tra i patiboli, sull’orlo della morte, un momento sublime di comunione. E il ladro misericordioso capisce e si aggrappa alla misericordia: ricordati di me quando sarai nel tuo regno.

Gesù non solo si ricorderà, ma lo porterà via con sé, se lo caricherà sulle spalle, come fa il pastore con la pecora perduta e ritrovata, perché sia più leggero l’ultimo tratto di strada verso casa. Oggi sarai con me in paradiso: la salvezza è un regalo, non un merito. E se il primo che entra in paradiso è quest’uomo dalla vita sbagliata, che però sa aggrapparsi al crocifisso amore, allora le porte del cielo resteranno spalancate per sempre per tutti quelli che riconoscono Gesù come loro compagno d’amore e di pena, qualunque sia il loro passato: è questa la Buona Notizia di Gesù Cristo.

Letture: 2 Samuele 5,1-3; Salmo 121, Colossesi 1,12-20; Luca 23,35-43

Ermes Ronchi
Avvenire

Al termine dell’anno liturgico la liturgia ci invita a contemplare e a riflettere sulla regalità di Cristo. Ma qual è la vera regalità di Cristo? Quella di chi ama, perdona, cerca la comunione con gli uomini suoi fratelli fino alla fine. È la regalità di un Messia che regna non da un «trono comodo», ma «dal legno».

Gesù è appena stato ingiustamente crocifisso: lui, il «Giusto» (cf Lc 23, 47), è appeso ad una croce – sul cui capo viene posta l’iscrizione: «Costui è il re dei Giudei» – in mezzo a due malfattori. Eppure, in questa situazione così ignominiosa Gesù non minaccia, non castiga, non rimprovera, non risponde all’odio con l’odio, ma ha la forza di pronunciare una parola, per noi assurda, inaudita: «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno» (cf Lc 23, 34).

Nonostante questo suo gesto estremo d’amore, mentre il «popolo stava a vedere» Gesù crocifisso, i capi di Israele e i romani lo deridevano dicendo: «Ha salvato altri! Salvi se stesso, se lui è il Cristo di Dio, l’eletto». Ma Gesù non accetta di compiere gesti straordinari e spettacolari, non scende dalla croce, non salva se stesso come gli viene richiesto, ma resta sul patibolo che per lui diventa trono di gloria, dal quale viene il giudizio sui superbi e su quanti confidano in se stessi e dal quale sgorgano i fiumi della misericordia e della riconciliazione: «Oggi sarai con me nel paradiso».

Guardiamo spesso a Gesù crocifisso, nostro Re e Signore dell’universo! Volgendo lo sguardo alla croce che domina nelle nostre assemblee e nelle nostre case, impareremo che cosa vuol dire l’espressione: «Chi vuole salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia, la salverà» (cf Lc 9, 24). Guardando il crocifisso dobbiamo imparare, un poco alla volta, a morire al nostro egoismo, alla nostra superbia, alla nostra arroganza, alla nostra ipocrisia.

A Cristo Signore, Re dell’universo, rivolgiamoci ogni giorno con la preghiera che fece il malfattore: «Gesù, ricordati di me». Gesù, re crocifisso, che sulla croce ha mostrato il suo amore per noi e ha accolto la preghiera del buon ladrone, ci doni lo Spirito Santo affinché ci aiuti a camminare con gioia verso la casa del Padre.

Don Lucio D’Abbraccio


CATECHESI DELLE FAMIGLIE

Parrocchia Collegiata S.Stefano Castelfidardo Tel.071 9011428

www.santostefanocastelfidardo.it    email: parrocchia@santostefanocastelfidardo.it

      CATECHESI DELLE FAMIGLIE  2019/2020

                Carissimi, “Gesù Cristo è il volto della Misericordia del Padre”.

 Invitiamo tutti a  fare esperienza del Padre “ricco di Misericordia”, fonte di vita, gioia e pace;

                   pronti a dare testimonianza a chi  ci chiede conto della nostra FEDE. 

   Ci incontriamo il SABATO ORE 15  nel teatrino delle Suore  di S.Anna

                          PRIMI  INCONTRI NECESSARI:

SABATO   9 NOVEMBRE e18 GENNAIO Famiglie quarte elementari (portare il Vangelo)

SABATO  16 NOVEMBRE e 29 FEBBRAIO Famiglie  terze medie  (portare Atti degli Apostoli)

SABATO  23 NOVEMBRE  Famiglie  terze elementari (portare il Vangelo)

SABATO  30 NOVEMBRE  Famiglie   seconde medie (portare Atti degli Apostoli)

Pro-memoria PER LE FAMIGLIE  DELLA COMUNIONE (3^4^ el.)

Sabato ore 14.45- 16.00 :ACR casa parrocchiale.  

Domenica ore 10 S.MESSA con Famiglie e catechisti (Collegiata)

 3^ elementare: Domenica  27 ottobre ore 10  CONSEGNA DEL VANGELO alle Famiglie 

 4^  elementare Sabato 25 GENNAIO  ore 15  FESTA DEL PERDONO: (veste battesimale)

                         Domenica 1 marzo ore 10:  PRESENTAZIONE DEI COMUNICANDI 

DOMENICA 19 APRILE ORE 10: S.MESSA DELLE 4 PARROCCHIE (stadio “Leo Gabbanelli”)

Ritiro per la Messa di Comunione:  29-30 aprile 2 maggio ore 14.30-16

Mercoledi 29 aprile ore 21: Incontro-preghiera con le  famiglie della Comunione (confessioni)                

DOMENICA 3 MAGGIO: ORE 10 MESSA DI COMUNIONE

14 maggio  ore 18: Processione dei Santi  Vittore e Corona  S.Messa = Abiti di  Comunione

 14 giugno  CORPUS DOMINI  ore 21 S.Messa e Processione   = Abiti di  Comunione

  Pro-memoriaPER LE FAMIGLIE DELLA CRESIMA(2^3^ media)

Sabato ore 14.45: ACR: 2^ Media Casa parr. 3^ Media Toniolo.

Domenica ore 10 S.MESSA con famiglie e catechisti

 2^Media:  Domenica  24 novembre  ore 10 Consegna Atti degli Apostoli alle famiglie

3^ Media: Domenica 29 marzo ore 10 PRESENTAZIONE  DEI CRESIMANDI e PADRINI (persone credenti-credibili-praticanti, che si impegnano  con la preghiera, la parola, l’esempio, il sostegno spirituale e morale,   ad accompagnare i  cresimati)

 7-8-9 maggio  ore 16-17.30: Ritiro per la  S. Cresima

Venerdì 8 maggio ore 21 Incontro con genitori e padrini ( Candela del  battesimo)

S.CRESIMA  DOMENICA 10 MAGGIO ore  11.00

14   maggio: ORE 18  Processione dei  Santi Vittore e Corona Patroni di Castelfidardo

 Domenica 14 giugno  CORPUS DOMINI  ore  21 S.Messa e Processione                                                    

                   PREGHIERA DEI GENITORI

Signore Dio nostro Padre, Tu hai chiamato per nome noi genitori e i nostri figli: fà  che ascoltiamo la tua Parola.

Tu ci conosci e ci ami: fa che durante questi incontri impariamo anche noi a conoscerTi  e ad amarTi sempre di più.

Noi genitori vogliamo accompagnare con la parola e l’esempio i nostri figli:

aiutaci a essere cristiani coerenti nella Fede e portatori di Misericordia. Amen.        

        I Catechisti Educatori-Animatori                                 Il Parroco


ADOTTIAMO UN SEMINARISTA !

Per  Natale adottiamo un seminarista delle giovani chiese missionarie.

E’ un modo concreto per aiutarli a casa loro, in attesa che qualche germoglio di vocazione

spunti anche a casa nostra.

Chi vuole contribuire, si rivolga in Parrocchia.


Benvenuto Angelo, Vescovo e Pastore

Saluto della comunità cristiana

“Eccellenza Reverendissima  Vescovo e Pastore Angelo,

benvenuto  in questa Collegiata  Santo Stefano. Le quattro Parrocchie di Castelfidardo,le associazioni e i movimenti,  la salutano con  stima e affetto. Abbiamo   apprezzato il fatto che ha accolto il nostro invito per  Santo Stefano, nei giorni del Natale, quando  tutti desideriamo stare con la nostra famiglia, e Lei ha risposto che dal giorno della sua nomina a Vescovo di Ancona-Osimo, siamo noi la sua famiglia. Grazie!

Le siamo grati ancora di più in questo giorno, nel quale ha appena accompagnato alla Casa del Padre un sacerdote della nostra Diocesi, Don Leonida Fabietti, che il Signore ha voluto in cielo per questo Natale.

Il primo annuncio della Fede è arrivato in queste terre del Piceno, dal mare:

Ancona, dal porto, ha raccolto la testimonianza del primo martire, Santo Stefano, e custodisce ancora  una pietra del martirio,nel museo diocesano accanto alla Cattedrale di san Ciriaco Vescovo  Martire, anche lui venuto dal mare.

Numana, dal mare, ha accolto le reliquie dei  Santi Vittore e Corona , martiri  a Damasco nel 178.

Vittore è un soldato romano che ha conosciuto Gesù Cristo e ha scelto di seguirlo,andando in rotta di collisione con il suo imperatore; così  Corona (=Stefania in greco), che ha preso le difese  di Vittore durante il  processo e ha donato la vita  per amore di Cristo.

Il primo insediamento  nella valle dell’Aspio è opera del legionari romani, tornati dalla campagna di Siria, in congedo: danno vita al Varugliano che prende il nome dal loro coordinatore,  originario di Vèroli ) e al primo tempio dedicato al loro  collega e amico  San Vittore.

Intorno all’anno mille, per motivi di sicurezza, inizia la costruzione del nucleo abitativo sulla collina, accanto al Castello di Ficcardo, e subito prende forma la prima Chiesa, la Pieve dedicata al protomartire Stefano, nel cuore della Piazza del Varugliano, di fronte al Palazzo  comunale. E’ la prima delle attuali tre chiese che compongono la Collegiata e che oggi custodisce la memoria dei Santi Patroni.

 

Castelficcardo si cinge di mura e si articola in tre terzieri: ognuno ha la sua Parrocchia;

fino al 1639, quando nasce “ l’ UNIONE DEI PRETI” e tutti si raccolgono nella Pieve di Santo Stefano che intanto è stata ampliata e innalzata dalla Confraternita del SS.Sacramento.

Fuori le mura, verso Osimo, prende vita il Convento di Sant’Agostino, su una prima Chiesa del 1490, dedicata alla SS. Annunziata. Nel corso degli anni si struttura come Parrocchia.

Il Papa ha premiato la fedeltà di questa terra, cambiando il nome da Castel ficcardo, in CASTELFIDARDO, fino al elevare la Pieve a “Insigne Collegiata” e il Pievano al titolo di Prevosto (Benedetto XIV 1743). Negli statuti comunali del 1500, Castelfidardo ha scelto “VITTORE E CORONA, CELESTI PATRONI, DA ORA E PER SEMPRE”

Insieme agli Agostiniani,Castelfidardo ha  avuto  la presenza  delle  suore Carmelitane e Benedettine, dei Conventuali Francescani: tutti, con i loro carismi, hanno contribuito a costruire il tessuto spirituale e morale delle nuove  generazioni.

Poi è arrivata la Battaglia di  Loreto+Castelfidardo (1860) che in pratica ha segnato  l’unità d’Italia. Alla fine, con il senno del poi, dobbiamo ringraziare il generale Cialdini che ha liberato la Chiesa da  questa palla al piede che era diventato lo Stato  Pontificio.

Le guerre, tutte le guerre,  purtroppo, si portano dietro  povertà,epidemie e morte.

Castelfidardo, con tutta  la Marca di Ancona, in quegli anni  ha sofferto  per epidemie di colera, ricoverando gli appestati nel lazzaretto della “quercia bella” in zona Sant’ Agostino.

Qui ha sperimentato  la carità eroica di Madre Enrichetta Dominici, co-fondatrice, con i Marchesi di Barolo, dell’Istituto delle Suore di Sant’Anna, da poco giunta dal Piemonte,per aprire qui una nuova casa. Le suore ( Le moniche de’ Vetto’, come le chiamavano i castellani), guidate da Madre Enrichetta , sono uscite dal convento, per assistere i malati di peste.

Il Comune di Castelfidardo ha pubblicamente ringraziato le Suore di Sant’Anna per la loro carità, donando all’Istituto una bella statua della Madonna Immacolata, custodita nella loro Chiesetta di San’Anna.

In quel periodo è cresciuta la devozione al SS. Crocifisso, davanti al quale Castelfidardo ha pregato e supplicato , fino a sperimentare la  protezione divina. Ogni anno a Settembre rinnoviamo  la memoria e il grazie a Cristo Crocifisso.

 

La storia e la fama di Castelfidardo è legata alla fisarmonica.

Tutto è iniziato da un gesto di accoglienza verso un pellegrino del nord Europa, in visita al Santuario della  Madonna di Loreto .

Nel suo viaggio di ritorno, riceve ospitalità in casa Soprani e ricambia con un piccolo strumento musicale che portava con sè (1890).

Il boom della fisarmonica ha cambiato la vita e le condizioni  sociali e economiche delle nostre famiglie.

Nel corso dell’ottocento ha preso forma la Parrocchia SS. Annunziata nella frazione Crocette(1827),sulla via di Loreto. L’ultima nata è la Parrocchia Sant’Antonio di Padova, nel quartiere Fornaci (1975).

Oggi le quattro Parrocchie cercano di camminare insieme…

abbiamo armonizzato gli orari delle S.Messe . In questi ultimi decenni siamo passati da 10 sacerdoti e religiosi presenti, a 4 preti per 4 parrocchie.  Stiamo riducendo,non senza difficoltà, il numero delle S.Messe, collaboriamo per le confessioni, i corsi di formazione , i percorsi di preparazione al Matrimonio,..

Castelfidardo (che,  avvicinandosi ai 20.000 abitanti, nel 1988 ha avuto il titolo di Città),ha fatto riferimento, nei secoli, a varie Chiese diocesane (da Numana a Ancona+ Numana, da Loreto a Recanati+Loreto,da Macerata a Osimo e, oggi, Ancona+Osimo).  Dalle Vicarìe, alle zone pastorali, verso  l’unità pastorale ……

Oggi accogliamo a Castelfidardo il Pastore e Vescovo Angelo, sceso dai monti del Molise e dell’Abruzzo e giunto al mare di Numana, per navigare verso il porto di Ancona, il primo ottobre 2017.

Grazie per aver voluto aggiungere le onde del nostro mare al suo stemma episcopale “in caritate coniuncti”.

Ci affidiamo  alla Sua cura e guida pastorale per il cammino che ci attende in questo tempo di profondi cambiamenti  culturali e sociali.

Le assicuriamo la nostra fraterna preghiera, affidandoci alla Santa Famiglia di Betlemme,  Santo Stefano,  Santi Vittore e Corona.

Benvenuto, Angelo,  grazie  e ci benedica.

Il Parroco Prevosto della Collegiata S.Stefano


Consiglio pastorale 2017-2020

CONSIGLIO PASTORALE 2017-2020

Cfr. STATUTO E REGOLAMENTO DEI CONSIGLI PASTORALI PARROCCHIALI

……art.2 Il consiglio pastorale parrocchiale (CPP) è l’espressione della corresponsabilità ecclesiale           di tutti i battezzati verso la propria comunità parrocchiale.

E’ formato da cristiani che vivono l’esperienza di fede e di comunione ecclesiale nella collaborazione e nel servizio.

Art. 3 Il CPP è presieduto dal Parroco ed ha solamente voto consultivo (Cfr. CJC can. 536 §2)

Art. 6 Il CPP dura in carica tre anni. Al rinnovo  tutti i membri  possono essere rieletti.

Possono far parte del CPP coloro che:

A Abbiano ricevuto il Battesimo e la Cresima.

B Siano in piene comunione con la Chiesa cattolica

C Si distinguano per “fede sicura, buoni costumi e prudenza” (cfr can. 512 §3).

ELEZIONI

-Ogni associazione e movimento presenti in Parrocchia,

-i catechisti parrocchiali,

-il consiglio per gli affari economici

eleggono DUE RAPPRESENTANTI  ciascuno

e li comunicano al Parroco per l’approvazione.

Il numero dei membri eletti da tutta la comunità parrocchiale è di  6 (SEI) persone.

AUSILIA SUORE SANT’ANNA         071780633     Liturgia        scuolasantanna@libero.it

BALDONI ALBERTO                           3200285945  Ministeri ordinati e straordinari

BILO’GIOACCHINI PATRIZIA         3317469507   consiglio             bilo.patrizia@libero.it

BORRELLI ROSSI MARIA                 3351420488   consiglio

CANALI MICHELE                               3288767300   consiglio    michelecanali.mi@gmail.com

CARINI DAVID                                     3357024703   consiglio             davidcarini@gmail.com

CECCONI MARCO                             3394251043  Corale            avvmarcocecconi@gmail.com

CIPOLLETTI MAURO e VIRNA          336328393    Confraternite                  cipmau@yahoo.it

D’URSO ANTONIO                                3383198410  Caritas

MARCONI AGOSTINO               3313694957 Figuretta             s.fossati.pesaresi@alice.it

BALESTRA LUCIA                              0717822057   Preghiera

OTTAVIANELLI SANTE                           3384448214  Circolo Toniolo                   sante.ottavianelli@tin.it

STEFANO GAMBI                                      3341210890 Toniolo                stefano.gambi@hotmail.it

PICCININI LAURA                               3343689400   Giovanissimi

RIZZA GIULIA                                      3404678179   Giovani                   rizzagiulia@icloud.com

RIZZI GIUSEPPE                                   3296233945    Azione Cattolica          pepperizzi@tiscali.it

ROSSINI ALESSANDRO                      3291911741  Catechesi                   arossini1993@libero.it

SCATTOLINI ARMINA                                               3^ età

TESTA FABIO                                          3478293331    consiglio                            fedfab@alice.it


SS. Crocifisso: memoria tradizione profezia

Il SS. Crocifisso di Castelfidardo :

MEMORIA TRADIZIONE PROFEZIA

MEMORIA
Nel mese di Settembre, Castelfidardo ricorda l’Amore Misericordioso del Padre che ha dato il suo Figlio Unigenito Gesù Cristo, crocifisso per noi e rinnova il suo Grazie nel segno della “Memoria” che i nostri padri ci hanno consegnato.
Ci hanno raccontato di quanto accaduto nel 1865, gli anni dalla Battaglia di Loreto-Castelfidardo che segna l’unità d’Italia.
Come ogni guerra, “inutile strage”, si porta dietro distruzioni, epidemie e morte.
La peste e il colera mietono vittime in Italia e particolarmente nella marca anconitana.
La fede, più forte nelle prove e nei pericoli, spinge i nostri padri davanti all’immagine del SS. Crocifisso con suppliche, processioni di penitenza e preghiere.
Castelfidardo resta incolume
TRADIZIONE
Questa memoria ci aiuta a affrontare le nuove e più pericolose epidemie spirituali e morali del nostro tempo e ci ricorda che Cristo, Crocifisso e Risorto, è la nostra unica Speranza.
Domenica 25 settembre Castelfidardo ha celebrato insieme l’Eucaristia allo stadio cittadino.
Ogni assemblea liturgica domenicale è segno-sacramento della grande assemblea celeste degli angeli e i santi che cantano in eterno la Gloria e la lode di Dio, come in un immenso Stadio.

PROFEZIA
Il Crocifisso è Risorto !
Domenica 25 settembre è stato letta la parabola di Lazzaro, il povero alle porte di un ricco epulone.
La seconda parte del racconto ci apre alla prospettiva della realtà che ci attende.
Intorno all’immagine del Crocifisso al centro dello stadio, ci hanno aiutato le parole di Papa Francesco al Convegno della Chiesa italiana a Firenze:
“Cari fratelli e sorelle, qui è rappresentato il Giudizio universale. Al centro c‘è Gesù nostra luce.
In alto la scritta ‘ ECCE HOMO’. Guardando questa cupola siamo attratti verso l’alto,mentre contempliamo la trasformazione del Cristo giudicato da Pilato nel Cristo assiso sul trono del giudice. Un angelo gli porta la spada, ma Gesù non assume i simboli del giudizio, anzi solleva la mano destra, mostrando i segni della passione, perché ‘Lui ha dato sé stesso in riscatto per tutti’
(1^ Tm.2,6). ’Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di Lui’ (Gv.3,17)

Nella luce di questo Giudice di Misericordia, le nostre ginocchia si piegano in adorazione e le nostre mani e i nostri piedi si rinvigoriscono. Possiamo parlare di umanesimo solamente a partire dalla centralità di Gesù, scoprendo in lui i tratti del volto autentico dell’uomo.. E’ la contemplazione del Volto di Gesù morto e risorto che ricompone la nostra umanità. Anche di quella frammenta per le fatiche della vita o segnata dal peccato. Non dobbiamo addomesticare la potenza del volto di Cristo. Il volto è l’immagine della sua trascendenza. E’ il MISERICORDIAE VULTUS.
Lasciamoci guardare da Lui.
Gesù è il nostro umanesimo.
Facciamoci inquietare sempre dalla sua domanda: Voi chi dite che io sia?” (Mt 16,15)


la storia del circolo Toniolo

LA STORIA

                                                   IL CIRCOLO TONIOLO

 

Cronistoria dei primi 85 anni di vita

 

L’11 gennaio 1920 nasce il CIRCOLO GIOVANILE nella “Casa del Popolo nuovo” presso l’attuale Circolo cittadino in via Gramsci, intitolato a GIUSEPPE TONIOLO, in un palazzo acquistato da Don Paolo Pigini, primo assistente ecclesiastico, che coinvolge i giovani, allestendo tra l’altro numerosi spettacoli teatrali (in particolare, operette musicali).

Primo Presidente del Circolo Giovanile è il tipografo Armando Brillarelli.

Nel 1922, dopo un grave episodio di intolleranza in cui alcune squadracce di facinorosi mettono a soqquadro locali e biblioteca del Circolo, obbligando a chiudere l’attività per diverso tempo, viene nominato Presidente Dante Fontanella.

Nel 1930 il Circolo si trasferisce nei locali della Confraternita della Misericordia al Palazzo Mordini vicino alla Chiesetta della Misericordia, custodita dalle suore Carmelitane che accudivano gli anziani del ricovero.

Finche’ sono state a Castelfidardo, le Carmelitane e le Benedettine e gestivano anche l’asilo A San Benedetto pregavano e partecipavano alla S.Messa dietro le grate ancora visibili.

Nel 1938 diviene assistente del Toniolo don Giovanni Barbaccia, affiancando don Paolo Pigini, che ora segue i giovani di A.C. presso l’Istituto S.Anna, coadiuvato da Suor Grazia e dal maestro Osimani.

Don Giovanni Barbaccia non potrà portare a termine molte iniziative intraprese, perché un male inesorabile lo porterà a morte prematura

Nei momenti difficili del regime e della guerra i ragazzi più grandi trovano rifugio nella cantoria della Chiesa di San Benedetto per sfuggire ai rastrellamenti militari.

Dopo il passaggio del fronte (1943) le attività filodrammatiche già   avviate nella prima sede di via Gramsci, hanno un seguito in un teatrino allestito a San Benedetto.

Due novelli sacerdoti castellani sono all’opera: Don Giovanni Simonetti e don Lamberto Pigini. Li seguirà alla fine degli anni quaranta, don Antonio Monaldi e don Ottorino Cesana, venuto dal nord-Italia, determinato e dinamico, organizza la vita religiosa, ricreativa sportiva del Circolo

Nel cortile i ragazzi giocano a pallavolo, pallacanestro, calcio, calcetto: c’è la gloriosa TOPOLINO, la VIS Fidardense ecc…che conseguono notevoli traguardi sportivi. (c’è anche una “gancia” per il gioco delle bocce)

Nei locali interni ping-pong, bigliardo e bigliardino (calcio-balilla), giochi da tavolo; funziona anche una piccola biblioteca. C’è un proiettore per vedere filmini e diapositive

La domenica c’è la Messa a San Benedetto per i ragazzi alle 10, poi tutti a giocare!

Al Circolo ci sono Ragazzini – fiamma bianca – verde – rossa – poi si diventa aspiranti – juniores – seniores.

Le donne di Azione Cattolica preparano i ragazzi ai Sacramenti della Comunione e Cresima. Ne ricordiamo due per tutte:  Serenelli Teresina, Bugiolacchi Bice…

Nasce un bollettino che poi diventa “La voce del Toniolo”. I più grandi danno vita al giornale “Nespola”.

Il Circolo ha sempre avuto un Assistente ecclesiastico: Dopo don Paolo Pigini, don Giacinto Cinelli, don Giovanni Barbaccia, don Antonio Monaldi, don Giovanni Simonetti, don Lamberto Pigini, don Ottorino Cesana è la volta di don Ubaldo Biagioli, don Giuseppe Orlandoni (oggi Vescovo di Senigallia), don Quinto Farabollini, don Franco Pranzetti, don Candido Petraccini, don Moreno Martedì, don Lorenzo Tenti,don Giuseppe Ricotti, don Davide Duca,   don Andrea Cesarini, don Bruno Bottaluscio…

I preti ad un certo momento facevano sparire il pallone (una volta magari sotto la tonaca!), si va un momento tutti in chiesa e si prega insieme. Poi tutti di nuovo a giocare

“Tanti bei ricordi…per coloro che sono cresciuti a San Benedetto -come scriveva Mons Primo Recanati nel primo numero della Voce del Toniolo – a lodare Iddio con preghiere e canti; tutti passati nelle stanze per le adunanze, recite, gare di bigliardo e ping pong, bisbocciate in occasione di onomastici, compleanni, addii a emigranti e militari. Tanti giovani sono passati nel cortile per le partite di pallacanestro e pallavolo. Furono gli anni più belli!”

In un altro giornalino del Circolo Toniolo, già Mons. Alfredo Bontempi aveva scritto:

Qui i giovani potrebbero ritrovare trasparente chiarità d’animo, fervore, spontaneità d’impulsi, generosità e disinteresse, perche’ gioventù è volontà di conquista, desiderio di lanciarsi e di affermarsi, libertà spirituale, capacità di superarsi, di rinascere ogni ora, fiducia in sé e negli altri, nel proprio avvenire e nella bellezza della vita”.

…… adesso si ricomincia!

(informazioni raccolte varie fonti e testimonianze castellane

a cura di Don Bruno Bottaluscio)