Domenica XXI T.O. 25 agosto 2019   Recently updated !


LETTURE: Is 66, 18-21; Sal 116; Eb 12, 5-7.11-13; Lc 13, 22-30 Una porta stretta per entrare nel regno Quando qualcuno ci ama veramente e ci parla chiamandoci per nome, scopriamo noi stessi e non siamo più soli. La vittoria sulla solitudine genera la gioia: allora vivere è una festa. Il regno di Dio è comunione, per questo il suo avvento inaugura un tempo di gioia. E una festa senza tramonto perché è definitiva. E una festa a cui tutti gli uomini sono invitati. Il regno di Dio, una festa a cui tutti sono invitati La verità della comunione ci vuole assieme attorno ad una mensa, nell’allegria di una cena, nell’abbondanza di un banchetto. La gioia di essere insieme ci conduce a un pasto comune, a una condivisione che significhi quello che siamo. Il regno è simboleggiato da un banchetto, un luogo d’incontro e di comunione. Ci è offerto, siamo invitati, ma ci dobbiamo andare. E un dono gratuito: ma deve essere accolto. Il popolo d’Israele credeva, per la sua storia e per il suo passato, di essere privilegiato e di poter godere incondizionatamente di questo invito. Il profeta che legge in profondità gli avvenimenti, riconosce che il privilegio non è né incondizionato né esclusivo. Gli uomini stanno di fronte a Dio come un’unica e sola umanità. Dall’incontro con lui non è escluso nessun popolo, nessun uomo. Tutti sono fratelli perché un rapporto radicale li lega al medesimo Padre. Il privilegio di Israele aveva questo significato: proclamare a tutti gli uomini che non è l’unità di origine che fonda l’uguaglianza tra gli uomini, non l’appartenenza a una razza o a una classe che giustifica una ricchezza o una libertà. Tutti gli uomini devono avere le stesse possibilità perché tutti hanno un’identica mèta: incontrarsi col Padre, contemplare la stessa gloria, e quindi operare una convergenza e una uguaglianza universali (prima lettura). L’appartenenza al popolo di Dio non è un privilegio per noi, ma un servizio per gli altri Un identico invito rivolto da Dio a tutti gli uomini e alle stesse condizioni per rispondervi è il principio di una nuova uguaglianza e di nuovi rapporti fra gli uomini. Tutti dobbiamo arrivare nel regno, entrare nella casa del Padre, sedere alla stessa mensa. Tutti ci muoviamo nella storia verso un medesimo futuro, una medesima terra promessa. Se c’è una sola mèta, c’è anche una sola porta d’ingresso. L’universalismo intravisto dai profeti viene portato a pienezza da Gesù. Per i suoi connazionali, chiusi nel privilegio, egli presenta la parabola della porta stretta. Sta per nascere un mondo nuovo, in cui Giudei e pagani si troveranno insieme alla stessa tavola, perché l’impurità dei pagani, che vietava ai Giudei di mettersi a tavola con loro, è definitivamente cancellata. La selezione alla porta del banchetto non consisterà nella separazione di Israele dai pagani, ma nella scelta di chi avrà risposto all’invito con sollecitudine e di chi avrà praticato la giustizia, chiunque esso sia. La porta stretta della donazione della vita Gesù con la sua risurrezione è il primo invitato, è entrato e si è già assiso al banchetto; è il primo che ha conquistato il regno. Questa è la verifica che l’invito del Padre è reale e veramente ci aspetta tutti. Cristo con la sua morte ha dimostrato che l’entrata nel regno non è un privilegio per nessuno. L’invito è per tutti. Ora siamo veramente tutti uguali. Ma la morte è anche il modo con cui egli è entrato: è la porta stretta. Solo chi avrà donato la vita come Gesù potrà entrare nella sala e sedere al banchetto. La tradizione, la parentela non gioveranno per sé alla salvezza e neppure le parole, la cultura o l’appartenenza alla Chiesa. Sarà solo l’impegno per la costruzione di un mondo che sia visibilmente la concreta realtà del regno. L’impegno per realizzare una comunione fa scoprire il volto di chi mi siede vicino o davanti alla mensa del regno. Una cultura cristiana forse lo rendeva meno chiaro e sovente gratificava automaticamente di salvezza facendo dei battezzati gli appartenenti al regno, com’era per gli Ebrei l’appartenenza alla stirpe di Abramo. L’invito al banchetto ha per tutti una sola risposta: donare la vita sull’esempio di Cristo.

XX Domenica Del Tempo Ordinario 18 Agosto 2019

IL VANGELO CI CHIAMA ALLA SANTA INQUIETUDINE

«Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso! Ho un battesimo nel quale sarò battezzato, e come sono angosciato finché non sia compiuto! Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, io vi dico, ma la divisione». Luca 12,49-53

«Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, io vi dico, ma la divisione». Parole paradossali ma necessarie. La vita è spesso ambigua e confusa, tante volte inzaccherata di ciò che è indegno, e spesso disattenta a quel che è prezioso.

C’è necessità di questa divisione, c’è bisogno di un parametro per valutare. In questo Vangelo arriva il parametro: «Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso!». Il fuoco è distruttivo ma purifica le cose, infatti la parola “purificare” viene dal termine greco che indica il fuoco. «Ho un battesimo nel quale sarò battezzato, e come sono angosciato finché non sia compiuto!». “Battesimo” in greco vuol dire “immersione”.

Sappiamo di cosa sta parlando. Il fuoco che verrà acceso è la sua Passione, quando sarà immerso nell’oscurità del non amore e della violenza di questo mondo. Sentirà tutta l’angoscia del Getsemani e brillerà sulla croce in un’eclissi di mezzogiorno, restando unica luce del mondo. Per liberarci dall’ambiguità in cui tendiamo a sguazzare.

Quel fuoco è la sua forma di dare la vita, di amare e di perdonare che sconfessa le nostre mediocrità. Noi, che ci accontentiamo di surrogati di amore. Vivere, per grazia, come figli di Dio porta con sé questa lucidità, questo fuoco che svergogna i nostri mezzucci. Abbiamo bisogno di questo combattimento interiore.

Come farà un uomo ad amare la sua sposa per tutta la vita se non vive in una continua liberazione dalle scorie dell’ambiguità? Come potrà essere un buon padre se non combatte nel suo cuore per essere sempre più libero da sé stesso?

Ci sono i maestri improvvisati di spiritualità che dicono: “Se sei in pace allora stai facendo la volontà di Dio di sicuro”. Che ignoranza! Questo Vangelo dice il contrario. La pace di per sé non significa niente. C’è la pace di Cristo e quella dell’ipocrisia o dell’evitare le persone problematiche. Scansare i problemi procura pace, ma non è la volontà di Dio, è solo difesa dei propri spazi.

15 agosto: MARIA ASSUNTA IN CIELO

Nessuno spiritualismo, ma il trionfo della corporeità dell’Incarnazione, che nella Madonna assunta raggiunge lo scopo per cui noi tutti siamo creati e che fonda il rispetto della carne a cui tutti siamo tenuti. Questo era l’annuncio che dai secoli giungeva nel cuore dell’estate in un paese della riviera.

Un fatto tramandato lungo tutta la storia della Chiesa e reso dogma solo nel 1950, quando la certezza di un evento così straordinario sembrava essersi affievolita nel cuore dei credenti. Maria, compagna nella croce e nella risurrezione di Gesù, è resa partecipe della sua vittoria e viene accolta in anima e corpo nella vita della Trinità. Grande mistero, per noi non scrutabile con i soli occhi della ragione, ma non contrario ad essa, perché “nulla è impossibile a Dio”. E così l’annunciazione, la maternità, la vita nascosta e ubbidiente, il dolore e la gioia della madre di Gesù si compiono ora nella gloria del Paradiso.

In lei il corpo preservato dal peccato originale è glorificato, caparra di ciò che avverrà alla fine anche per noi, che siamo membra di Cristo. Lo afferma san Paolo nell’Ufficio delle Letture di oggi: “Dio, ricco di misericordia, per il grande amore con il quale ci ha amati, da morti che eravamo per i peccati, ci ha fatti rivivere con Cristo: per grazia infatti siete stati salvati. Con lui ci ha anche risuscitati e ci ha fatti sedere nei cieli, in Cristo Gesù, per mostrare nei secoli futuri la straordinaria ricchezza della sua grazia mediante la sua bontà verso di noi in Cristo Gesù. Per questa grazia infatti siete salvi mediante la fede; e ciò non viene da voi, ma è dono di Dio; né viene dalle opere, perché nessuno possa vantarsene. Siamo infatti opera sua, creati in Cristo Gesù per le opere buone che Dio ha predisposto perché noi le praticassimo”. 

La liturgia fa anche rileggere parte della Costituzione Apostolica Muneficentissimus Deus con la quale papa Pio XII proclamava il dogma. In essa egli cita un antico autore che scrive: “Cristo, nostro salvatore e Dio, donatore della vita e dell’immortalità, fu lui a restituire la vita alla Madre. Fu lui a rendere colei, che l’aveva generato, uguale a se stesso nell’incorruttibilità del corpo, e per sempre. Fu lui a risuscitarla dalla morte e ad accoglierla accanto a sé, attraverso una via che a lui solo è nota”.

Per questo noi anche oggi possiamo onorare l’Assunta, cantando: “Andrò a vederla un dì, in cielo patria mia, andrò a veder Maria, mia gioia e mio amor”. 

Domenica XVIII del tempo ordinario.

In quel tempo, uno della folla disse a Gesù: «Maestro, di’ a mio fratello che divida con me l’eredità». Ma egli rispose: «O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?». E disse loro: «Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni cupidigia perché, anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede […]»

La campagna di un uomo ricco aveva dato un raccolto abbondante. Una benedizione del cielo, secondo la visione biblica; un richiamo a vivere con molta attenzione, secondo la parabola di Gesù. Nel Vangelo le regole che riguardano la ricchezza si possono ridurre essenzialmente a due soltanto: 1. non accumulare; 2. quello che hai ce l’hai per condividerlo. Sono le stesse che incontriamo nel seguito della parabola: l’uomo ricco ragionava tra sé: come faccio con questa fortuna? Ecco, demolirò i miei magazzini e ne ricostruirò di più grandi. In questo modo potrò accumulare, controllare, contare e ricontare le mie ricchezze.

Scrive san Basilio Magno: «E se poi riempirai anche i nuovi granai con un nuovo raccolto, che cosa farai? Demolirai ancora e ancora ricostruirai? Con cura costruire, con cura demolire: cosa c’è di più insensato? Se vuoi, hai dei granai: sono nelle case dei poveri». I granai dei poveri rappresentano la seconda regola evangelica: i beni personali possono e devono servire al bene comune. Invece l’uomo ricco è solo al centro del suo deserto di relazioni, avvolto dall’aggettivo «mio» (i miei beni, i miei raccolti, i miei magazzini, me stesso, anima mia), avviluppato da due vocali magiche e stregate «io» (demolirò, costruirò, raccoglierò…).

Esattamente l’opposto della visione che Gesù propone nel Padre Nostro, dove mai si dice «io», mai si usa il possessivo «mio», ma sempre «tu e tuo; noi e nostro», radice del mondo nuovo. L’uomo ricco della parabola non ha un nome proprio, perché il denaro ha mangiato la sua anima, si è impossessato di lui, è diventato la sua stessa identità: è un ricco. Nessuno entra nel suo orizzonte, nessun «tu» a cui rivolgersi. Uomo senza aperture, senza brecce e senza abbracci. Nessuno in casa, nessun povero Lazzaro alla porta. Ma questa non è vita. Infatti: stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta indietro la tua vita.

Quell’uomo ha già allevato e nutrito la morte dentro di sé con le sue scelte. È già morto agli altri, e gli altri per lui. La morte ha già fatto il nido nella sua casa. Perché, sottolinea la parabola, la tua vita non dipende dai tuoi beni, non dipende da ciò che uno ha, ma da ciò che uno dà. La vita vive di vita donata. Noi siamo ricchi solo di ciò che abbiamo dato via. Alla fine dei giorni, sulla colonna dell’avere troveremo soltanto ciò che abbiamo avuto il coraggio di mettere nella colonna del dare. Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio. Chi accumula «per sé», lentamente muore. Invece Dio regala gioia a chi produce amore; e chi si prede cura della felicità di qualcuno, aiuterà Dio a prendersi cura della sua felicità.

Letture: Qoelet 1,2;2,21-23; Salmo 89; Colossesi 3,1-5.9-11; Luca 12,13-21

Ermes Ronchi
Avvenire

28 LUGLIO 2019 DOMENICA XVII DEL TEMPO ORDINARIO Gesù si trovava in un luogo a pregare; quando ebbe finito, uno dei suoi discepoli gli disse: «Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli». Ed egli disse loro: «Quando pregate, dite: “Padre, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno; dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano, e perdona a noi i nostri peccati, anche noi infatti perdoniamo a ogni nostro debitore, e non abbandonarci alla tentazione”».

Signore insegnaci a pregare. Tutto prega nel mondo: gli alberi della foresta e i gigli del campo, monti e colline, fiumi e sorgenti, i cipressi sul colle e l’infinita pazienza della luce. Pregano senza parole: «ogni creatura prega cantando l’inno della sua esistenza, cantando il salmo della sua vita» (Conf. epis. giapponese). I discepoli non domandano al maestro una preghiera o delle formule da ripetere, ne conoscevano già molte, avevano un salterio intero a fare da stella polare. Ma chiedono: insegnaci a stare davanti a Dio come stai tu, nelle tue notti di veglia, nelle tue cascate di gioia, con cuore adulto e fanciullo insieme. «Pregare è riattaccare la terra al cielo» (M. Zundel): insegnaci a riattaccarci a Dio, come si attacca la bocca alla sorgente.

Ed egli disse loro: quando pregate dite “padre”. Tutte le preghiere di Gesù che i Vangeli ci hanno tramandato iniziano con questo nome. È il nome della sorgente, parola degli inizi e dell’infanzia, il nome della vita. Pregare è dare del tu a Dio, chiamandolo “padre”, dicendogli “papà”, nella lingua dei bambini e non in quella dei rabbini, nel dialetto del cuore e non in quello degli scribi. È un Dio che sa di abbracci e di casa; un Dio affettuoso, vicino, caldo, da cui ricevere le poche cose indispensabili per vivere bene.

Santificato sia il tuo nome. Il tuo nome è “amore”. Che l’amore sia santificato sulla terra, da tutti, in tutto il mondo. Che l’amore santifichi la terra, trasformi e trasfiguri questa storia di idoli feroci o indifferenti.
Il tuo regno venga. Il tuo, quello dove i poveri sono principi e i bambini entrano per primi. E sia più bello di tutti i sogni, più intenso di tutte le lacrime di chi visse e morì nella notte per raggiungerlo.

Continua ogni giorno a donarci il pane nostro quotidiano. Siamo qui, insieme, tutti quotidianamente dipendenti dal cielo. Donaci un pane che sia “nostro” e non solo “mio”, pane condiviso, perché se uno è sazio e uno muore di fame, quello non è il tuo pane. E se il pane fragrante, che ci attende al centro della tavola, è troppo per noi, donaci buon seme per la nostra terra; e se un pane già pronto non è cosa da figli adulti, fornisci lievito buono per la dura pasta dei giorni.

E togli da noi i nostri peccati. Gettali via, lontano dal cuore. Abbraccia la nostra fragilità e noi, come te, abbracceremo l’imperfezione e la fragilità di tutti. Non abbandonarci alla tentazione. Non lasciarci soli a salmodiare le nostre paure. Ma prendici per mano, e tiraci fuori da tutto ciò che fa male, da tutto ciò che pesa sul cuore e lo invecchia e lo stordisce. Padre che ami, mostraci che amare è difendere ogni vita dalla morte, da ogni tipo di morte.

Letture: Genesi 18,20-32; Salmo 137; Colossesi 2,12-14; Luca 11,1-13

Ermes Ronchi
Avvenire

21 LUGLIO 2019 DOMENICA XVI DEL TEMPO ORDINARIO Gesù riprese: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gèrico e cadde nelle mani dei briganti, che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e, quando lo vide, passò oltre. Anche un levìta, giunto in quel luogo, vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui. (…) Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?» (…).

La straordinaria intelligenza comunicativa di Gesù: svela il cuore profondo inventandosi una storia semplice, che tutti possono capire, i professori come i bambini! Le parabole sono racconti che provengono dalla viva voce di Gesù, è come ascoltare il mormorio della sorgente, il momento iniziale, fresco, sorgivo del vangelo. Rappresentano la punta più alta e geniale, la più rifinita del suo linguaggio, non l’eccezione. Per lui parlare in parabole era la norma (Mc 4,33-34). Insegnava non per concetti, ma per immagini e racconti, che liberano e non costringono.

Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico. Una delle storie più belle al mondo. Un uomo scendeva, e guai se ci fosse un aggettivo: giudeo o samaritano, giusto o ingiusto, ricco o povero, può essere perfino un disonesto, un brigante anche lui: è l’uomo, ogni uomo! Non sappiamo il suo nome, ma sappiamo il suo dolore: ferito, colpito, terrore e sangue, faccia a terra, da solo non ce la fa. È l’uomo, è un oceano di uomini, di poveri derubati, umiliati, bombardati, naufraghi in mare, sacche di umanità insanguinata per ogni continente.

Il mondo intero scende da Gerusalemme a Gerico, sempre. Il sacerdote e il levita, i primi che passano, hanno davanti un dilemma: trasgredire la legge dell’ama il prossimo, oppure quella del sii puro, evitando il contatto col sangue. Scelgono la cosa più comoda e più facile: non toccare, non intervenire, aggirare l’uomo, e… restare puri. Esternamente, almeno. Mentre dentro il cuore si ammala. Toccano le cose di Dio nel tempio, e non toccano la creatura di Dio sulla strada. La loro è solo religione di facciata e non fede che accende la vita e le mani. Il messaggio è forte: gesti e oggetti religiosi, riti e regole “sacri” possono oscurare la legge di Dio, fingere la fede che non c’è, e usarla a piacimento.

Può succedere anche a me, se baratto l’anima del vangelo, il suo fuoco, con piccole norme o gesti furbi. Chi fa emergere l’anima profonda, è un eretico, uno straniero, un samaritano in viaggio: lo vide, ne ebbe compassione, gli si fece vicino. Sono termini di una carica infinita, bellissima, che grondano umanità. La compassione vale più delle regole cultuali o liturgiche (del sacerdote e del levita); più di quelle dottrinali (il samaritano è un eretico); surclassa le leggi etniche (è uno straniero); ignora le distinzioni moralistiche: soccorro chi se lo merita, gli altri no. La divina compassione è così: incondizionata, asimmetrica, unilaterale. Al centro del Vangelo, una parabola; al centro della parabola, un uomo. E il sogno di un mondo nuovo che distende le sue ali ai primi tre gesti del buon samaritano: lo vide, ebbe compassione, si fece vicino.

Letture: Dt 30,10-14; Salmo 18 (19); Col 1,15-20; Lc 10,25-37

Ermes Ronchi
Avvenire

E per dieci capitoli Luca racconterà il grande viaggio di Gesù verso la Croce. Il primo tratto del volto in cammino lo delinea dietro la storia di un villaggio di Samaria che rifiuta di accoglierlo. Allora Giacomo e Giovanni, i migliori, i più vicini, scelti a vedere il volto bello del Tabor: «Vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li bruci tutti?». C’è qui in gioco qualcosa di molto importante. Gesù spalanca le menti dei suoi amici: mostra che non ha nulla da spartire con chi invoca fuoco e fiamme sugli altri, fossero pure eretici o nemici, che Dio non si vendica mai.

È l’icona della libertà, difende perfino quella di chi non la pensa come lui. Difende quel villaggio per difenderci tutti. Per lui l’uomo viene prima della sua fede, l’uomo conta più delle sue idee. È l’uomo, e guai se ci fosse un aggettivo: samaritano o giudeo, giusto o ingiusto; il suo obiettivo è l’uomo, ogni uomo (Turoldo).

«Andiamo in un altro villaggio!». Ha il mondo davanti, Lui pellegrino senza frontiere, un mondo di incontri; alla svolta di ogni sentiero di Samaria c’è sempre una creatura da ascoltare, una casa cui augurare pace; ancora un cieco da guarire, un altro peccatore da perdonare, un cuore da fasciare, un povero cui annunciare che è il principe del Regno di Dio. Il volto in cammino fa trasparire la sua fiducia totale, indomabile nella creatura umana; se non qui, appena oltre, un cuore è pronto per il sogno di Dio. Nella seconda parte del vangelo entrano in scena tre personaggi che ci rappresentano tutti.

Le volpi hanno tane, gli uccelli nidi, ma io non ho dove posare il capo. Eppure non era esattamente così. Gesù aveva cento case di amici e amiche felici di accoglierlo a condividere pane e sogni. Con la metafora delle volpi e degli uccelli traccia il ritratto della sua esistenza minacciata dall’istituzione, esposta. Chi vuole vivere tranquillo e in pace nel suo nido non potrà essere suo discepolo. Chi ha messo mano all’aratro… Un aratore è ciascun discepolo, chiamato a dissodare una minima porzione di terra, a non guardare sempre a se stesso ma ai grandi campi del mondo. Traccia un solco e nient’altro, forse perfino poco profondo, forse poco diritto, ma sa che poi passerà il Signore a seminare di vita i campi della vita.

Letture: 1Re 19,16.19-21; Salmo 15; Galati 5, 1.13-18; Luca 9, 51-62

Ermes Ronchi
Avvenire