domenica 27 ottobre 2019   Recently updated !


domenica 27 ottobre 2019 : così si impara a pregare……

In quel tempo, Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri: «Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano. Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: “O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adulteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo” […]».

Nel Vangelo di questa domenica Luca scrive che «Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri». L’annotazione con cui si apre questo brano tocca ciascuno di noi: siamo infatti sempre tentati di sentirci giusti, di giustificare ogni nostro comportamento. La via più breve per giungere a questo scopo consiste nel condannare gli errori altrui. Noi guardiamo sempre la pagliuzza che è nell’occhio del fratello e non ci accorgiamo della trave che è nel nostro occhio (cf Lc 6, 41). In questo modo finiamo per essere ciechi davanti ai nostri errori. Nessuno di noi di fronte a Dio può ritenersi giusto e nessuno può avere il diritto di disprezzare il prossimo. Il perdono, la misericordia e la salvezza, sono doni che Dio fa a tutti coloro che si presentano a lui e pregano con umiltà.

Noi ogni domenica partecipiamo alla santa Eucaristia: come torniamo a casa? Uguali a prima? Giustificati? O con un peccato in più? La parabola di oggi parla di «due uomini (che) salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano». A prima vista la contrapposizione non può essere più netta: da una parte troviamo il fariseo, un «uomo religioso», stimato come persona pia ed esemplare; dall’altra il pubblicano, colui che svolge il mestiere – impuro per gli ebrei – dell’ingiusto appaltatore di tasse, la figura tipica del peccatore pubblico, riconosciuto tale da tutti. Entrambi salgono al tempio per entrare in comunione con Dio, ma le loro preghiere sono agli antipodi. Questi due uomini, se vogliamo, sono la personificazione di due possibilità che sono sempre davanti a noi: anche noi possiamo essere farisei! Anche noi possiamo essere pubblicani! Gesù, infatti, con questa parabola mette in guardia proprio i credenti, i religiosi, coloro che vanno al tempio. In altre parole: noi!

Notiamo subito un particolare: il fariseo sta in piedi, nella posizione di chi è sicuro di sé si rivolge a Dio, in una sorta di monologo, dicendo: «O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo». Questa preghiera è un’offesa a Dio. Perché? Perché è una preghiera atea. Il fariseo a parole si rivolge all’Onnipotente, ma di fatto egli lo esclude, non gli serve. Sostituisce il suo «io» a «Dio» e rende grazie non per ciò che Dio, nel suo amore fedele, ha fatto per lui, ma per ciò che lui stesso ha compiuto per Dio! Quest’uomo è pieno di sé, ha la presunzione di essere in regola in tutto.

Egli compie opere buone che, però, non hanno nessun valore perché partono da un cuore orgoglioso e presuntuoso. Le opere che fa sono al servizio del suo orgoglio. Egli non prega Dio, ma contempla vanitosamente se stesso. Ed ecco la conseguenza terribile, una conseguenza che spesso si ritrova nella vita di tanta gente: l’orgoglio lo porta al disprezzo degli altri, al disprezzo dei fratelli. E il disprezzo degli altri, noi sappiamo che è peccato. Egli, infatti, vede in fondo al tempio il pubblicano, ma non avverte per lui nessun sentimento di compassione: neppure lontanamente pensa a tendergli la mano. Ci mancherebbe: correrebbe il rischio di sporcarla! Il fariseo non ama nessuno all’infuori di se stesso. A lui gli altri servono soltanto come paragone per innalzare se stesso. Purtroppo tanta gente si comporta così!

Chi prega Dio e non ama il prossimo, ha sbagliato tutto: chi prega come il fariseo, esce dal tempio senza aver incontrato Dio. Quante persone dicono: «Non rubo, non uccido, non critico etc.». Va bene, ma non basta questo per avere la coscienza a posto. La vera preghiera è quando noi iniziamo a non pensare più a «noi stessi» ma al prossimo. Che cosa facciamo per gli altri? E se facciamo qualcosa ci piace metterci in mostra ed essere elogiati o rimanere nel nascondimento? Non dimentichiamo il monito di Gesù: «non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra» (cf Mt 6, 1-4)! La preghiera, dunque, quando è vera, accende nel cuore il fuoco della carità, dell’amore. Quando preghiamo, infatti, ci accostiamo a Dio e veniamo contagiati dall’Amore! Se ciò non accade vuol dire che non sappiamo o non vogliamo pregare.

Gesù continua dicendo che «il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”». I suoi peccati manifesti lo rendono oggetto di scherno da parte di tutti; per questo egli è andato al tempio con la coscienza, resa più bruciante dal giudizio altrui, di essere un peccatore. Quest’uomo non osa avvicinarsi al Santo dei santi, là dove c’è la presenza di Dio: non ha nulla da vantare, ma sa che può implorare misericordia da parte del Dio tre volte Santo. Egli prova lo stesso sentimento di Pietro di fronte alla santità di Gesù: «Signore, allontanati da me, perché sono un peccatore» (cf Lc 5, 8). Ecco perché la preghiera: «O Dio, abbi pietà di me peccatore» è quella che meglio esprime la nostra condizione: siamo chiamati a riconoscere le nostre cadute e ad accettare che Dio le ricopra con la sua inesauribile misericordia, l’unica cosa veramente necessaria nella nostra vita.

Significativa è la conclusione di Gesù: il pubblicano «a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato». Il pubblicano, infatti, prega presentandosi a Dio con grande realismo, accettando di essere conosciuto da lui per ciò che egli è: un peccatore bisognoso di misericordia. Il pubblicano, dunque, è veramente pentito e uscendo dal tempio sarà un uomo nuovo, un uomo che non disprezzerà il fratello, un uomo che non avrà presunzione, né arroganza. Costui, che si batte il petto e chiede pietà, sa di essere stato perdonato e sarà felice quando potrà perdonare qualcuno: la preghiera l’ha trasformato profondamente.

Applichiamo a noi questa parabola: visti dal di fuori sembriamo buoni, ma visti dal di dentro, come siamo davanti a Dio? Il pubblicano ci indica la strada della salvezza: mettiamoci in ginocchio insieme con lui, battiamoci il petto perché solo chi ha «un cuore contrito e affranto» (cf Sal 51, 19) può rivolgersi a Dio sapendo di essere ascoltato e perdonato!

Don Lucio D’Abbraccio

domenica 20 ottobre 2019 PREGARE SEMPRE, STANCARSI MAI. In quel tempo, Gesù diceva ai suoi discepoli una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai: «In una città viveva un giudice, che non temeva Dio né aveva riguardo per alcuno. In quella città c’era anche una vedova, che andava da lui e gli diceva: “Fammi giustizia contro il mio avversario”. […]

Disse poi una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai. Questi sempre e mai, parole infinite e definitive, sembrano una missione impossibile. Eppure qualcuno c’è riuscito: «Alla fine della sua vita frate Francesco non pregava più, era diventato preghiera» (Tommaso da Celano). Ma come è possibile lavorare, incontrare, studiare, mangiare, dormire e nello stesso tempo pregare? Dobbiamo capire: pregare non significa dire preghiere; pregare sempre non vuol dire ripetere formule senza smettere mai. Gesù stesso ci ha messo in guardia: «Quando pregate non moltiplicate parole, il Padre sa…» (Mt 6,7). Un maestro spirituale dei monaci antichi, Evagrio il Pontico, ci assicura: «Non compiacerti nel numero dei salmi che hai recitato: esso getta un velo sul tuo cuore. Vale di più una sola parola nell’intimità, che mille stando lontano».

Intimità: pregare alle volte è solo sentire una voce misteriosa che ci sussurra all’orecchio: io ti amo, io ti amo, io ti amo. E tentare di rispondere. Pregare è come voler bene, c’è sempre tempo per voler bene: se ami qualcuno, lo ami giorno e notte, senza smettere mai. Basta solo che ne evochi il nome e il volto, e da te qualcosa si mette in viaggio verso quella persona. Così è con Dio: pensi a lui, lo chiami, e da te qualcosa si mette in viaggio all’indirizzo dell’eterno: «Il desiderio prega sempre, anche se la lingua tace. Se tu desideri sempre, tu preghi sempre» (sant’Agostino). Il tuo desiderio di preghiera è già preghiera, non occorre star sempre a pensarci. La donna incinta, anche se non pensa in continuazione alla creatura che vive in lei, diventa sempre più madre a ogni battito del cuore.

Il Vangelo ci porta poi a scuola di preghiera da una vedova, una bella figura di donna, forte e dignitosa, anonima e indimenticabile, indomita davanti al sopruso. C’era un giudice corrotto. E una vedova si recava ogni giorno da lui e gli chiedeva: fammi giustizia contro il mio avversario! Una donna che non si arrende ci rivela che la preghiera è un no gridato al «così vanno le cose», è il primo vagito di una storia neonata: la preghiera cambia il mondo cambiandoci il cuore.

Qui Dio non è rappresentato dal giudice della parabola, lo incontriamo invece nella povera vedova, che è carne di Dio in cui grida la fame di giustizia. Perché pregare? È come chiedere: perché respirare? Per vivere! Alla fine pregare è facile come respirare. «Respirate sempre Cristo», ultima perla dell’abate Antonio ai suoi monaci, perché è attorno a noi. «In lui infatti viviamo, ci muoviamo ed esistiamo» (At 17,28). Allora la preghiera è facile come il respiro, semplice e vitale come respirare l’aria stessa di Dio.

Letture: Esodo 17,8-13; Salmo 120; 2 Timoteo 3,14-4,2; Luca 18,1-8

Ermes Ronchi
Avvenire