SIGNORE, TU SEI LA RESURREZIONE DEI MORTI!   Recently updated !


V domenica di Quaresima:

GESU’ RESUSCITA DALLA MORTE LAZZARO

  • 29 Marzo 2020

NON POSSIAMO CELEBRARE L’EUCARISTIA CON LA PRESENZA DEL POPOLO:
TUTTI POSSIAMO UNIRCI SPIRITUALMENTE AL SACERDOTE E ASCOLTARE la Parola di Dio che ci accompagna e ci consola … sempre!

Anno A

In quel tempo, un certo Lazzaro di Betània, il villaggio di Maria e di Marta sua sorella, era malato. Maria era quella che cosparse di profumo il Signore e gli asciugò i piedi con i suoi capelli; suo fratello Lazzaro era malato. Le sorelle mandarono dunque a dire a Gesù: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato». All’udire questo, Gesù disse: «Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato». […]

Il racconto della risurrezione di Lazzaro è la pagina dove Gesù appare più umano. Lo vediamo fremere, piangere, commuoversi, gridare. Quando ama, l’uomo compie gesti divini; quando ama, Dio lo fa con gesti molto umani. Una forza scorre sotto tutte le parole del racconto: non è la vita che vince la morte. La morte, nella realtà, vince e ingoia la vita. Invece ciò che vince la morte è l’amore. Tutti i presenti quel giorno a Betania se ne rendono conto: guardate come lo amava, dicono ammirati. E le sorelle coniano un nome bellissimo per Lazzaro: Colui–che–tu–ami.

Il motivo della risurrezione di Lazzaro è l’amore di Gesù, un amore fino al pianto, fino al grido arrogante: vieni fuori! Le lacrime di chi ama sono la più potente lente d’ingrandimento della vita: guardi attraverso una lacrima e capisci cose che non avresti mai potuto imparare sui libri. La ribellione di Gesù contro la morte passa per tre gradini: 1. Togliete la pietra. Rotolate via i macigni dall’imboccatura del cuore, le macerie sotto le quali vi siete seppelliti con le vostre stesse mani; via i sensi di colpa, l’incapacità di perdonare a se stessi e agli altri; via la memoria amara del male ricevuto, che vi inchioda ai vostri ergastoli interiori.

2. Lazzaro, vieni fuori! Fuori nel sole, fuori nella primavera. E lo dice a me: vieni fuori dalla grotta nera dei rimpianti e delle delusioni, dal guardare solo a te stesso, dal sentirti il centro delle cose. Vieni fuori, ripete alla farfalla che è in me, chiusa dentro il bruco che credo di essere. Non è vero che «le madri tutte del mondo partoriscono a cavallo di una tomba» (B. Brecht), come se la vita fosse risucchiata subito dentro la morte, o camminasse sempre sul ciglio di un abisso. Le madri partoriscono a cavallo di una speranza, di una grande bellezza, di un mare vasto, di molti abbracci. A cavallo di un sogno! E dell’eternità. Ad ogni figlio che nasce, Cristo e il mondo gridano, a una voce: vieni, e portaci più coscienza, più libertà, più amore!

3. Liberatelo e lasciatelo andare! Sciogliete i morti dalla loro morte: liberatevi tutti dall’idea che la morte sia la fine di una persona. Liberatelo, come si liberano le vele al vento, come si sciolgono i nodi di chi è ripiegato su se stesso, i nodi della paura, i grovigli del cuore. Liberatelo da maschere e paure. E poi: lasciatelo andare, dategli una strada, e amici con cui camminare, qualche lacrima, e una stella polare. Che senso di futuro e di libertà emana da questo Rabbi che sa amare, piangere e gridare; che libera e mette sentieri nel cuore. E capisco che Lazzaro sono io. Io sono Colui–che–tu–ami, e che non accetterai mai di veder finire nel nulla della morte.

Letture: Ezechiele 37,12–14; Salmo 129; Romani 8,8–11; Giovanni 11,1–45

Ermes Ronchi
Avvenire

Nell’imminenza della Pasqua la chiesa ci invita a meditare sul grande segno della resurrezione di Lazzaro, profezia della resurrezione di Gesù. Nel racconto che la Liturgia della Parola ci presenta, abbiamo ascoltato che Lazzaro di Betania, fratello di Marta e Maria, era malato. Gesù amava molto questi amici, che frequentava nei periodi in cui sostava a Gerusalemme: nella casa di Betania trovava l’accoglienza premurosa di Marta, l’ascolto adorante di Maria e l’affetto fedele di Lazzaro. Le sorelle, annota l’evangelista, «mandarono a dire a Gesù: “Signore, colui che tu ami è malato”». Gesù, però, è lontano, al di là del Giordano e non si muove. Noi vorremmo vederlo correre, precipitarsi e invece no! Giovanni scrive che «all’udire questo, Gesù disse: “Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato”», ovvero è un’occasione perché si manifesti, attraverso Gesù, la gloria di Dio.

Dopo essersi trattenuto due giorni dove si trova, Gesù decide di andare in Giudea. I discepoli lo mettono in guardia dicendogli: «Rabbì, poco fa i Giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?», ma Gesù replica che nel breve tempo prima dell’ora delle tenebre deve operare ciò che il Padre gli ha chiesto, per rivelare al mondo la sua luce. E aggiunge: «Lazzaro, il nostro amico, s’è addormentato; ma io vado a svegliarlo»; poi, vista l’incomprensione dei discepoli, dichiara apertamente: «Lazzaro è morto e io sono contento per voi di non essere stato là, affinché voi crediate; ma andiamo da lui!».

Quando Gesù giunge a Betania, il suo amico è già morto da quattro giorni. Marta gli va incontro dicendogli: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! Ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà». Essa crede in Gesù e, sollecitata da lui, confessa la propria fede nella resurrezione finale della carne. Ma Gesù la invita a compiere un passo ulteriore, facendole la rivelazione decisiva: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?», cui Marta risponde prontamente: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo».

Anche Maria corre incontro a Gesù e, gettandosi ai suoi piedi, esclama a sua volta tra le lacrime: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!». Vedendo piangere lei e quanti l’accompagnano, Gesù «si commosse profondamente e scoppiò in pianto». Gesù, uomo come noi, soffre per la morte di un caro amico. Il suo dolore è segno del suo amore intenso per Lazzaro, come capiscono anche i presenti che esclamano: «Guarda come lo amava!».

Ancora profondamente commosso, Gesù va al sepolcro e là chiede di togliere la pietra dalla tomba, alza gli occhi al cielo e dice: «Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato». Gesù, dunque, prega affinché quanti si trovano intorno a lui comprendano che egli è l’Inviato di Dio: è da notare che egli non accentra l’attenzione su di sé, ma agisce perché attraverso di lui gli uomini possano risalire a Dio! E la risposta di Dio Padre giunge immediata. Giovanni infatti annota che Gesù, dopo aver pregato il Padre, «gridò a gran voce: “Lazzaro, vieni fuori!”. Il morto uscì, i piedi e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario». Lazzaro, dunque, morto e sepolto come accadrà a Gesù, esce dalla tomba ancora avvolto dalle bende, e con la sua resurrezione profetizza la resurrezione di Gesù.

Ebbene sì. Questa è la gloria di Gesù, gloria dell’amore. Chi ha l’intelligenza della fede riconosce che l’amore di Gesù vince anche la morte. Ecco la consapevolezza con cui camminiamo verso la Pasqua: noi non siamo soli, siamo gli amici di Gesù, e anche nella morte egli sarà accanto a noi per richiamarci alla vita con il suo amore perché Cristo Signore «è la risurrezione e la vita e chiunque vive e crede in lui, non morirà in eterno».

Don Lucio D’Abbraccio

IV DOMENICA DI QUARESIMA 22 MARZO In quel tempo, Gesù passando vide un uomo cieco dalla nascita e i suoi discepoli lo interrogarono: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?». Rispose Gesù: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio. Bisogna che noi compiamo le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può agire. Finché io sono nel mondo, sono la luce del mondo». […]

Il protagonista del racconto è l’ultimo della città, un mendicante cieco dalla nascita, che non ha mai visto il sole né il viso di sua madre. Così povero che non ha nulla, possiede solo se stesso. E Gesù si ferma per lui, senza che gli abbia chiesto nulla. Fa un po’ di fango con polvere e saliva, come creta di una minima creazione nuova, e lo stende su quelle palpebre che coprono il buio. In questo racconto di polvere, saliva, luce, dita, Gesù è Dio che si contamina con l’uomo, ed è anche l’uomo che si contagia di cielo; abbiamo uno sguardo meticcio, con una parte terrena e una parte celeste. Ogni bambino che nasce “viene alla luce” (partorire è un “dare alla luce”), ognuno è una mescolanza di terra e di cielo, di polvere e di luce divina. «Noi tutti nasciamo a metà e tutta la vita ci serve per nascere del tutto» (M. Zambrano). La nostra vita è un albeggiare continuo. Dio albeggia in noi.

Gesù è il custode delle nostre albe, il custode della pienezza della vita e seguirlo è rinascere; aver fede è acquisire «una visione nuova delle cose» (G. Vannucci). Il cieco è dato alla luce, nasce di nuovo con i suoi occhi nuovi, raccontati dal filo rosso di una domanda ripetuta sette volte: come ti si sono aperti gli occhi? Tutti vogliono sapere “come”, impadronirsi del segreto di occhi invasi dalla luce, tutti con occhi non nati ancora. La domanda incalzante (come si aprono gli occhi?) indica un desiderio di più luce che abita tutti; desiderio vitale, ma che non matura, un germoglio subito soffocato dalla polvere sterile della ideologia dell’istituzione. L’uomo nato cieco passa da miracolato a imputato. Ai farisei non interessa la persona, ma il caso da manuale; non interessa la vita ritornata a splendere in quegli occhi, ma la “sana” dottrina. E avviano un processo per eresia, perché è stato guarito di sabato e di sabato non si può, è peccato…

Ma che religione è questa che non guarda al bene dell’uomo, ma solo a se stessa e alle sue regole? Per difendere la dottrina negano l’evidenza, per difendere la legge negano la vita. Sanno tutto delle regole morali e sono analfabeti dell’uomo. Anziché godere della luce, preferirebbero che tornasse cieco, così avrebbero ragione loro e non Gesù. Dicono: Dio vuole che di sabato i ciechi restino ciechi! Niente miracoli il sabato! Gloria di Dio sono i precetti osservati. Mettono Dio contro l’uomo, ed è il peggio che possa capitare alla nostra fede. E invece no, gloria di Dio è un mendicante che si alza, un uomo che torna a vita piena, «un uomo finalmente promosso a uomo» (P. Mazzolari). E il suo sguardo luminoso, che passa e illumina, dà gioia a Dio più di tutti i comandamenti osservati!

Letture: 1 Samuele 16,1.4.6-7.10-13; Salmo 22; Efesini 5,8-14; Giovanni 9,1-41

Ermes Ronchi
Avvenire

Al centro della quarta domenica di Quaresima vi è il tema dell’illuminazione, espresso nel vangelo dal racconto della guarigione dell’uomo cieco dalla nascita. Racconto che diviene pedagogia verso la fede cristologica. Il testo presenta le differenti reazioni alla guarigione da parte delle diverse persone che compaiono nella narrazione. E sempre sorge la domanda: queste persone sanno vedere? L’evento della guarigione di un uomo cieco dalla nascita cosa cambia nel loro modo di vedere la realtà? Il ritrovamento della vista da parte di quell’uomo diviene giudizio sulla capacità di vedere degli altri protagonisti del racconto. E di noi lettori insieme con loro.

Il testo è suddiviso in sei scene in cui sempre si intrecciano tre motivi: il fatto (un uomo cieco dalla nascita è stato guarito da Gesù con alcuni gesti terapeutici); il processo (un interrogatorio a cui i farisei sottopongono l’uomo guarito dalla cecità per appurare ciò che è avvenuto); il giudizio (il medesimo fatto conduce a due giudizi differenti: quello dei farisei che condannano il cieco espellendolo dalla sinagoga e giudicando Gesù come peccatore; quello di Gesù che si esprime nella battute finali del testo: vv. 39-41).

Gv 9,1-7

Passando Gesù vide un uomo cieco dalla nascita. Cieco dalla nascita, quest’uomo ora rinasce venendo alla luce e vedendo la luce. Che cosa predispone questa rinascita? Lo sguardo di Gesù. Gesù vide l’uomo cieco. Vide l’uomo, anthropon. Gesù non vede anzitutto un malato, ma un uomo. I discepoli non solo non vedono un uomo, ma in un certo senso nemmeno un cieco, bensì solo il problema che la cecità pone loro. Non rivolgono nemmeno la parola a quell’uomo. L’incontro di Gesù inizia vedendo un uomo: non una categoria, non un problema teologico, non una colpa, ma un essere umano. L’incontro inizia con uno sguardo non inficiato dai pregiudizi: siano anche quelli della teologia, della cultura, delle abitudini mentali. I discepoli non avranno più alcun ruolo in questo racconto: scompaiono, ma in realtà non sono mai entrati in relazione con questa persona.

Lo sguardo di Gesù è generante, quello dei discepoli è giudicante. Gesù vede la sofferenza e si pone accanto alla vittima. Di fronte alla disgrazia che intacca il corpo di una persona, Gesù non dà risposte teoriche, ma assume la realtà come appello e afferma che anche nella disgrazia è possibile agire umanamente e santamente: “È così perché si manifestino le opere di Dio” (v. 3). Il male dell’uomo viene realisticamente assunto come luogo in cui Gesù può narrare lo sguardo di Dio sull’uomo e compiere l’azione di Dio. E Gesù compie l’azione divina per eccellenza ricreando quell’uomo. È evidente il richiamo al testo della creazione dell’uomo in Gen 2 nei gesti terapeutici compiuti da Gesù. Questa prima scena già indica che il gesto di Gesù è segno (manifestazione delle opere di Dio), non semplicemente guarigione fisica.

Gv 9,8-12

Gesù scompare dalla scena. Colui che era cieco non sa dove sia. Ovvero, il divenire umano e spirituale è ora affidato a quest’uomo che si deve scontrare con la realtà e attraverso questo scontro potrà fare avvenire in sé la guarigione e portarla a compimento. Ma da quando è stato guarito dalla cecità, tutto comincia a essere tremendamente più complicato per lui. Tutte le persone che conosceva e con cui aveva rapporti ora si distanziano da lui. Perfino i suoi genitori. Compaiono in scena i vicini, i conoscenti, coloro che erano abituati a vederlo come parte del paesaggio, perché era un mendicante che stazionava normalmente in un dato luogo. E pongono diverse domande: Interrogano, ma non si interrogano. È il punto di vista della superficialità.

Il loro interesse è meramente fattuale. Non pongono nemmeno domande circa l’identità di Gesù. Ma solo: Dov’è? Come ti ha aperto gli occhi? Questa assenza di profondità impedirà a loro di andare oltre e di essi non si parlerà più. Qui troviamo il primo passo del cammino di riconoscimento di Gesù quale Messia da parte di colui che era stato cieco. Egli dice: “L’uomo (ho anthropos) chiamato Gesù ha fatto del fango, mi ha spalmato gli occhi e mi ha detto: ‘Va’ a Siloe e lavati’”. Il contatto basilare si è stabilito: egli riconosce l’uomo che l’ha trattato umanamente. Arriva a riconoscere chi l’ha riconosciuto come uomo. Mentre comincia a difendere la sua identità da chi non lo riconosce: “Sono io” (v. 9). Era riconosciuto finché era un mendicante cieco: ora il mutamento lo rende irriconoscibile. La domanda è: sappiamo accogliere il mutamento della persona? O il cambiamento, addirittura la guarigione, perturba i nostri equilibri?

Gv 9,13-17

L’uomo guarito è portato dai farisei e viene interrogato. A partire dal fatto che la guarigione è avvenuta in giorno di sabato, si verifica una divisione tra due opposte interpretazioni del fatto (v. 16). I farisei si rendono conto che nell’evento vi è più della sola dimensione materiale e alcuni di loro parlano di segni. A differenza dei vicini, si interrogano più a fondo, ma non credono. Tuttavia si rimettono al cieco domandandogli: “Tu cosa dici di lui?”. Chiedono il parere a colui che ha vissuto in prima persona l’incontro. E quest’uomo avanza nella sua comprensione dell’identità di Gesù: è un profeta. Proprio l’interrogatorio a cui è sottoposto da chi lo sta processando lo conduce a capire meglio chi sia Gesù. Dai farisei impara che ciò che è avvenuto è un segno che rinvia a Dio stesso: la sua comprensione di Gesù cresce grazie alle opposizioni.

Gv 9,18-23

La posizione dei farisei non solo non progredisce, ma regredisce. Essi non credono che fosse stato cieco e poi guarito (v. 18). Per non farsi mettere in discussione dal segno, cercano di negare che sia avvenuto un prodigio. Convocano perciò i genitori di quell’uomo e li interrogano. I genitori riconoscono il fatto della guarigione: sono costretti ad ammettere che quello che hanno davanti è loro figlio, che era cieco e che ora non lo è più. Ma non si vogliono sbilanciare dicendo più di tanto, e questo per paura. Essi avrebbero potuto, suggerisce il v. 22, riconoscere Gesù come Cristo, ma non lo vogliono fare. Il timore dell’espulsione dalla sinagoga, che avrebbe comportato per loro un’emarginazione sociale e religiosa, li porta a scegliere ciò che loro conviene. Vogliono evitare fastidi. I genitori credono ma non testimoniano, si rifiutano di assumere le conseguenze pratiche del fatto avvenuto. Non sono abbastanza liberi per testimoniare. E così l’uomo che ha ritrovato la vista comincia a vedere uno spettacolo assai penoso: non creduto, lasciato solo, perfino dai genitori.

Gv 9,24-34

I farisei in questa nuova scena sono più aggressivi. Intimano all’uomo di dire la verità e di riparare all’offesa fatta alla gloria di Dio. Ormai la loro posizione è quella di chi detiene un potere e lo difende aggredendo. Il potere si nutre del monopolio del sapere: “Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore”. Hanno deciso che la non osservanza del sabato è l’elemento portante su cui far leva. Tuttavia, se è vero che l’uomo non può lavorare in giorno di sabato, Dio lo può. “Il Padre mio lavora sempre e anch’io lavoro” (Gv 5,17), dice Gesù in occasione della guarigione del paralitico alla piscina di Betsetà, avvenuta in giorno di sabato. Il sabato, il giorno del compimento della creazione è il momento adatto per la reintegrazione della salute degli uomini. Ma ormai i farisei usano le parole per costringere quest’uomo a confessare ciò che essi vorrebbero sentirsi dire. Usano la parola in modo manipolatorio. E ripetono le stesse domande all’uomo.

E ancora una volta è a partire dalle contestazioni che gli vengono mosse che egli arriva a una più profonda comprensione dell’identità dell’uomo che l’ha guarito. I farisei stessi avevano detto che segni simili non possono essere fatti da un peccatore, ma solo da uno che viene da Dio (v. 16). E ora, di fronte a un’ipotesi spacciata come verità comprovata (“Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore”), egli ripete la sua certezza che nessuno gli può togliere: “Ero cieco e ora ci vedo” (v. 25). Dalla certezza della propria esperienza, a cui egli rimane attaccato saldamente, ora passa a interpretare il tutto in modo esplicito: “Se costui non venisse da Dio, non avrebbe potuto fare nulla” (v. 33). Per quest’uomo, Gesù è un inviato da Dio. Ma questo gli costa l’espulsione dalla sinagoga. E così il suo statuto di vedente è peggiore di quando era cieco.

Gv 9, 35-41

L’uomo compie l’ultimo passo verso la fede. Incontra Gesù, non sapendo nulla del Figlio dell’uomo, ma non appena Gesù gli dice: “Lo hai visto: è colui che parla con te”, egli crede e adora. Il vederci passa attraverso l’ascolto, mentre la cecità è dovuta a difetto di ascolto. I farisei si lasciano interpellare dalle parole di Gesù (v. 39) e con timore chiedono: “Siamo ciechi anche noi?”. Forse intuendo che questa è una possibilità reale anche per loro. Ma Gesù risponde che il problema non è la cecità, ma la presunzione, il ritenersi nel giusto: è questa inossidabilità che chiude nel peccato. Accettare lo sguardo di Gesù su di noi significa imparare a vedere noi stessi in verità. Altrimenti, se siamo impegnati a difendere ad ogni costo le nostre certezze, allora non lasciamo spazio per ascoltare e impediamo che in noi si apra una breccia che ci conduce ad accogliere l’azione rinnovatrice di Dio. Ma non riusciamo nemmeno a incontrare gli altri sull’unico terreno che abbiamo a disposizione, la nostra umanità.

Luciano Manicardi
Monastero di Bose

I

III DOMENICA DI QUARESIMA:

In quel tempo, Gesù giunse a una città della Samarìa chiamata Sicar, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: qui c’era un pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, affaticato per il viaggio, sedeva presso il pozzo. Era circa mezzogiorno. Giunge una donna samaritana ad attingere acqua. Le dice Gesù: «Dammi da bere». I suoi discepoli erano andati in città a fare provvista di cibi. Allora la donna samaritana gli dice: «Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?». I Giudei infatti non hanno rapporti con i Samaritani (…).

Gesù e una donna straniera, occhi negli occhi. Non una cattedra, non un pulpito, ma il muretto di un pozzo, per uno sguardo ad altezza di cuore. Con le donne Gesù va diritto all’essenziale: «Vai a chiamare colui che ami». Conosce il loro linguaggio, quello dei sentimenti, della generosità, del desiderio, della ricerca di ragioni forti per vivere. Hai avuto cinque mariti. Gesù non istruisce processi, non giudica e non assolve, va al centro. Non cerca nella donna indizi di colpa, cerca indizi di bene; e li mette in luce: hai detto bene, questo è vero.

Chissà, forse quella donna ha molto sofferto, forse abbandonata, umiliata cinque volte con l’atto del ripudio. Forse ha il cuore ferito. Forse indurito, forse malato. Ma lo sguardo di Gesù si posa non sugli errori della donna, ma sulla sete d’amare e di essere amata. Non le chiede di mettersi in regola prima di affidarle l’acqua viva; non pretende di decidere per lei, al posto suo, il suo futuro. È il Messia di suprema delicatezza, di suprema umanità, il volto bellissimo di Dio. Lui è maestro di nascite, spinge a ripartire! Non rimprovera, offre: se tu sapessi il dono di Dio. Fa intravedere e gustare un di più di bellezza, un di più di bontà, di vita, di primavera, di tenerezza: Ti darò un’acqua che diventa sorgente!

Gesù: lo ascolti e nascono fontane. In te. Per gli altri. Come un’acqua che eccede la sete, che supera il tuo bisogno, che scorre verso altri. E se la nostra anfora, incrinata o spezzata, non sarà più in grado di contenere l’acqua, quei cocci che a noi paiono inutili, invece che buttarli via, Dio li dispone in modo diverso, crea un canale, attraverso il quale l’acqua sia libera di scorrere verso altre bocche, altre seti. «Dio può riprendere le minime cose di questo mondo senza romperle, meglio ancora, può riprendere ciò che è rotto e farne un canale» (Fabrice Hadjaji), attraverso cui l’acqua arrivi e scorra, il vino scenda e raggiunga i commensali, seduti alla tavola della mia vita.

Ed è così che attorno alla samaritana nasce la prima comunità di discepoli stranieri. «Venite, c’è al pozzo uno che ti dice tutto quello che c’è nel cuore, che fa nascere sorgenti». Che conosce il tutto dell’uomo e mette in ognuno una sorgente di bene, fontane di futuro. Senza rimorsi e rimpianti. Dove bagnarsi di luce. In questi nostri giorni “senza” (senza celebrazioni, senza liturgie, senza incontri) sentiamo attuale la domanda della Samaritana: Dove andremo per adorare Dio? Sul monte o nel tempio? La risposta è diritta come un raggio di luce: non su un monte, non in un tempio, ma dentro. In spirito e verità. Sono io il Monte, io il Tempio, dove vive Dio (M. Marcolini).

Letture: Esodo 17,3-7; Salmo 94; Romani 5, 1-2. 5-8; Giovanni 4,5-42

Ermes Ronchi
Avvenire

Sono tre i personaggi femminili nel vangelo di Giovanni, ai quali Gesù si rivolge e rappresentano in qualche modo le spose di Dio. Il rapporto tra Dio e il suo popolo, attraverso i profeti, in particolare da Osea in poi, il profeta della Samaria, era raffigurato come quello di un matrimonio. Dio era lo sposo e il popolo la sua sposa. In questo vangelo Gesù si rivolge con l’appellativo “donna”, che significa “sposa, moglie”:
1. alla madre alle nozze di Cana, Gv 2, 1,11 (la madre rappresenta il popolo che è stato sempre fedele a Dio, testimone della nuova alleanza che Gesù verrà a proporre, perché in quella vecchia non c’è vino, cioè manca l’amore);
2. alla donna adultera, la sposa adultera, che lo sposo va a riconquistare non attraverso delle minacce o dei castighi, ma con un’offerta ancora più grande di amore (la Samaritana, Gv 4, 1-42);
3. a Maria di Magdala che rappresenta la nuova comunità, la sposa del Signore (Gv 20, 11-18).

In questo brano c’è l’intenzione di Dio, che è Gesù, di recuperare la sposa adultera. Ecco perché nei versetti 3 e 4, che purtroppo la liturgia ha eliminato da questa lettura, si legge: “Gesù lasciò la Giudea, si diresse di nuovo verso la Galilea; doveva perciò attraversare la Samaria”. Questo “doveva attraversare la Samaria”, non si deve a un itinerario geografico. Normalmente dalla Giudea alla Galilea si percorreva la più comoda e tranquilla vallata del Giordano, perché, essendoci inimicizia tra galilei, giudei e samaritani, attraversando quella regione significare andare incontro a guai. E spesso ci si lasciava la pelle. Allora questo “dovere” da parte di Gesù “attraversare la Samaria”, non si deve a motivi di itinerario, ma a motivi teologici.

È lo sposo che va a recuperare la sposa adultera. L’evangelista ci presenta una donna samaritana, anonima. Quando i personaggi sono anonimi significa che sono personaggi rappresentativi di una realtà che l’evangelista vuole presentare. E Gesù, indifferente ai conflitti della razza, della religione e del sesso, si rivolge a questa donna chiedendole da bere. E’ una cosa che un uomo giudeo non avrebbe mai fatto, chiedere a una donna, e per di più ad una samaritana, una nemica, che è considerata impura. Infatti la donna samaritana si meraviglia e chiede a Gesù: “Come mai tu che sei giudei, chiedi da bere a me che sono donna?”. E lo sottolinea, un uomo non rivolge la parola a una donna, e poi questa è samaritana. I samaritani, per la loro idolatria che adesso vedremo, erano considerati impuri, nemici di Dio e nemici di tutti gli uomini. E l’evangelista diplomaticamente sottolinea: “I giudei infatti non hanno rapporti con i samaritani”. Ovvero se le davano di santa ragione tutte le volte che si trovavano.

Bene, Gesù ha chiesto un minimo segno di accoglienza, di ospitalità, per poi rispondere lui con il suo dono. “Gesù le risponde: «Se tu conoscessi il dono di Dio»”. Lo sposo va a riconquistare la sposa adultera, non attraverso le minacce, ma con un’offerta ancora più grande del suo amore. E dice Gesù: “Se tu conoscessi questo dono e colui che ti dà da bere, tu stessa gli avresti chiesto acqua viva”, cioè l’acqua della sorgente. Ed ecco che qui il dialogo si svolge tra due differenti termini che riguardano il luogo di quest’acqua: dispiace che i traduttori non ne tengano conto. La donna parla di pozzo, che significa un luogo dove c’è l’acqua, ma l’acqua non è viva e, soprattutto, esige lo sforzo dell’uomo, in questo caso della donna, per attingere l’acqua. Il pozzo è l’immagine della legge e l’acqua è quella che da la vita.

Mentre la donna parla di pozzo, cioè lei non conosce un dono gratuito, Gesù le parla di sorgente. Nella sorgente l’acqua è viva, l’acqua zampilla, e soprattutto non richiede nessuno sforzo da parte della donna che ha sete, se non quello di bere. Infatti “Gesù le risponde: «Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete»”. Immagine della legge. La legge non riesce a rispondere al desiderio che ogni uomo porta dentro. Perché, per la legge, l’uomo è sempre limitato, inadeguato, inadempiente. Ma Gesù dichiara: “Chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno”. Il suo messaggio, la sua persona, è la risposta di Dio al desiderio di pienezza che ogni persona si porta dentro. E, aggiunge Gesù: !Anzi, l’acqua che io gli darò, diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna”.

Quindi non è più un’acqua esterna, ma un’acqua interiore. L’amore di Dio, che attraverso Gesù viene comunicato all’uomo, nella misura in cui l’uomo lo accoglie e lo trasmette agli altri, in questo dinamismo di un amore ricevuto e di un amore comunicato, realizza, fa crescere e matura la sua esistenza per sempre. Rende la vita indistruttibile. Quindi non è un’esperienza di osservanza di una legge esterna all’uomo, ma l’esperienza di una forza interiore, perché Dio non governa gli uomini emanando leggi che questi devono osservare, ma comunicando loro la sua stessa capacità d’amore. A questo punto, stranamente, Gesù chiede alla donna di andare a chiamare il marito. La risposta della donna è che non ha marito. E Gesù le fa notare che ha avuto cinque mariti. Cosa significa questo?

Abbiamo visto che la donna è anonima; i personaggi anonimi sono personaggi rappresentativi, quindi la donna rappresenta la Samaria, e cosa sono questi cinque mariti? Questa regione era stata popolata da coloni provenienti da altre nazioni i quali avevano portato le loro divinità. Per cui su cinque monti c’erano cinque templi a cinque divinità. Poi, sul monte Garizim, il tempio a Jahvè. Quindi adoravano Jahvè, ma insieme agli altri dei. E, nella lingua ebraica, “signore” e “marito” hanno lo stesso significato. La donna capisce. Capisce che quello che quello che ha chiamato Signore adesso è un profeta, e si richiama alla tradizione. “I nostri padri hanno adorato su questo monte, voi invece dite che è a Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare”.

Ha compreso il richiamo di Gesù ed è disposta a tornare al vero Dio. Solo che vuole sapere dove. Ci sono tanti santuari, specialmente quello importante del Garizim, dove adorano il Dio di Israele, ma c’è anche quello di Gerusalemme. Allora lei è disposta a tornare a Dio, ma vuole sapere dove. Ecco la novità importante che Gesù proclama a questa donna samaritana, la fine del tempio, la fine del culto. “Credimi, o donna, viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre”. Le si rivolge chiamandola “donna”, “sposa”. Lei s’è richiamata ai padri, “i nostri padri”, Gesù la invita ad accogliere il Padre, lei pensava di andare in un luogo per offrire a Dio, ora è iniziata l’epoca in cui è Dio che si offre agli uomini, chiede di essere accolto per aumentare la loro capacità d’amore e renderli capaci di un amore generoso e incondizionato come il suo. Ecco l’importante annunzio di Gesù: “Ma viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità”.

“Spirito e verità” è un’espressione che indica l’amore fedele. L’unico culto che Dio chiede non parte dagli uomini verso Dio, ma dal Padre verso gli uomini. È la comunicazione del suo amore che l’uomo fa proprio, e l’unico culto che Dio gli chiede è il prolungamento di questo amore. Spirito e verità significa un amore vero. Quand’è che l’amore è vero? Quando l’amore è fedele. Infatti …e qui c’è la traduzione della CEI … “Infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano”. È meglio andare al testo originale, dove l’evangelista dice: “Infatti il Padre cerca tali adoratori”.

È tanta l’urgenza del Padre di manifestarsi agli uomini, che il Padre li cerca per realizzare il suo disegno d’amore. Ed ecco l’espressione stupenda di Gesù: “Dio è spirito”. Spirito non è qualcosa di astratto, ma significa l’energia vitale creatrice. “E quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità»”. In amore fedele. Quindi Dio è energia d’amore creatrice che chiede soltanto di essere accolto dall’uomo per prolungare il suo amore per tutta l’umanità. Questa è la novità apportata da Gesù. È la fine del tempio – perché non c’è più bisogno del tempio – e la fine del culto, che era una diminuzione dell’uomo nei confronti di Dio. L’uomo doveva togliersi qualcosa per darla a Dio. Nel nuovo culto è Dio che si offre agli uomini perché, con lui e come lui, si diano a tutta l’umanità.

P. Alberto Maggi
I

II DOMENICA DI QUARESIMA

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo» (…).

La Quaresima ci sorprende: la subiamo come un tempo penitenziale, mortificante, e invece ci spiazza con questo vangelo vivificante, pieno di sole e di luce. Dal deserto di pietre (prima domenica) al monte della luce (seconda domenica); da polvere e cenere, ai volti vestiti di sole. Per dire a tutti noi: coraggio, il deserto non vincerà, ce la faremo, troveremo il bandolo della matassa. Gesù prese con sé tre discepoli e salì su di un alto monte. I monti sono come indici puntati verso il mistero e le profondità del cosmo, raccontano che la vita è ascensione, con dentro una fame di verticalità, come se fosse incalzata o aspirata da una forza di gravità celeste: e là si trasfigurò davanti a loro, il suo volto brillò come il sole e le vesti come la luce. Tutto si illumina: le vesti di Gesù, le mani, il volto sono la trascrizione del cuore di Dio. I tre guardano, si emozionano, sono storditi: davanti a loro si è aperta la rivelazione stupenda di un Dio luminoso, bello, solare. Un Dio da godere, finalmente, un Dio da stupirsene. E che in ogni figlio ha seminato la sua grande bellezza.

Che bello qui, non andiamo via… lo stupore di Pietro nasce dalla sorpresa di chi ha potuto sbirciare per un attimo dentro il Regno e non lo dimenticherà più. Vorrei per me la fede di ripetere queste parole: è bello stare qui, su questa terra, su questo pianeta minuscolo e bellissimo; è bello starci in questo nostro tempo, che è unico e pieno di potenzialità. È bello essere creature: non è la tristezza, non è la delusione la nostra verità.
San Paolo nella seconda lettura consegna a Timoteo una frase straordinaria: Cristo è venuto ed ha fatto risplendere la vita. È venuto nella vita, la mia e del mondo, e non se n’è più andato. È venuto come luce nelle tenebre, e le tenebre non l’hanno vinta (Gv 1,5). In lui abitava la vita e la vita era la luce degli uomini (Gv 1,4), la vita era la prima Parola di Dio, bibbia scritta prima della bibbia scritta.

Allora perdonate «se non sono del tutto e sempre / innamorata del mondo, della vita / sedotta e vinta dalla rivelazione / d’esserci d’ogni cosa (….)/ Questo più d’ogni altra cosa perdonate / la mia disattenzione» (Mariangela Gualtieri). A tutte le meraviglie quotidiane. La condizione definitiva non è monte, c’è un cammino da percorrere, talvolta un deserto, certamente una pianura alla quale ritornare. Dalla nube viene una voce che traccia la strada: «questi è il figlio mio, l’amato. Ascoltatelo”. I tre sono saliti per vedere e sono rimandati all’ascolto. La voce del Padre si spegne e diventa volto, il volto di Gesù, «che brillò come il sole». Ma una goccia della sua luce è nascosta nel cuore vivo di tutte le cose.

Letture: Genesi 12, 1-4; Salmo 32; 2 Timoteo 1, 8-10; Matteo 17, 1-9

Ermes Ronchi
Avvenire

Gli specialisti dei vangeli sinottici hanno sottolineato il parallelismo che si percepisce tra questo racconto e quello della consegna a Mosè delle tavole della Legge sul Sinai (Es 24 e 34). Già lo avevano dimostrato gli studi di W. D. Davies e D. C. Allison, così come quelli di R. Pesch sul vangelo di Marco. Vediamo in particolare: “sei giorni dopo” (Mt 17,1=Es 24,1); “monte” (Mt 17,1=Es 24,12.15-18; 34,3); gruppo scelto (Mt 17,1=Es 24,1); “volto brillante” (Mt 17,2=Es 34, 29-35); “nube luminosa” (Mt 17,5=Es 24, 15-18; 34,5); voce uscita dalla nube (Mt 17,5=Es 24,16); timore dei presenti (Mt 17,6=Es 34, 29-30) (W. Carter. Cf. U. Luz). Sono troppe le coincidenze per pensare che ci troviamo di fronte ad una coincidenza meramente occasionale.

Si tratta di due racconti paralleli, ma con messaggi religiosi diversi e persino contrapposti. Sul monte Sinai si rivela un Dio che impressiona, che impone obblighi, minaccia e spaventa la povera gente che sta di fronte ad un simile spettacolo, che è (in ogni caso) uno spettacolo terribile. Sul monte della trasfigurazione si rivela un Dio che elimina la paura, che si separa da Mosè e da Elia, che non infonde terrore, ma pace. E che termina parlando di resurrezione, cioè di una vita senza alcun limite. Ossia, il Dio del Sinai è il Dio delle imposizioni e delle minacce. Il Dio della trasfigurazione è il Dio della vicinanza, della vita e della speranza.

La voce del cielo dice riferendosi a Gesù: “Ascoltatelo”. Cosa bisogna ascoltare? Quello che poco prima Pietro aveva rifiutato: l’annuncio della passione e della morte. Il Dio di Gesù, così come lo stesso Gesù, è il Dio che nella vita lotta contro la paura dei vigliacchi, contro il potere che sottomette, spaventa ed opprime, anche se questo si fa in nome di Dio. Quando la vita si orienta in questo modo, la fine della vita può essere molto simile alla fine della vita di Gesù. Ma in definitiva questo ci trasfigura, cioè questo dà alla nostra vita lo stesso senso della vita che ha condotto Gesù. Quando cambia la nostra idea di Dio, cambia la nostra vita. Si conferma quello che già lo stesso Matteo aveva insegnato nel Sermone della montagna: ogni credente è a seconda di come è il Dio nel quale crede.