Don Bruno


PENTECOSTE   Recently updated !

Lo Spirito Santo è l’ Amore di Dio che ci avvolge;

è come l’aria che respiriamo.

Sabato 30 maggio ore 10: In Cattedrale celebriamo la Messa crismale, recuperando il Giovedi Santo.

Domenica 31 Maggio: Collegiata: SS. Messe ore 10 – 11.30 – 18.30.

ore 21: (Area verde di via Quasimodo-Figuretta)

ore 21. Rosario per vivere il mese mariano insieme

ore 21.30: S. Messa


dal 18 Maggio 2020   Recently updated !

Le regole per la celebrazione delle Messe in presenza dei fedeli

Il protocollo tra CEI e Governo, in vigore lunedì 18 maggio 2020, presenta misure di sicurezza riguardanti chiese, accessi e liturgia.

In Collegiata potranno entrare 72 persone: Ingresso dal fondo, uscita dalla porta lato Cripta. Sui banchi siedono due persone. Le famiglie possono stare nello stesso banco con i figli. Sul coro ci si siede a posti alterni (uno sì, uno no).C

L’accesso alla chiesa è individuale, ovvero non ci devono essere assembramenti sia nell’ edificio che negli spazi annessi, come il sagrato e le sacrestie. Le persone devono quindi stare sempre a un metro di distanza minima tra loro e, per questo, il parroco deve valutare la capienza massima del luogo. All’ ingresso della chiesa, dei volontari o collaboratori, che devono indossare dispositivi di protezione individuale, guanti monouso e un evidente segno di riconoscimento, vigilano sull’ ordine, sull’ uso delle mascherine (senza valvola) e sul numero massimo di persone consentite. Si invitano i fedeli ad arrivare ordinatamente, mettersi in fila a un metro e mezzo di distanza, le porte vanno tenute aperte in fase di entrata e uscita e vanno resi disponibili liquidi igienizzanti. Non è consentito l’accesso alla messa nel caso in cui il fedele abbia sintomi influenzali o respiratori, febbre pari o superiore ai 37,5°C o sia stato in contatto con persone positive al Covid-19 nei giorni precedenti. Per quanto possibile, va previsto un luogo apposito per la partecipazione delle persone disabili.

La chiesa e la sagrestia vanno igienizzate al termine di ogni celebrazione mediante la pulizia delle superfici con idonei detergenti ad azione antisettica, favorendo anche il ricambio dell’aria. I vasi sacri, le ampolline, i microfoni e gli altri oggetti utilizzati durante la messa sono da disinfettare accuratamente. Le acquasantiere devono rimanere sempre vuote.

I concelebranti sono tenuti al rispetto della distanza di un metro anche nel presbiterio, come i fedeli nelle panche, dove non vanno lasciati sussidi per i canti o di altri tipo. Lo scambio del segno di pace va completamente omesso, mentre la distribuzione della comunione deve essere fatta dal sacerdote con guanti monouso e mascherina che copra naso e bocca, mantenendo un’adeguata distanza di sicurezza e offrendo l’ostia senza venire a contatto con le mani dei fedeli. Le offerte non vanno raccolte durante la celebrazione, ma attraverso appositi contenitori da collocare all’ingresso o in un altro spazio idoneo. Può essere presente un organista, ma non un coro. Queste disposizioni valgono anche in caso di battesimo, matrimonio, unzione degli infermi ed esequie (la confermazione è rinviata). Il sacramento della penitenza deve essere amministrato in locali ampi e aerati che garantiscano la distanza e la riservatezza, con il sacerdote e il fedele che indossano sempre la mascherina.

Ogni parroco deve diffondere nella propria comunità il contenuto del protocollo e all’ingresso di ogni chiesa va affisso un manifesto con le regole essenziali, tra le quali sono indispensabili: il numero massimo di partecipanti; il divieto di ingresso per chi ha i sintomi indicati o è stato in contatto con persone positive al coronavirus; gli obblighi della distanza di sicurezza, dell’igienizzazione delle mani e della mascherina. Si suggerisce poi che, in caso di luogo di culto non idoneo al rispetto di tutte queste indicazioni, si può valutare di celebrare la messa all’aperto, assicurandone la dignità e comunque il rispetto delle disposizioni sanitarie. Si ricorda infine che per motivi di età e salute c’è la dispensa dal precetto festivo e, per andare incontro a chi non può partecipare, si favoriscono le trasmissioni delle celebrazioni in modalità streaming.


Festa dei Santi Patroni e Lampada per la Pace: Castelfidardo 14 maggio 2020

               Nel 2004 abbiamo acceso insieme la  Lampada per la Pace

                  accanto alla cara immagine della Madonna di Fatima,

con l’impegno di accogliere, custodire e costruire insieme questo Dono di Dio per tutti.

La pandemia del COVID 19 ci obbliga a cambiare quest’anno i tempi e i modi della celebrazione: In Collegiata entra un solo rappresentante delle Associazioni,Confraternite,Movimenti, Gruppi, Comitati, con il proprio stendardo.

Tutti potranno seguire in diretta streaming dalle proprie abitazioni.

                  La Pace e la salute dell’anima e del corpo sono dono di Dio:

-da invocare con la preghiera,

-da custodire con sapienza e prudenza,

-da costruire con la conversione della mente, del cuore, e della vita.

  giovedi 14 MAGGIO 2020 ore 10.30:Collegiata S. Stefano

                                       Programma:

 ORE 10.30  Intorno al Civico Gonfalone e gli Stendardi delle Associazioni                                                                                                                                                                   rinnoviamo la LAMPADA PER LA PACE DI CASTELFIDARDO 

                  con   l’Arcivescovo Angelo Spina e il Sindaco Roberto Ascani,

                                  PREGHIERA PER LA PACE

               Concelebrazione eucaristica delle quattro Parrocchie

                               Presiede il Vescovo e Pastore Angelo

  Saluto del Sindaco alla Città di Castelfidardo                                

 Benedizione solenne con le reliquie dei santi Patroni alla Città, davanti al portale della  Collegiata

 Dio ci benedica e ci protegga, per intercessione di Maria Regina della Pace, dei nostri Patroni e di tutti i Santi.      

dal sito: w.w.w.chiciseparera.chiesacattolica.it

Il 14 maggio una giornata di preghiera e digiuno per invocare la fine della pandemia2

Ai nostri fratelli che credono in Dio Creatore; ai nostri fratelli in umanità ovunque.

Il nostro mondo affronta oggi un grave pericolo che minaccia la vita di milioni di persone in tutto il pianeta, ossia la rapida diffusione del coronavirus (covid19). Mentre confermiamo l’importanza del ruolo dei medici e quello della ricerca scientifica nell’affrontare questa epidemia, non dimentichiamo di rivolgerci a Dio Creatore in tale grave crisi. Noi, quindi, invitiamo tutte le persone, in tutto il mondo, a rivolgersi a Dio pregando, supplicando e facendo digiuno, ogni persona, in ogni parte del mondo, a seconda della sua religione, fede o dottrina, perché Egli elimini questa epidemia, ci salvi da questa afflizione,
aiuti gli scienziati a trovare una medicina che la sconfigga, e perché Egli liberi il mondo dalle conseguenze sanitarie, economiche e umanitarie della diffusione di tale grave contagio.

L’Alto Comitato propone, in conformità agli obiettivi del Documento sulla Fratellanza Umana, di fissare per giovedì 14 maggio una giornata di preghiera, di digiuno e di invocazione per l’umanità e invita tutti i leader religiosi e le persone
nel mondo intero a rispondere a questo invito umanitario e a rivolgersi a Dio ad una sola voce, perché preservi l’umanità, la aiuti a superare la pandemia, le restituisca la sicurezza, la stabilità, la salute e la prosperità, e renda il nostro mondo, eliminata questa pandemia, più umano e più fraterno.


domenica 24 maggio:ASCENSIONE DEL SIGNORE   Recently updated !

In quel tempo, gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato. Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».

I discepoli sono tornati in Galilea, su quel monte che conoscevano bene. Quando lo videro, si prostrarono. Gesù lascia la terra con un bilancio deficitario: gli sono rimasti soltanto undici uomini impauriti e confusi, e un piccolo nucleo di donne coraggiose e fedeli. Lo hanno seguito per tre anni sulle strade di Palestina, non hanno capito molto ma lo hanno amato molto. E ci sono tutti all’appuntamento sull’ultima montagna. Questa è la sola garanzia di cui Gesù ha bisogno. Ora può tornare al Padre, rassicurato di essere amato, anche se non del tutto capito. Adesso sa che nessuno di quegli uomini e di quelle donne lo dimenticherà. Essi però dubitarono…

Gesù compie un atto di enorme, illogica fiducia in persone che dubitano ancora. Non rimane ancora un po’, per spiegare meglio, per chiarire i punti oscuri. Ma affida il suo messaggio a gente che dubita ancora. Non esiste fede vera senza dubbi. I dubbi sono come i poveri, li avremo sempre con noi. Ma se li interroghi con coraggio, da apparenti nemici diverranno dei difensori della fede, la proteggeranno dall’assalto delle risposte superficiali e delle frasi fatte. Gesù affida il mondo sognato alla fragilità degli Undici, e non all’intelligenza di primi della classe; affida la verità ai dubitanti, chiama i claudicanti ad andare fino agli estremi della terra, ha fede in noi che non abbiamo fede salda in lui. A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra… Andate dunque.

Quel dunque è bellissimo: dunque il mio potere è vostro; dunque ogni cosa mia e anche vostra: dunque sono io quello che vive in voi e vi incalza. Dunque, andate. Fate discepoli tutti i popoli… Con quale scopo? Arruolare devoti, rinforzare le fila? No, ma per un contagio, un’epidemia di vita e di nascite. E poi le ultime parole, il testamento: Io sono con voi, tutti i giorni, fino alla fine del mondo. Con voi, sempre, mai soli. Cosa sia l’Ascensione lo capiamo da queste parole. Gesù non è andato lontano o in alto, in qualche angolo remoto del cosmo, ma si è fatto più vicino di prima. Se prima era insieme con i discepoli, ora sarà dentro di loro.

Non è andato al di là delle nubi, ma al di là delle forme. È asceso nel profondo delle cose, nell’intimo del creato e delle creature, e da dentro preme verso l’alto come forza ascensionale verso più luminosa vita: «Il Risorto avvolge misteriosamente le creature e le orienta a un destino di pienezza. Gli stessi fiori del campo e gli uccelli che egli contemplò ammirato con i suoi occhi umani, ora sono pieni della sua presenza luminosa» (Laudato si’, 100). Chi sa sentire e godere questo mistero, cammina sulla terra come dentro un tabernacolo, dentro un battesimo infinito.

Letture: Atti 1,1–11; Salmo 46; Efesini 1,17–23; Matteo 28,16–20

Ermes Ronchi
AvvenireN

domenica 17 maggio 2020: NON VI LASCERO’ ORFANI….

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi. Non vi lascerò orfani: verrò da voi. […]

Un Vangelo da mistici, di fronte al quale si può solo balbettare, o tacere portando la mano alla bocca. La mistica però non è esperienza di pochi privilegiati, è per tutti, «il cristiano del futuro o sarà un mistico o non sarà» (Karl Rahner). Il brano si snoda su sette versetti nei quali per sette volte Gesù ripropone il suo messaggio: in principio a tutto, fine di tutto, un legame d’amore. E sono parole che grondano unione, vicinanza, intimità, a tu per tu, corpo a corpo con Dio, in una divina monotonia: il Padre vi darà lo Spirito che rimanga con voi, per sempre; che sia presso di voi, che sarà in voi; io stesso verrò da voi; voi sarete in me, io in voi; mai orfani.

Essere in, rimanere in: ognuno è tralcio che rimane nella vite, stessa pianta, stessa linfa, stessa vita. Ognuno goccia della sorgente, fiamma del roveto, respiro nel suo vento. Se mi amate. Un punto di partenza così libero, così umile. Non dice: dovete amarmi, è vostro preciso dovere; oppure: guai a voi se non mi amate. Nessuna ricatto, nessuna costrizione, puoi aderire o puoi rifiutarti, in totale libertà. Se mi amate, osserverete… Amarlo è pericoloso, però, ti cambia la vita. «Impossibile amarti impunemente» (Turoldo), senza pagarne il prezzo in moneta di vita nuova: se mi amate, sarete trasformati in un’altra persona, diventerete prolungamento delle mie azioni, riflesso del mio sguardo.

Se mi amate, osserverete i comandamenti miei, non per obbligo, ma per forza interna; avrete l’energia per agire come me, per acquisire un sapore di cielo e di storia buona, di nemici perdonati, di tavole imbandite, e poi di piccoli abbracciati. Non per dovere, ma come espansione verso l’esterno di una energia che già preme dentro – ed è l’amore di Dio – come la linfa della vite a primavera, quando preme sulla corteccia secca dei tralci e li apre e ne esce in forma di gemme, di foglie, di grappoli, di fiori. Il cristiano è così: un amato che diventa amante. Nell’amore l’uomo assume un volto divino, Dio assume un volto umano.

I comandamenti di cui parla Gesù non sono quelli di Mosè ma i suoi, vissuti da lui. Sono la concretezza, la cronaca dell’amore, i gesti che riassumono la sua vita, che vedendoli non ti puoi sbagliare: è davvero Lui. Lui che si perde dietro alla pecora perduta, dietro a pubblicani e prostitute e vedove povere, che fa dei bambini i conquistatori del suo regno, che ama per primo e fino a perdere il cuore. Non vi lascerò orfani. Io vivo e voi vivrete. Noi viviamo di vita ricevuta e poi di vita trasmessa. La nostra vita biologica va continuamente alimentata; ma la nostra vita spirituale vive quando alimenta la vita di qualcuno. Io vivo di vita donata.

Letture: Atti 8,5–8.14–17; Salmo 65; 1 Pietro 3,15–18; Giovanni 14,15–21

Ermes Ronchi
Avvenire

IL BUON PASTORE CUSTODISCE E GUIDA IL SUO POPOLO.

il buon pastore

In quel tempo, Gesù disse: «In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore. Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei». […]

A sera, i pastori erano soliti condurre il loro gregge in un recinto per la notte, un solo recinto serviva per diversi greggi. Al mattino, ciascun pastore gridava il suo richiamo e le sue pecore, riconoscendone la voce, lo seguivano (B. Maggioni). Su questo sfondo familiare Gesù inserisce l’eccedenza della sua visione, dettagli che sembrano eccessivi e sono invece rivelatori: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome. Quale pastore conosce per nome le centinaia di pecore del suo gregge e le chiama a sé a una a una?

Per Gesù le pecore hanno ciascuna un nome, ognuna è unica, irripetibile; vuole te, così come sei, per quello che sei. E le conduce fuori. Anzi: le spinge fuori. Non un Dio dei recinti ma uno che apre spazi più grandi, pastore di libertà e non di paure. Che spinge a un coraggioso viaggio fuori dagli ovili e dai rifugi, alla scoperta di orizzonti nuovi nella fede, nel pensiero, nella vita. Pecore che non possono tornare sui pascoli di ieri, pena la fame, ma “gregge in uscita”, incamminato, che ha fiducia nel pastore e anche nella storia, nera di ladri e di deserti, ma bianca di sentieri e di sorgenti. Il pastore cammina davanti alle pecore. Non abbiamo un pastore di retroguardie, ma una guida che apre cammini. Non un pastore alle spalle, che grida o agita il bastone, ma uno che precede e convince, con il suo andare tranquillo che la strada è sicura.

Le pecore ascoltano la sua voce. E lo seguono. Basta la voce, non servono ordini, perché si fidano e si affidano. Perché lo seguono? Semplice, per vivere, per non morire. Quello che cammina davanti, che pronuncia il nome profondo di ciascuno, non è un ladro di felicità o di libertà: ognuno entrerà, uscirà e troverà pascolo. Troverà futuro. Io sono la porta: non un muro, o un vecchio recinto, dove tutto gira e rigira e torna sui suoi giri. Cristo è porta aperta, buco nella rete, passaggio, transito, per cui va e viene la vita di Dio. «Amo le porte aperte che fanno entrare notti e tempeste, polline e spighe. Libere porte che rischiano l’errore e l’amore. Amo le porte aperte di chi invita a varcare la soglia. Strade per tutti noi. Amo le porte aperte di Dio» (Monastero di San Magno).

Sono venuto perché abbiano la vita, in abbondanza. Questo è il Vangelo che mi seduce e mi rigenera ogni volta che l’ascolto: lui è qui per la mia vita piena, abbondante, potente, vita «cento volte tanto» come dirà a Pietro. La prova ultima della bontà della fede cristiana sta nella sua capacità di comunicare vita, umanità piena, futuro; e di creare in noi il desiderio di una vita più grande, vita eterna, di una qualità indistruttibile, dove vivi cose che meritano di non morire mai.

Letture: Atti 2,14.36–41; Salmo 22; 1 Pietro 2,20–25; Giovanni 10,1–10

Ermes Ronchi
Avvenire


Preghiamo Maria, che interceda per noi !

Santa Maria, Madre di Dio, prega per noi

Riscopriamo la bellezza di pregare il Rosario in famiglia

Lettera di Papa Francesco a tutti i fedeli per il mese di maggio 2020, con due preghiere alla Madonna.

Nella lettera a tutti i fedeli del 25 aprile, Papa Francesco ha proposto di riscoprire la bellezza di pregare il Rosario a casa nell’imminente mese di maggio, nel quale il popolo di Dio esprime con particolare intensità il suo amore e la sua devozione alla Vergine. La preghiera domestica, che le restrizioni per la pandemia ci hanno costretto a valorizzare, può essere sia familiare che personale, ma in ogni caso per il pontefice il suo segreto è la semplicità.

Papa Francesco segnala poi due preghiere alla Madonna da dire al termine del Rosario, per renderci ancora più uniti come famiglia spirituale e aiutarci a superare le difficoltà di questo periodo. Una è quella recitata per la salute dei malati in occasione della messa presso il Santuario della Madonna del Divino Amore per la Giornata di preghiera e digiuno dell’11 marzo:

O Maria, tu risplendi sempre nel nostro cammino come segno di salvezza e di speranza.

Noi ci affidiamo a te, Salute dei malati, che presso la croce sei stata associata al dolore di Gesù, mantenendo ferma la tua fede.

Tu, Salvezza del popolo romano, sai di che cosa abbiamo bisogno e siamo certi che provvederai perché, come a Cana di Galilea, possa tornare la gioia e la festa dopo questo momento di prova.

Aiutaci, Madre del Divino Amore, a conformarci al volere del Padre e a fare ciò che ci dirà Gesù, che ha preso su di sé le nostre sofferenze e si è caricato dei nostri dolori per condurci, attraverso la croce, alla gioia della risurrezione. Amen.

Sotto la Tua protezione cerchiamo rifugio, Santa Madre di Dio. Non disprezzare le suppliche di noi che siamo nella prova, e liberaci da ogni pericolo, o Vergine gloriosa e benedetta.

Raccogliendo la proposta e la sollecitazione di tanti fedeli, la Conferenza episcopale italiana affida l’intero Paese alla protezione della Madre di Dio come segno di salvezza e di speranza.

Lo farà venerdì 1° Maggio, alle ore 21, con un momento di preghiera, nella basilica di Santa Maria del Fonte a Caravaggio (diocesi di Cremona, provincia di Bergamo).

La scelta della data e del luogo è estremamente simbolica. Maggio è, infatti, il mese tradizionalmente dedicato alla Madonna, tempo scandito dalla preghiera del Rosario, dai pellegrinaggi ai santuari, dal bisogno di rivolgersi con preghiere speciali all’intercessione della Vergine. Iniziare questo mese con l’Atto di Affidamento a Maria, nella situazione attuale, acquista un significato molto particolare per tutta l’Italia.
Il luogo, Caravaggio, situato nella diocesi di Cremona e provincia di Bergamo, racchiude in sé la sofferenza e il dolore vissuti in una terra duramente provata dall’emergenza sanitaria. Alla Madonna la Chiesa affida i malati, gli operatori sanitari e i medici, le famiglie, i defunti.

Il primo maggio, nella festa di San Giuseppe lavoratore, sposo di Maria Vergine, la Chiesa affida, in particolare, i lavoratori, consapevole delle preoccupazioni e dei timori con cui tanti guardano al futuro.


Il cardinale Bassetti: l’Atto di Affidamento a Maria nasce dal cuore della gente

L’altra è quella specifica per il mese di maggio di quest’anno:

«Sotto la tua protezione cerchiamo rifugio, Santa Madre di Dio».

Nella presente situazione drammatica, carica di sofferenze e di angosce che attanagliano il mondo intero, ricorriamo a Te, Madre di Dio e Madre nostra, e cerchiamo rifugio sotto la tua protezione.

O Vergine Maria, volgi a noi i tuoi occhi misericordiosi in questa pandemia del coronavirus, e conforta quanti sono smarriti e piangenti per i loro cari morti, sepolti a volte in un modo che ferisce l’anima. Sostieni quanti sono angosciati per le persone ammalate alle quali, per impedire il contagio, non possono stare vicini. Infondi fiducia in chi è in ansia per il futuro incerto e per le conseguenze sull’economia e sul lavoro.

Madre di Dio e Madre nostra, implora per noi da Dio, Padre di misericordia, che questa dura prova finisca e che ritorni un orizzonte di speranza e di pace. Come a Cana, intervieni presso il tuo Figlio Divino, chiedendogli di confortare le famiglie dei malati e delle vittime e di aprire il loro cuore alla fiducia.

Proteggi i medici, gli infermieri, il personale sanitario, i volontari che in questo periodo di emergenza sono in prima linea e mettono la loro vita a rischio per salvare altre vite. Accompagna la loro eroica fatica e dona loro forza, bontà e salute.

Sii accanto a coloro che notte e giorno assistono i malati e ai sacerdoti che, con sollecitudine pastorale e impegno evangelico, cercano di aiutare e sostenere tutti.

Vergine Santa, illumina le menti degli uomini e delle donne di scienza, perché trovino giuste soluzioni per vincere questo virus.

Assisti i Responsabili delle Nazioni, perché operino con saggezza, sollecitudine e generosità, soccorrendo quanti mancano del necessario per vivere, programmando soluzioni sociali ed economiche con lungimiranza e con spirito di solidarietà.

Maria Santissima, tocca le coscienze perché le ingenti somme usate per accrescere e perfezionare gli armamenti siano invece destinate a promuovere adeguati studi per prevenire simili catastrofi in futuro.

Madre amatissima, fa’ crescere nel mondo il senso di appartenenza ad un’unica grande famiglia, nella consapevolezza del legame che tutti unisce, perché con spirito fraterno e solidale veniamo in aiuto alle tante povertà e situazioni di miseria. Incoraggia la fermezza nella fede, la perseveranza nel servire, la costanza nel pregare.

O Maria, Consolatrice degli afflitti, abbraccia tutti i tuoi figli tribolati e ottieni che Dio intervenga con la sua mano onnipotente a liberarci da questa terribile epidemia, cosicché la vita possa riprendere in serenità il suo corso normale.

Ci affidiamo a Te, che risplendi sul nostro cammino come segno di salvezza e di speranza, o clemente, o pia, o dolce Vergine Maria. Amen.


Resta e cammina ancora con noi, Signore!

DOMENICA 26 APRILE: 3^ DI PASQUA.

Resta con noi, Signore, la sera !
La Collegiata al tempo della pandemia….

Ed ecco, in quello stesso giorno [il primo della settimana] due dei [discepoli] erano in cammino per un villaggio di nome Èmmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto. Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo. […]

Luca 24,13-35

Gesù si avvicinò e camminava con loro. Dio si avvicina sempre, viandante dei secoli e dei giorni, e muove tutta la storia. Cammina con noi, non per correggere il nostro passo o dettare il ritmo. Non comanda nessun passo, prende il nostro. Nulla di obbligato. Ogni camminare gli va. Purché uno cammini. Gli basta il passo del momento. Gesù raggiunge i due viandanti, li guarda li vede tristi, rallenta: che cosa sono questi discorsi? Ed essi gli raccontano la sua storia: una illusione naufragata nel sangue sulla collina. Lo hanno seguito, lo hanno amato: noi speravamo fosse lui… Unica volta che nei Vangeli ricorre il termine speranza, ma solo come rimpianto e nostalgia, mentre essa è «il presente del futuro» (san Tommaso); come rammarico per le attese di potere tramontate.

Per questo «non possono riconoscere» quel Gesù che aveva capovolto al sole e all’aria le radici stesse del potere. Ed è, come agli inizi in Galilea, tutto un parlare, confrontarsi, insegnare, imparare, discutere, lungo ore di strada. Giunti a Emmaus Gesù mostra di voler «andare più lontano». Come un senza fissa dimora, un Dio migratore per spazi liberi e aperti che appartengono a tutti. Allora nascono parole che sono diventate canto, una delle nostre preghiere più belle: resta con noi, perché si fa sera. Hanno fame di parola, di compagnia, di casa. Lo invitano a restare, in una maniera così delicata che par quasi siano loro a chiedere ospitalità. Poi la casa, non è detto niente di essa, perché possa essere la casa di tutti.

Dio non sta dappertutto, sta nella casa dove lo si lascia entrare. Resta. E il viandante si ferma, era a suo agio sulla strada, dove tutti sono più liberi; è a suo agio nella casa, dove tutti sono più veri. Il racconto ora si raccoglie attorno al profumo del pane e alla tavola, fatta per radunare tanti attorno a sé, per essere circondata da ogni lato di commensali, per collegarli tra loro: gli sguardi si cercano, si incrociano, si fondono, ci si nutre gli uni degli altri. Lo riconobbero allo spezzare il pane.

Lo riconobbero non perché fosse un gesto esclusivo e inconfondibile di Gesù – ogni padre spezzava il pane ai propri figli – chissà quante volte l’avevano fatto anche loro, magari in quella stessa stanza, ogni volta che la sera scendeva su Emmaus. Ma tre giorni prima, il giovedì sera, Gesù aveva fatto una cosa inaudita, si era dato un corpo di pane: prendete e mangiate, questo è il mio corpo. Lo riconobbero perché spezzare, rompere e consegnarsi contiene il segreto del Vangelo: Dio è pane che si consegna alla fame dell’uomo. Si dona, nutre e scompare: prendete, è per voi! Il miracolo grande: non siamo noi ad esistere per Dio, è Dio che vive per noi.

Letture: Atti 2,14.22-33; Salmo 15; 1 Pietro 1,17-21; Luca 24,13-35

Ermes Ronchi
Avvenire

Gesù viene anche attraverso le porte chiuse

Nella prima Pasqua i discepoli vissero un’esperienza simile a quella che stiamo provando noi in quarantena: un enorme vuoto.

«Per far fronte a questa situazione difficile e senza precedenti, dobbiamo fare un passo ulteriore […] riandando alla prima Pasqua, quella ricordata dal Vangelo di Giovanni al capitolo 20. […] Anche allora, Gesù non stette con i discepoli nella stessa maniera in cui avveniva prima, quando attraversavano insieme le strade della Palestina. Ora tutto è diverso. Gesù viene attraverso delle porte chiuse, inaspettato, e sta tra di loro in un modo del tutto nuovo. I discepoli spaventati faticano a riconoscerlo. Poi sentono delle parole che conoscono: Non abbiate paura! «Pace a voi!». Conoscono queste parole, che spesso compaiono nelle sacre Scritture dell’antica alleanza. Dio è già stato presente in situazioni difficili e apparentemente senza speranza, e ora è presente in un modo nuovo, in Gesù Cristo risorto dalla morte.»

Ascoltiamo oggi la pagina in cui Luca narra l’incontro del Risorto con i discepoli in cammino verso Emmaus. Siamo, scrive l’evangelista, «in quello stesso giorno [il primo della settimana]», ossia il giorno della risurrezione che diverrà il giorno del Signore, la domenica, in cui la comunità cristiana è radunata per fare memoria della risurrezione. In quel giorno due discepoli, uno chiamato Cleopa e l’altro senza nome, fanno il cammino inverso rispetto a quello di Gesù: lasciano Gerusalemme per recarsi ad Emmaus, «villaggio…distante circa undici chilometri» dalla città santa. In tal modo mettono fine alla loro sequela e abbandonano la comunità degli Undici. In questo cammino i due, annota l’evangelista, «conversavano di tutto quello che era accaduto».

Ed ecco che Gesù stesso, «mentre conversavano e discutevano insieme…si avvicinò e camminava con loro»; essi però sono incapaci di riconoscerlo con gli occhi della fede. In risposta alla domanda di questo forestiero – «Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?» – fanno una presentazione di Gesù formalmente ineccepibile ma limitata al suo ministero terreno: egli «fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo». Ma con la sua morte in croce è morta anche la speranza che essi avevano riposto in lui, e come sigillo della loro disillusione adducono il fatto che sono ormai trascorsi tre giorni da questi avvenimenti. È proprio qui che si manifesta la loro durezza di cuore: hanno dimenticato l’annuncio di Gesù secondo cui «Il Figlio dell’uomo deve soffrire molto, essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e risorgere il terzo giorno» (cf Lc 9, 22).

Quando infine dicono – in maniera scettica – che «alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; si sono recate al mattino alla tomba e, non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto», Gesù prende l’iniziativa e dice loro: «Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria? E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui».

A questo punto lo sconosciuto, «quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, … fece come se dovesse andare più lontano», ma i due discepoli insistono per trattenerlo, perché il loro cuore arde all’ascolto delle sue parole. Gesù entra dunque per rimanere con loro e, «quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro». Sono gli stessi gesti dell’ultima cena (cf Lc 22, 19), quelli con cui Gesù ha sintetizzato tutta la sua vita donando se stesso nella libertà e per amore. Luca conclude scrivendo: «Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista». Subito essi tornarono «a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: “Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!”».

L’episodio dei discepoli di Emmaus ci indica che anche noi cristiani oscilliamo tra Gerusalemme ed Emmaus. Crediamo di impegnarci e al tempo stesso siamo presi da dubbi e incomprensioni riguardo ai misteriosi disegni di Dio, da paure di vario genere. Il Signore Gesù in tanti modi si fa vicino a ciascuno di noi. Non pensa di sciupare il suo tempo nel ricercarci, nell’insinuare in noi gli interrogativi più inquietanti per rivedere le nostre posizioni, nell’aiutarci a comprendere le Scritture, nel donarci se stesso nell’eucaristia. Il fatto che siamo qui riuniti vuol dire che siamo «tornati» a Gerusalemme, magari portando ancora il fardello della nostra incredulità. Ogni domenica deve esserci questo ritorno al luogo della fede, della comunione fraterna.

Noi conosciamo il nome di uno dei discepoli che vanno ad Emmaus; l’altro è senza nome perché può essere impersonato da ciascuno di noi. Il pellegrino che si unisce ai viandanti non presenta la sua carta d’identità, si fa compagno di strada, è accolto e accoglie. Gesù si può avvicinare a noi per mezzo di altri fratelli, così come noi dalla fede incerta possiamo saper fare lunghi tratti di strada con altre persone spesso deluse, forse in ricerca di qualche barlume di fiducia e speranza. Il camminare insieme è aiuto reciproco, sempre. Ci aiuti Dio onnipotente a riconoscere, nella celebrazione del mistero eucaristico, il Cristo crocifisso e risorto, che apre il nostro cuore all’intelligenza delle Scritture, e si rivela a noi nell’atto di spezzare il pane.

Don Lucio D’Abbraccio


“Salute a voi !” : il nome della DIVINA MISERICORDIA

Gesù Risorto ci viene incontro e dice: “Salute a voi”.(Matteo 28,9)

Passerà questo sabato santo… e viene la Domenica di Pasqua, la Divina Misericordia.

Resurrezione:mosaico

Le parole di Gesù Risorto ci aprono alla Speranza: siamo caduti dentro una pandemia del corpo e dell’anima, dello spirito e della vita sociale…perchè:

“ognuno di noi seguiva la sua strada: il Signore fece ricadere su di Lui l’iniquità di noi tutti:

Dalle sue piaghe siamo stati salvati” (Isaia 53,6)

Ora è importante stabilire le priorità: non si potrà riavere tutto e subito (magari non serve per il nostro vero ben-essere);

allora bisogna saper scegliere ciò che conta di più.

Ricordiamo quello che Gesù dice a Marta:

Ti agiti e ti affanni per molte cose, ma una sola è quella necessaria;

Maria ha scelto la parte migliore che non le sarà tolta”(Luca 10,41)

Ci auguriamo di saper fare le scelte giuste, con l’aiuto della divina misericordiosa Sapienza!

DOMENICA 19 APRILE: LA SALUTE SI CHIAMA

DIVINA MISERICORDIA !

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.(Giovanni 20)

Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati». Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Didimo, non era con loro quando venne Gesù. […]I discepoli erano chiusi in casa per paura dei giudei. Hanno tradito, sono scappati, hanno ancora paura: che cosa di meno affidabile di quel gruppetto allo sbando? E tuttavia Gesù viene. Una comunità chiusa dove non si sta bene, porte e finestre sbarrate, dove manca l’aria e ci si sente allo stretto. E tuttavia Gesù viene. Non al di sopra, non ai margini, ma, dice il Vangelo, in mezzo a loro. E dice: Pace a voi.

Non si tratta di un augurio o di una promessa, ma di una affermazione: la pace è, la pace qui. Pace che scende dentro di voi, che proviene da Dio. È pace sulle vostre paure, sui vostri sensi di colpa, sui sogni non raggiunti, sulle insoddisfazioni che scolorano i giorni. Qualcuno però va e viene da quella stanza, entra ed esce: i due di Emmaus, Tommaso il coraggioso. Gesù e Tommaso, loro due cercano. Si cercano. Otto giorni dopo, erano ancora lì tutti insieme. Gesù ritorna, nel più profondo rispetto: invece di rimproverarli, si mette a disposizione delle loro mani.

Tommaso non si era accontentato delle parole degli altri dieci; non di un racconto aveva bisogno, ma di un incontro con il suo Signore. Che viene una prima volta ma poi ritorna, che invece di imporsi, si propone; invece di ritrarsi, si espone alle mani di Tommaso: Metti qui il tuo dito; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco. La risurrezione non ha richiuso i fori dei chiodi, non ha rimarginato le labbra delle ferite. Perché la morte di croce non è un semplice incidente da superare: quelle ferite sono la gloria di Dio, il punto più alto dell’amore, e allora resteranno eternamente aperte. Su quella carne l’amore ha scritto il suo racconto con l’alfabeto delle ferite, indelebili ormai come l’amore stesso.

Il Vangelo non dice che Tommaso abbia davvero toccato, messo il dito nel foro. A lui è bastato quel Gesù che si propone, ancora una volta, un’ennesima volta, con questa umiltà, con questa fiducia, con questa libertà, che non si stanca di venire incontro, che non molla i suoi, neppure se loro l’hanno abbandonato. È il suo stile, è Lui, non ti puoi sbagliare: mio Signore e mio Dio. Perché mi hai veduto, hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto! Una beatitudine per noi che non vediamo, che cerchiamo a tentoni e facciamo fatica, che finalmente sento mia. Grande educatore, Gesù: forma i suoi alla libertà, a essere liberi dai segni esteriori, alla ricerca personale più che alla docilità. Beati i credenti! La fede è il rischio di essere felici. Una vita non certo più facile, ma più piena e vibrante. Ferita sì, ma luminosa. Così termina il Vangelo, così inizia il nostro discepolato: col rischio di essere felici, portando le nostre piaghe di luce.

Letture: Atti 2,42–47; Salmo 117; 1 Pietro 1,3–9; Giovanni 20,19–31

Ermes Ronchi
Avvenire

Se “il giorno dopo il sabato” (Gv 20,1) si era aperto con la visita al sepolcro di Maria di Magdala e con la corsa al sepolcro di due discepoli che trovarono la tomba vuota, ora è il Risorto che visita il luogo dove si trovano i discepoli. Andati per trovare Gesù dove pensavano che fosse, Gesù li raggiunge dove loro stessi sono. Questa la scena che ci viene presentata dal vangelo della II domenica di Pasqua. Il farsi presente del Risorto ai suoi discepoli la sera del giorno pasquale provoca un cambiamento nei discepoli stessi: un gruppo di uomini impaurito e ripiegato su di sé, che giace in un luogo chiuso simbolicamente assimilabile a un sepolcro, viene fatto risorgere a comunità capace di testimonianza e di annuncio. Il passaggio dalla paura alla gioia dice che incontrare il Risorto è fare esperienza di resurrezione nella propria vita.

Il gesto di Gesù che alita sui discepoli è gesto di creazione (cf. Gen 2,7; Sap 15,11), di passaggio dalla morte alla vita (cf. 1Re 7,21; Ez 37,9), dalle tenebre alla luce (cf. Tb 11,11). Incontrare il Risorto significa anche divenire testimoni della resurrezione: il dono dello Spirito con il potere di rimettere i peccati rende i discepoli partecipi di quella vittoria della vita sulla morte che è la resurrezione. La remissione dei peccati è frutto e testimonianza della resurrezione, per questo la chiesa testimonia la resurrezione di Gesù annunciando e attuando tra gli uomini la remissione dei peccati. La remissione dei peccati appare come il segno distintivo della chiesa che testimonia il Risorto, tanto che essa deve trasparire e manifestarsi nell’eucaristia (cf. Mt 26,28: “Questo è il mio sangue versato in remissione dei peccati”), nell’esercizio dell’autorità (cf. Mt 16,19: l’autorità di sciogliere e legare), nella missione (cf. Gv 20,23).

Nel nostro testo la remissione dei peccati non è un potere giuridico, ma un carisma, un dono, tanto che la sua condizione è la ricezione dello Spirito, il dono dei doni. Il corpo trafitto e glorioso di Gesù narra sinteticamente l’intera sua vita come vita di amore, è corpo narrante che manifesta e parla di ciò che ha vissuto: l’agape. Il corpo risorto di Gesù parla di un amore vissuto fino alla fine e di uno Spirito che ha accompagnato tale amore fino a rendere le ferite, le ingiurie e la morte subìta, occasione ulteriore di dono, di amore. È l’amore all’origine della resurrezione. Il corpo risorto di Gesù è corpo narrante vedendo il quale si vede altro e oltre: si vede l’amore del Padre, si vede l’amore con cui il Figlio ha vissuto il tradimento di Giuda e il rinnegamento di Pietro così come le violenze dei soldati e le ostilità delle autorità religiose. Il corpo risorto di Gesù è il corpo che narra la capacità di perdonare, ovvero, di fare del male subìto un dono. Ed è corpo che chiede alla chiesa di divenire essa stessa corpo narrante, corpo che narra la misericordia di Dio e la sua capacità di perdono e di remissione dei peccati.

Dei discepoli si dice che stanno rintanati al chiuso in un luogo con le porte sbarrate, a motivo della paura: paura e chiusura sono le cifre del loro smarrimento. Dove dunque, e come, scoprono la presenza di Gesù? Essenzialmente nel loro essere ancora insieme, nel loro restare uniti, per quanto non siano insieme per evangelizzare, per fare la missione, per testimoniare, ma forse solo per paura e perché non sanno altrimenti dove andare. Il Risorto si manifesta nel loro essere insieme, nel loro dare continuità a quell’insieme che Gesù aveva voluto e creato. Non si manifesta a Tommaso che si trova da un’altra parte, magari perché non aveva paura come loro. No, il testo sottolinea che Gesù si fa presente a quel gruppo di paurosi, non a uno solo. Gesù, specifica due volte Giovanni, si fa presente in mezzo, in mezzo a loro. C’è uno spazio “in mezzo” dove c’è una comunità.

La vita comunitaria stessa è dunque luogo di esperienza pasquale. Tommaso, assente durante la prima manifestazione di Cristo (Gv 20,19-23) e presente alla seconda (Gv 20,26-28), non ha bisogno di stendere la mano e metterla nel costato di Gesù per vincere la sua incredulità (Gv 20,24-25): il fatto stesso di essere insieme agli altri nella comunità cambia la sua situazione. La comunità è luogo di esperienza della resurrezione nel passaggio che induce a compiere dall’“io” al “noi”, nel movimento di morte a se stessi per vivere con e per gli altri che essa suscita, nell’evento per cui le negatività e i peccati di uno sono conosciuti, accolti e non giudicati dagli altri. Tommaso, che non ha creduto all’annuncio fatto dai suoi fratelli, è accolto – da incredulo – nel gruppo dei discepoli riuniti otto giorni dopo.

Tommaso ha come soprannome “Didimo” (Gv 20,24), che significa “gemello”, “doppio”. È un discepolo di Gesù, ma sulla fede fa prevalere le sue pretese; sulla fiducia ai fratelli fa prevalere la durezza e la sufficienza; sull’oggettività e continuità di presenza in mezzo agli altri, fa prevalere un atteggiamento singolare e incostante. Dunque è figura di doppiezza. In lui ogni credente può riconoscere le proprie ambiguità e doppiezze nella vita di fede, tutte forme con cui ci difendiamo dal movimento di affidamento e ci isoliamo. Ma la fede cristiana non è vivibile individualmente, come avventura isolata. In mezzo ai fratelli, Tommaso farà la sua confessione di fede: infatti, dove due o tre sono riuniti nel suo nome, il Signore è in mezzo a loro (cf. Mt 18,20).

Se la comunità è luogo sacramentale di presenza del Risorto, altrettanto vale per la Scrittura. Il credente incontra il corpo del Risorto nel corpo comunitario e nel corpo scritturistico (e, ovviamente, nel corpo eucaristico): il libro del vangelo, definito da Giovanni come “segni scritti” (Gv 20,30-31) capaci di suscitare la fede che conduce alla salvezza, cioè alla comunione di vita con il Signore, è sacramento della potenza di Dio (“il vangelo è potenza di Dio per chiunque crede”: Rm 1,16). Potenza mostrata nella resurrezione da morte di Gesù e che si manifesta sempre di nuovo nella remissione dei peccati nel nome di Gesù.

Comunità e Scrittura sono anche gli ambiti che oggettivano l’azione dello Spirito mentre ne sono vivificate. Comunità e Scrittura interagiscono con lo Spirito creando una pericoresi, una circolazione che nella liturgia si esplica pienamente: in essa lo Spirito vivifica il gruppo umano rendendolo corpo di Cristo e resuscita le pagine antiche della Scritture rendendole parola vivente e attuale di Dio per il suo popolo.

La manifestazione del Risorto suscita la gioia dei discepoli (cf. Gv 20,21) realizzando la promessa di Gesù: “Voi ora siete nella tristezza, ma io vi vedrò di nuovo e il vostro cuore gioirà e nessuno vi potrà togliere la vostra gioia” (Gv 16,22-23). La gioia pasquale, la gioia che niente e nessuno può togliere, non elimina le ferite e le sofferenze subìte ma, innestandole per fede in Cristo, può farne – evangelicamente – qualcosa: non un motivo di rivalsa o di vendetta, ma di perdono e di amore, e così realizza la “giustizia superiore” (Mt 5,20).

La fede nel Risorto nasce in Tommaso passando attraverso la conoscenza delle ferite che Cristo porta nel suo corpo. E attraverso la presa di coscienza del fatto che egli stesso non è estraneo a tale opera di trafittura: Gesù gli chiede di prendere contatto con le sue ferite! La fede pasquale nei cristiani non può nascere se non passando attraverso la presa di coscienza delle ferite che si provocano nel corpo di Cristo che è la chiesa, che si infliggono alle sue membra, i fratelli e le sorelle nella fede. Solo questa fede pasquale è autentica perché accompagnata dal pentimento e dalla conversione del credente stesso.

Il Risorto che, fattosi presente in mezzo ai suoi “otto giorni dopo” (Gv 20,26), accondiscende alle pretese che Tommaso aveva avanzato come condizioni del suo credere, provoca una reazione di Tommaso radicalmente diversa da quella di alcuni giorni prima. Perché? Perché Tommaso si scopre accolto anche nella sua pretesa, nella sua sfiducia. Tommaso si scopre amato nella sua incredulità e perdonato. E questo vince le sue resistenze. Gesù non si impegna in rimproveri, non mette in atto strategie di convinzione, ma accondiscende a ciò che Tommaso aveva preteso mostrando di conoscere in profondità il cuore di questo discepolo. Tanto che Tommaso perviene subito alla confessione di fede in Gesù quale Signore e Dio. Tommaso crede all’amore e se ne lascia vincere. E rinuncia a se stesso, accettando anche di fare la figura di chi smentisce se stesso. Tommaso accetta se stesso accettando di essere amato.

Ecco allora che Gesù proclama la beatitudine di coloro che crederanno senza avere visto. Ed ecco anche le ultime parole del testo evangelico sul vangelo scritto: vangelo che contiene la narrazione scritta dell’amore di Dio e della prassi di amore di Gesù di Nazaret. Beato dunque chi crederà all’amore attraverso la mediazione del vangelo, così come attraverso la mediazione di una comunità cristiana. La comunità riunita otto giorni dopo è rinvio alla comunità cristiana che nel tempo della chiesa si raduna settimanalmente per l’eucaristia domenicale: ormai i luoghi che narrano sacramentalmente l’amore di Dio sono la comunità cristiana, l’eucaristia, il vangelo. Senza vedere, senza prove tangibili, ma nella certezza della fede, questi tre luoghi sono tre testimonianze dell’amore che ci dicono che noi siamo amati e che possiamo imparare ad amare, possiamo diventare persone capaci di amare.

Luciano Manicardi
Monastero di Bose


SETTIMANA SANTA PASQUA 2020

Auguri di Pasqua 2020 del Parroco
Arcangelo custode:vetrata di Silvia Bugari
Collegiata S. Stefano

«Perché avete paura? Non avete ancora fede?». (Marco 4,35-41) h

Signore, ci rivolgi un appello, un appello alla fede. Che non è tanto credere che Tu esista, ma venire a Te e fidarsi di Te. In questa Quaresima risuona il tuo appello urgente: “Convertitevi”, «ritornate a me con tutto il cuore» (Gl 2,12). Ci chiami a cogliere questo tempo di prova come un tempo di scelta.

Non è il tempo del tuo giudizio, ma del nostro giudizio: il tempo di scegliere che cosa conta e che cosa passa, di separare ciò che è necessario da ciò che non lo è. È il tempo di reimpostare la rotta della vita verso di Te, Signore, e verso gli altri… Quante persone pregano, offrono e intercedono per il bene di tutti. La preghiera e il servizio silenzioso: sono le nostre armi vincenti… Il Signore ci interpella e, in mezzo alla nostra tempesta, ci invita a risvegliare e attivare la solidarietà e la speranza capaci di dare solidità, sostegno e significato a queste ore in cui tutto sembra naufragare. Il Signore si risveglia per risvegliare e ravvivare la nostra fede pasquale…

Abbiamo un’ancora: nella sua croce siamo stati salvati.

Abbiamo un timone: nella sua croce siamo stati riscattati.

Abbiamo una speranza: nella sua croce siamo stati risanati e abbracciati affinché niente e nessuno ci separi dal suo amore redentore. In mezzo all’isolamento nel quale stiamo patendo la mancanza degli affetti e degli incontri, sperimentando la mancanza di tante cose, ascoltiamo ancora una volta l’annuncio che ci salva:

è risorto e vive accanto a noi… Non spegniamo la fiammella smorta (cfr Is 42,3), che mai si ammala, e lasciamo che riaccenda la speranza”. (Papa Francesco, Omelia, Sagrato Basilica di S. Pietro, 27 marzo 2020).


VI INVITO A COLLEGARVI CON LE CELEBRAZIONI DIOCESANE, DISPONIBILI su E’ TV MARCHE canale 12 e sulla rete , DIGITANDO:

è tv marche.

anche le palme sono benedette in casa, collegandosi alle celebrazioni parrocchiali, diocesane, nazionali.

Viviamo una settimana santa diversa dagli altri anni: questo ci aiuta ad apprezzare di più quello che viviamo ogni anno !

Celebrazioni in Cattedrale presiedute dall’Arcivescovo trasmesse in diretta televisiva su èTV Marche canale 12

Giovedì Santo Alle ore 17.00 l’Arcivescovo presiede, in Cattedrale, la celebrazione della S. Messa nella Cena del Signore, che verrà trasmessa in diretta su èTV Marche canale 12

Venerdì Santo Alle ore 17.00 l’Arcivescovo presiede, in Cattedrale, la solenne Celebrazione della Passione del Signore che verrà trasmessa in diretta su èTV Marche canale 12.

Letture nella DOMENICA DELLE PALME:

Isaia 50,4–7; Salmo 21; Filippesi 2,6–11; Matteo 26,14–27,66

In quel tempo, uno dei Dodici, chiamato Giuda Iscariota, andò dai capi dei sacerdoti e disse: «Quanto volete darmi perché io ve lo consegni?». E quelli gli fissarono trenta monete d’argento. Da quel momento cercava l’occasione propizia per consegnare Gesù. […]

Entriamo in un tempo che ci fa pensosi. «Tutti gli uomini vanno a Dio nella loro sofferenza, piangono per aiuto, chiedono felicità e pane, salvezza dalla malattia, dalla morte. Così fanno tutti, tutti, cristiani e pagani… Uomini vanno a Dio nella sua sofferenza, lo trovano povero, oltraggiato, senza tetto né pane, consunto… I cristiani stanno vicino a Dio nella sua sofferenza» (D. Bonhoeffer). Quella sofferenza che allora bruciò nella passione di Gesù e oggi brucia nelle croci innumerevoli dove Cristo è ancora crocifisso nei suoi fratelli. Questa è la settimana della suprema vicinanza, vi entriamo come cercatori d’oro.

Anche isolati nelle loro case, i cristiani stanno vicino, sono in empatia vicini alla sofferenza di quanti chiedono vita, salute, pane, conforto; vicini come rabdomanti di dolore e di amore. E dove respirano meglio è la croce. Guardo il Calvario, e vedo un uomo nudo, inchiodato e morente. Un uomo con le braccia spalancate in un abbraccio che non rinnegherà mai. Un uomo che non chiede niente per sé, non grida da lì in cima: ricordatemi, cercate di capire, difendetemi… Si dimentica di chiedere aiuto per sè…, si preoccupa di chi gli muore a fianco: oggi, con me, sarai nel paradiso.

Fondamento della fede cristiana è la cosa più bella del mondo: un atto di amore totale. La suprema bellezza della storia è quella accaduta fuori Gerusalemme, sulla collina, dove il Figlio di Dio si lascia inchiodare, povero e nudo come un verme nel vento, per morire d’amore. La croce è l’innesto del cielo dentro la terra, il punto dove un amore eterno penetra nel tempo come una goccia di fuoco, e divampa. E scrive il suo racconto con l’alfabeto delle ferite, l’unico che non inganna. Da qui la commozione, lo stupore, l’innamoramento. Dopo duemila anni sentiamo anche noi come le donne, il centurione, il ladro, che nella Croce sta la suprema attrazione di Dio. So anche di non capire.

Ma alla fine mi convince non un ragionamento sottile, ma l’eloquenza del cuore: «Perché la croce/ il sorriso/ la pena inumana ?/ Credimi/ è così semplice/ quando si ama» (J. Twardowski). Tu che hai salvato gli altri, salva te stesso, se sei il Cristo. Lo dicono tutti, capi, soldati, il ladro: fa’ un miracolo, conquistaci, imponiti, scendi dalla croce, e ti crederemo. Qualsiasi uomo, qualsiasi re, potendolo, scenderebbe dalla croce. Lui, no.

Solo un Dio non scende dal legno (D.M. Turoldo), il nostro Dio. Perché i suoi figli non ne possono scendere. Io cercatore trovo qui la vicinanza assoluta: di Dio a me, di me a Dio; sulla croce trema quella passione di comunione che ha la forza di far tremare la pietra di ogni nostro sepolcro e di farvi entrare il respiro del mattino.

Ermes Ronchi
Avvenire

“…Il Signore non scende dalla croce… ma vi muore per amor nostro..”
Collegiata S. Stefano:Vetrata-mosaico nell’abside

V

ORIENTAMENTI DIOCESANI PER LA SETTIMANA SANTA inviati dall’ Arcivescovo Angelo

Ai Presbiteri , Ai Diaconi, ai Religiosi, alle Religiose e a tutto il Popolo di Dio Arcidiocesi di Ancona-Osimo

Carissimi, ci apprestiamo a vivere la Settimana Santa in una situazione di emergenza sanitaria mondiale a motivo della pandemia del Covid-19 senza poter vivere comunitariamente le celebrazioni pasquali, questo ci rattrista e ci dà tanta sofferenza, ma dobbiamo accogliere la strada che la Provvidenza ci indica. Vivremo pertanto la Pasqua anzitutto nelle nostre case con l’ascolto della parola di Dio e la ricchezza dei simboli celebrati nella Chiesa domestica. Saranno le nostre abitazioni il tempio in cui celebrare la fede: come avveniva nelle case dei primi cristiani. Tanti seguiranno le celebrazioni dalla televisione, dal monitor del computer, dall’IPad, dallo smartphone, strumenti diventati in questo periodo “piccole cappelle digitali”. Papa Francesco ha rivolto alla Chiesa e al mondo intero, nel momento di preghiera che ha presieduto sul sagrato della Basilica di San Pietro, lo scorso venerdì 27 marzo, parole profetiche che invito me e voi a custodire e a far risuonare nei nostri cuori con tutta la loro forza di consolazione e di speranza:

«Perché avete paura? Non avete ancora fede?». Signore, ci rivolgi un appello, un appello alla fede. Che non è tanto credere che Tu esista, ma venire a Te e fidarsi di Te. In questa Quaresima risuona il tuo appello urgente: “Convertitevi”, «ritornate a me con tutto il cuore» (Gl 2,12). Ci chiami a cogliere questo tempo di prova come un tempo di scelta. Non è il tempo del tuo giudizio, ma del nostro giudizio: il tempo di scegliere che cosa conta e che cosa passa, di separare ciò che è necessario da ciò che non lo è. È il tempo di reimpostare la rotta della vita verso di Te, Signore, e verso gli altri… Quante persone pregano, offrono e intercedono per il bene di tutti. La preghiera e il servizio silenzioso: sono le nostre armi vincenti… Il Signore ci interpella e, in mezzo alla nostra tempesta, ci invita a risvegliare e attivare la solidarietà e la speranza capaci di dare solidità, sostegno e significato a queste ore in cui tutto sembra naufragare. Il Signore si risveglia per risvegliare e ravvivare la nostra fede pasquale… Abbiamo un’ancora: nella sua croce siamo stati salvati. Abbiamo un timone: nella sua croce siamo stati riscattati. Abbiamo una speranza: nella sua croce siamo stati risanati e abbracciati affinché niente e nessuno ci separi dal suo amore redentore. In mezzo all’isolamento nel quale stiamo patendo la mancanza degli affetti e degli incontri, sperimentando la mancanza di tante cose, ascoltiamo ancora una volta l’annuncio che ci salva: è risorto e vive accanto a noi… Non spegniamo la fiammella smorta (cfr Is 42,3), che mai si ammala, e lasciamo che riaccenda la speranza”. (Papa Francesco, Omelia, Sagrato Basilica di S. Pietro, 27 marzo 2020).

In considerazione di quanto sopra esposto, poiché la data della Pasqua non può essere posticipata, dispongo quanto segue:

1. Perdurando le misure restrittive in atto, che riguardano gli assembramenti e i movimenti delle persone, ci apprestiamo a celebrare la Settimana Santa in una modalità tutta particolare. La S. Sede e la CEI hanno disposto che, non potendo spostare la data della Pasqua, i Vescovi e i Presbiteri celebrino comunque i riti che la precedono in luoghi idonei, senza concorso di popolo e, se possibile, evitando concelebrazioni.

2. Pertanto le solenni celebrazioni Liturgiche previste dal Messale Romano per la Domenica delle Palme e il Triduo Pasquale dovranno svolgersi nelle chiese, a porte chiuse, con il minimo di presenze necessarie ad una degna celebrazione. Oltre il presidente e il diacono, sia presente solo chi svolge i vari compiti liturgici, ribadendo l’obbligatorietà che siano rispettate tutte le misure sanitarie, a partire dalla distanza fisica tra i partecipanti.

3. I fedeli, adeguatamente informati dell’ora dell’inizio delle celebrazioni, sono invitati a partecipare devotamente alle medesime in modo che possano unirsi in preghiera, dalle proprie abitazioni, in spirito di comunione ecclesiale. Tutti i fedeli sono invitati da casa a collegarsi alle celebrazioni dell’Arcivescovo o della propria comunità, che verranno trasmesse attraverso la televisione o gli altri mezzi di comunicazione. A tutti si raccomanda di avere maggior cura, in questi giorni, dei momenti di preghiera personale e familiare. A questo scopo saranno predisposti sussidi specifici a cura dell’Ufficio liturgico diocesano che si trovano sul sito: www.diocesi.ancona.it

4. Resta in vigore l’attuale disposizione dell’autorità civile per la quale, nonostante siano sospese le celebrazioni delle messe e degli altri riti religiosi con la partecipazione dei fedeli, sono consentiti l’apertura e l’accesso dei fedeli ai luoghi di culto, purché si evitino assembramenti e si assicuri la distanza di sicurezza tra i presenti.

5. Sarà più difficile per molti quest’anno accostarsi come di consueto al sacramento della Confessione prima di Pasqua. Tuttavia nella misura del possibile, con gli accorgimenti prescritti (spazio aperto, distanza di almeno un metro, ricorso alla mascherina) sarà cosa buona e lodevole per chi può accostarsi alla confessione sacramentale.

6. Il “caso di necessità” si ravvisa quando vi sia pericolo di vita, oppure quando, per timore di contagio o altri motivi, è impossibile avvicinare l’ammalato, o mantenere la necessaria riservatezza. In ogni caso l’assoluzione deve essere data dal sacerdote presente di persona e deve essere udibile, anche a distanza, da chi riceve il sacramento.

7. Si ricordi ai fedeli la necessità – superata l’emergenza – di confessare i peccati gravi che sono stati assolti senza poter fare la confessione individuale. I sacerdoti che dovessero ricorrere all’ assoluzione generale, ne informino l’Arcivescovo.

8. Qualora non sia possibile ricorrere all’assoluzione sacramentale, si ricordi a tutti la dottrina generale per la quale, nell’impossibilità di accostarsi al confessore, anche il solo proposito di ricevere appena possibile l’assoluzione sacramentale, accompagnato da una preghiera di pentimento (il Confesso a Dio onnipotente, l’Atto di dolore, l’invocazione “Agnello di Dio che togli i peccati del mondo abbi pietà di me”) ottiene il perdono dei peccati commessi, anche gravi, e la riconciliazione con Dio.

9. Gli ammalati in isolamento possono avere contatto solo con il personale sanitario. Il cappellano può accedere con gli appositi ausili sanitari. Qualora se ne ravvisi l’opportunità, il cappellano dell’ospedale può dare a qualcuno del personale sanitario giudicato idoneo, la facoltà di portare la SS.ma Eucaristia agli ammalati che la chiedano.

11. La Messa crismale date le attuali limitazioni viene trasferita ad una data successiva alla Pasqua. Si ricorda che, in caso di necessità, in cattedrale è disponibile l’olio degli infermi benedetto lo scorso anno.

12. Messa in Coena Domini. Alle ore 17.00 l’Arcivescovo celebra, in Cattedrale, la Messa nella Cena del Signore che verrà trasmessa in diretta su èTV Marche canale 12

Nelle altre chiese si può celebrare con le restrizioni prescritte. Si omette la lavanda dei piedi e la processione al termine della celebrazione. Il Santissimo Sacramento viene riposto nel Tabernacolo senza adorazione solenne. Non vengono allestiti altari per la reposizione, né si incoraggiano le visite consuete e le veglie di adorazione. In questo giorno, in via straordinaria, è concessa ai singoli presbiteri la facoltà di celebrare la S. Messa nella Cena del Signore in luogo adatto, senza concorso di popolo. I presbiteri che non hanno la possibilità di celebrare la Santa messa celebreranno – in alternativa – i Vespri.

13. Venerdi Santo: È giorno di digiuno e di astinenza dalla carne. Alle ore 17.00 l’Arcivescovo presiede, in Cattedrale, la solenne Celebrazione della Passione del Signore che verrà trasmessa in diretta su èTV Marche canale 12. Nelle altre chiese si celebra la Passione all’orario stabilito, nella forma prevista e con le limitazioni del momento. Quest’anno, nella solenne preghiera universale si introduca (prima dell’ultima) una speciale intenzione (che sarà preparata dall’Ufficio liturgico diocesano) per la situazione attuale di epidemia. Nel rito di Adorazione della Croce si ometta il bacio. Anche le tradizionali processioni (Via Crucis o “processione del Cristo morto”) sono soppresse.

14. Sabato Santo Alle ore 21.00, in Cattedrale, l’Arcivescovo presiede la Veglia pasquale che verrà trasmessa in diretta su èTV Marche canale 12. Nella parrocchie tutto si svolge all’orario stabilito, con le limitazioni del momento. La liturgia battesimale si compie nella forma più semplice, senza la benedizione del fonte e senza celebrazione di Battesimi.

“Sono risorto e sono sempre con voi….”Collegiata S. Stefano,vetrata-mosaico sopra l’entrata

15. Domenica di Pasqua Alle 10.30 l’Arcivescovo presiede la S. Messa in Cattedrale, che verrà trasmessa in diretta su èTV Marche canale 12. Le celebrazioni nelle altre chiese, devono rispettare le stesse indicazioni delle altre domeniche.

16.Altre indicazioni : Ringrazio per l’impegno e la creatività manifestata nel continuare ad alimentare spiritualmente le vostre comunità in questo tempo, vi raccomando un uso giudizioso, discreto e adeguato delle grandi potenzialità offerte dal Web e dai Social media, al fine di favorire la partecipazione dei fedeli alla preghiera della propria comunità. Le celebrazioni potranno essere trasmesse solo in diretta, attraverso i diversi mezzi della comunicazione sociale, da un luogo sacro, debitamente preparato e avendo molta cura del corretto svolgimento della celebrazione liturgica e della sua regia per la trasmissione. Si garantisca il pieno rispetto delle condizioni di sicurezza e di prevenzione del contagio per l’operatore, il celebrante, il diacono, il lettore, l’organista, il cantore.

17. Prime Comunioni e Cresime nel tempo Pasquale: si invitano le parrocchie a considerare l’opportunità di trasferire queste celebrazioni in altra data in accordo con le famiglie.

18. Il congedo dai fedeli che muoiono in tempo di restrizioni. Una delle sofferenze più grandi in questo periodo, per quanti hanno dovuto affrontare la morte, è l’assenza del conforto della vicinanza dei propri cari; senza dimenticare le famiglie che non hanno potuto neppure celebrare per i propri defunti i riti esequiali: a tempo opportuno verranno celebrate le Messe di suffragio e ricordati tutti i morti di questo periodo. Avvertenze igieniche per i ministri nell’ amministrazione dei sacramenti.

19. Qualora ci sia necessità di amministrare il Battesimo, per imminente pericolo di vita, questo avvenga nella forma abbreviata prevista dal Rito, senza toccare il corpo del battezzando, con guanti monouso per le unzioni. Il Viatico sia portato dal ministro ordinato, senza toccare le labbra del malato, né i familiari, usando mascherina e guanti monouso. Analogamente per l’Unzione degli Infermi il presbitero non tocchi il malato, usi mascherina e guanti monouso. Nelle sagrestie si curi con particolare attenzione l’igiene ambientale e la conservazione delle ostie e del vino destinati alla consacrazione. Si provveda a dotarsi di un dispensatore di soluzione igienizzante e di asciugamani di carta monouso. La biancheria dell’altare si cambi frequentemente. Si abbia molta cura nel toccare i vasi sacri con le mani sempre pulite. Una particolare attenzione si abbia all’altare, durante la liturgia eucaristica: il corporale con le specie eucaristiche venga collocato a distanza da chi presiede, e il più possibile le specie stiano coperte. Il pane su cui viene pronunciata la formula di consacrazione venga consumato interamente dal presidente e non diviso con altri. Nel caso che, oltre al presidente, altri debbano comunicarsi al calice, si usino calici distinti per chi presiede e gli altri oppure i concelebranti si comunichino per intenzione prima del presidente. Molta cura si abbia anche nella purificazione. Il calice lo purifichi lo stesso ministro che vi ha bevuto. Qualora vi sia sospetto di possibile contaminazione l’acqua della purificazione delle dita e dei vasi sacri può essere versata nel sacrario. Anche attraverso queste attenzioni, desideriamo manifestare la premura verso il popolo di Dio che ci è affidato e celebrare nel modo migliore possibile i giorni santi della Pasqua. La luce della fede infonda nei nostri cuori la certezza che solo Cristo risorto ha il potere di annientare le nostre paure. Su tutti voi invoco la benedizione di Dio.

✠ Angelo Spina, Arcivescovo Metropolita di Ancona Osimo


emergenza pacchi viveri-buoni spesa: AGGIORNAMENTI

Il Centro Caritas e Missioni delle 4 Parrocchie collabora con i Servizi Sociali del Comune di Castelfidardo:

  1. Chi ha bisogno di un buono-spesa, deve contattare l’Ufficio comunale, fornendo, via telematica, i propri dati :
  2. numero telefono :3357182840; mail:buonospesa@comune.castelfidardo.an.it).
  3. Il Comune fornisce una card da utilizzare nel centri commerciali convenzionati.
  4. Chi vuole donare alimenti, può far riferimento anche al Centro Caritas che

è attivo a questo numero: 324 6194467,

oltre al solito 0717820101

E’ POSSIBILE ANCHE FARE DONAZIONI LIBERALI TRAMITE IBAN

CENTRO CARITAS &MISSIONI via Donizetti 4

IT88P  03111 37281 0000 0001 4497

 PARROCCHIA COLLEGIATA S.STEFANO

IT80L 08549 37280 000100 102170 

Per la raccolta e la distribuzione ci aiutano i Volontari autorizzati, la Protezione Civile, la Croce Verde che ringraziamo e sosteniamo.

Altro punto di raccolta e distribuzione è il

CESTO CARITAS

che trovate in Collegiata, davanti all’altare del SS. Sacramento.

La Collegiata è aperta per la visita e la preghiera personale, nel rispetto delle norme di sicurezza,

ore 8-12 e 16-19.

Dio, abbi Misericordia di noi, mostraci il Tuo Volto e donaci la Tua Benedizione. Amen