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” il REGNO di DIO è VICINO: CONVERTITEVI, PREPARATE LA VIA!”   Recently updated !

II domenica di Avvento

  • 4 Dicembre 2022

Anno A

Letture: Isaia 11,1-10; Salmo 71; Romani 15,4-9; Matteo 3,1-12

1 In quei giorni comparve Giovanni il Battista a predicare nel deserto della Giudea, 2 dicendo: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!».
3 Egli è colui che fu annunziato dal profeta Isaia quando disse:
Voce di uno che grida nel deserto:
Preparate la via del Signore,
raddrizzate i suoi sentieri
!
4 Giovanni portava un vestito di peli di cammello e una cintura di pelle attorno ai fianchi; il suo cibo erano locuste e miele selvatico. 5 Allora accorrevano a lui da Gerusalemme, da tutta la Giudea e dalla zona adiacente il Giordano; 6 e, confessando i loro peccati, si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano.
7 Vedendo però molti farisei e sadducei venire al suo battesimo, disse loro: «Razza di vipere! Chi vi ha suggerito di sottrarvi all’ira imminente? 8 Fate dunque frutti degni di conversione, 9 e non crediate di poter dire fra voi: Abbiamo Abramo per padre. Vi dico che Dio può far sorgere figli di Abramo da queste pietre. 10 Già la scure è posta alla radice degli alberi: ogni albero che non produce frutti buoni viene tagliato e gettato nel fuoco. 11 Io vi battezzo con acqua per la conversione; ma colui che viene dopo di me è più potente di me e io non son degno neanche di portargli i sandali; egli vi battezzerà in Spirito santo e fuoco. 12 Egli ha in mano il ventilabro, pulirà la sua aia e raccoglierà il suo grano nel granaio, ma brucerà la pula con un fuoco inestinguibile».

Nel deserto della Giudea e sulle rive attorno al lago di Galilea, per Giovanni e per Gesù le parole generative sono le stesse : “convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino” (Mt 3,2). Tre annunci in uno. A) Esiste un regno, cieli nuovi e terra nuova, un mondo nuovo che preme per venire alla luce. B) Un regno incamminato. I due profeti non dicono cos’è il Regno, ma dove è. Lo fanno con una parola calda di speranza: “vicino”. Dio è vicino, è qui. Seconda buona notizia: il Pellegrino eterno ha camminato molto, il suo esodo approda qui, alla radice del vivere, non ai margini della vita, si fa intimo come un pane nella bocca, una parola detta sul cuore portata dal respiro: infatti “vi battezzerà nello Spirito Santo”, vi immergerà dentro il soffio e il mare di Dio, sarete avvolti, intrisi, impregnati della vita stessa di Dio, in ogni vostra fibra.

C) Convertitevi, ossia mettetela in cammino la vostra vita, non per una imposizione da fuori ma per una seduzione. La vita non cambia per decreto-legge, ma per una bellezza almeno intravista: sulla strada che io percorro, il cielo è più vicino e più azzurro, la terra più dolce di frutti, ci sono più sorrisi e occhi con luce. Convertitevi: giratevi verso la luce, perché la luce è già qui. Infatti viene uno che è più grande di me. I due profeti usano lo stesso verbo e sempre al tempo presente: «Dio viene». Non: verrà, un giorno; oppure: sta per venire, sarà qui tra poco. E ci sarebbe bastato. Semplice, diretto, sicuro: viene. Come un seme che diventa albero, come la linea mattinale della luce, che sembra minoritaria ma è vincente, piccola breccia, piccolo buco bianco che ingoia il nero della notte. Giorno per giorno, continuamente, Dio viene. Anche se non lo vedi, viene; anche se non ti accorgi di lui, è in cammino su tutte le strade.

È bello questo mondo immaginato colmo di orme di Dio. Isaia, il sognatore, annuncia che Dio non sta non solo nell’intimo, in un’esperienza soggettiva, ma si è insediato al centro della vita, come un re sul trono, al centro delle relazioni e delle connessioni tra i viventi, rete che raccoglie insieme, in armonia, il lupo e l’agnello, il leone e il bue, il bambino e il serpente, uomo e donna, arabo ed ebreo, musulmano e cristiano, bianco e nero, russo e ucraino, per il fiorire della vita in tutte le sue forme. Dio viene. Io credo nella buona notizia di Isaia, Giovanni, Gesù. Lo credo non per un facile ottimismo. Il cristiano non è ottimista, ha speranza. L’ottimista tra due ipotesi sceglie quella più positiva o probabile. Io scelgo il Regno per un atto di fede: perché Dio si è impegnato con noi, in questa storia, ha le mani impigliate nel folto di questa vita, con un intreccio così scandaloso con la nostra carne da arrivare fino al legno di una mangiatoia e di una croce.

P. Ermes Ronchi
Avvenire


il Dio che viene, cammina con noi!

I domenica di Avvento

  • 27 Novembre 2022

Anno A

…la tua casa non è una tappa, ma la meta del Suo cammino…

Letture: Isaia 2,1-5; Salmo 121; Romani 13,11-14; Matteo 24,37-44

Come nei giorni che precedettero il diluvio, mangiavano e bevevano e non si accorsero di nulla… I giorni di Noè sono i giorni ininterrotti delle nostre disattenzioni, il grande peccato: «questo soprattutto perdonate: la mia disattenzione» (Mariangela Gualtieri). Al vertice opposto, come suo contrario, sull’altro piatto della bilancia ci soccorre l’attenzione «che è la preghiera spontanea dell’anima» (M. Gualtieri). Avvento: tempo per essere vigili, come madri in attesa, attenti alla vita che danza nei grembi, quelli di Maria e di Elisabetta, le prime profetesse, e nei grembi di «tutti gli atomi di Maria sparsi nel mondo e che hanno nome donna» (Giovanni Vannucci).

Avvento è vita che nasce, a sussurrare che questo mondo porta un altro mondo nel grembo, con la sua danza lenta e testarda come il battito del cuore. Avvento: quando Dio è una realtà germinante, colui che presiede ad ogni nascita, che interviene nella storia non con le gesta dei potenti, ma con il miracolo umile e strepitoso della vita, con la danza di un grembo, in cui lievita il pane di un uomo nuovo. Dio è colui che invece di porre la scure alla radice dell’albero, inventa cure per ogni germoglio, per ogni hinnon (Salmo 72,17), che è anche nome di Dio. Due uomini saranno nel campo… due donne macineranno alla mola, una rapita, una lasciata; due soldati saranno al fronte in Ucraina, uno sarà ferito, uno resta incolume. Perché questa alternanza di vita e di morte, di salvati e di sommersi? Gesù stesso non lo spiega. Sappiamo però che caso, fatalità, fortuna sono concetti assolutamente estranei al mondo biblico. Dio non gioca a dadi con la sua creazione.

Io credo con tutto me stesso che, nonostante qualsiasi smentita, la storia, mia e di tutti, è sempre un reale cammino di salvezza. E il capo del filo è saldo nelle mani di Dio. Se il padrone di casa sapesse a quale ora viene il ladro… Un ladro come metafora del Signore! Di lui che non ruba niente e dona tutto. Se solo sapessi il momento… ma risposta non c’è, non c’è un momento da immaginare; il tempo, tutto il tempo è il messaggero di Dio, ne solleva le parole sulle sue ali insonni. Viene adesso il Signore, camminatore dei secoli e dei giorni, viene segnando le date nel calendario della vita; e ti sorprende quando l’abbraccio di un amico ti disarma, quando ti stupisce il grido vittorioso di un bimbo che nasce, una illuminazione interiore, un brivido di gioia che non sai perché. È un ladro ben strano: viene per rendere più breve la notte. Tempo di albe e di strade è l’avvento, quando il nome di Dio è Colui-che-viene, Dio che cammina a piedi nella polvere della strada. E la tua casa non è una tappa ma la meta del suo viaggio.

P. Ermes Ronchi
Avvenire


UDIENZA DI PAPA FRANCESCO 15-02-2023

Mercoledi 15 febbraio 2023

               in Aula Paolo VI

Udienza di papa       Francesco

Programma:

ore 3,00- partenza in pullman GT

“      7.00- arrivo al parcheggio del Gianicolo

“      7.30-in coda per il controllo di polizia

“      9.00- tutti pronti in aula Paolo VI

             per l’ingresso di Papa Francesco.

“      12.30 pranzo al papa Rex ( euro 20) o al sacco

“      14.30-inizio coda per ingresso nella basilica di San                   Pietro e nelle grotte Vaticane

“      17.00- breve visita alla chiesa della Divina Misericordia

“      18.00- S- Messa in Santa Maria in Traspontina

“      19.15- Partenza dal Gianicolo per Ancona

Quota viaggio: euro 40

Iscrizioni in Parrocchia        ore 19-19.30


GESU’ CRISTO REGNA DALLA CROCE !

Cristo Re

  • 20 Novembre 2022

Tempo ordinario, Anno C

Gesù, ricordati di me quando sarai nel Tuo REGNO !

Letture: Secondo libro di Samuele 5,1-3; Salmo 121; Lettera ai Colossesi 1,12-20; Luca 23,35-43

Sul Calvario, fra i tre condannati alla stessa tortura, Luca colloca l’ultima sua parabola sulla misericordia. Che comincia sulla bocca di un uomo, anzi di un delinquente, uno che nella sua impotenza di inchiodato alla morte, spreme, dalle spine del dolore, il miele della compassione per il compagno di croce Cristo. E prova a difenderlo in quella bolgia, e vorrebbe proteggerlo dalla derisione degli altri, con l’ultima voce che ha: non vedi che anche lui è nella stessa nostra pena? Parole come una rivelazione per noi: anche nella vita più contorta abita una briciola di bontà; nessuna vita, nessun uomo sono senza un grammo di luce. Un assassino è il primo a mettere in circuito lassù il sentimento della bontà, è lui che apre la porta, che offre un assist, e Gesù entra in quel regno di ordinaria, straordinaria umanità. Non vedi che patisce con noi? Una grande definizione di Dio: Dio è dentro il nostro patire, crocifisso in tutti gli infiniti crocifissi della storia, naviga in questo fiume di lacrime. La sua e nostra vita, un fiume solo.

“Sei un Dio che pena nel cuore dell’uomo” (Turoldo). Un Dio che entra nella morte perché là entra ogni suo figlio. Per essere con loro e come loro. Il primo dovere di chi vuole bene è di stare insieme a coloro che ama. Lui non ha fatto nulla di male. Che bella definizione di Gesù, nitida, semplice, perfetta: niente di male, a nessuno, mai. Solo bene, esclusivamente bene. Si instaura tra i patiboli, in faccia alla morte, una comunione più forte dello strazio, un momento umanissimo e sublime: Dio e l’uomo si appoggiano ciascuno all’altro. E il ladro che ha offerto compassione ora riceve compassione: ricordati di me quando sarai nel tuo regno. Gesù non solo si ricorderà, ma lo porterà via con sé: oggi sarai con me in paradiso. Come un pastore che si carica sulle spalle la pecora perduta, perché sia più agevole, più leggero il ritorno verso casa.

“Ricordati di me” prega il peccatore, “sarai con me” risponde l’amore. Sintesi estrema di tutte le possibili preghiere. Ricordati di me, prega la paura, sarai con me, risponde l’amore. Non solo il ricordo, ma l’abbraccio che stringe e unisce e non lascia cadere mai: “con me, per sempre”. Le ultime parole di Cristo sulla croce sono tre parole da principe, tre editti regali, da vero re dell’universo: oggi-con me-nel paradiso. Il nostro Gesù, il nostro idealista irriducibile, di un idealismo selvaggio e indomito! Ha la morte addosso, la morte dentro, e pensa alla vita, per quel figlio di Caino e dell’amore che sgocciola sangue e paura accanto a lui. È sconfitto e pensa alla vittoria, a un oggi con me, un oggi di luce e di comunione. Ed è già Pasqua.

P. Ermes Ronchi
Avvenire

L’ultima domenica dell’anno liturgico celebra Cristo quale Signore e re dell’universo. E nell’annata C tale regalità è espressa dall’episodio detto del “buon ladrone”, tratto dal racconto della passione di Gesù nel terzo vangelo (Lc 23,35-43). Prima di commentare il testo è necessaria una premessa riguardante proprio l’espressione sempre ripetuta di “buon ladrone”. La dizione più aderente al testo è “l’altro malfattore”. A differenza di Marco e Matteo che definiscono lēstaí (“briganti”: Mc 15,27; Mt 27,38.44) i due uomini crocifissi con Gesù, Luca parla di kakoûrgoi (“malfattori”). Il raro termine è tipico di Luca per designare i due condannati alla crocifissione insieme con Gesù (23,32.33.39). Meglio dunque tralasciare l’interpretazione moraleggiante che ha partorito il “buon ladrone” e restare fedeli al testo evangelico che assicura che quell’uomo non abita la sfera della bontà, ma della malvagità, come specifica la prima parte (kakós) del termine kakoûrgos.

Quest’uomo è un malfattore, uno che ha operato il male, senza che sia specificato il delitto o i delitti di cui si è macchiato. Il testo lo definisce “l’altro” (ho héteros: Lc 23,40) malfattore, in quanto prende la parola dopo che il suo compagno di condanna ha bestemmiato Gesù. Dunque così, semplicemente, lo si può chiamare: l’altro malfattore. Accanto poi alla dimensione del “male”, Luca sottolinea quella del “fare”, presente nella seconda parte del composto kakoûrgos, “mal-fattore”, evocando a più riprese il fare o non-fare il male, l’agire o non-agire ingiustamente: Lc 23,31.32.33.34.39.41. Si pensi, in particolare, alle parole di Gesù che invocano il perdono per coloro che “non sanno quello che fanno” (v. 34) e a quelle dell’altro malfattore che, rivolgendosi al ladrone che bestemmia Gesù, gli ricorda che la pena a cui essi sono sottoposti è commisurata a quanto hanno commesso (“riceviamo il degno [castigo] di ciò che abbiamo fatto”) mentre Gesù “non ha fatto nulla di male” (v. 41).

Avvenuta la crocifissione (Lc 23,33-34), Luca annota che “il popolo stava là e contemplava” (v. 35). Non si tratta di un guardare mosso da volgare curiosità o da compiacimento maligno. L’atteggiamento indicato dal verbo theoréo, “contemplare, guardare riflettendo”, qui usato, comparirà anche più avanti (nella forma del sostantivo theoría) come atteggiamento del popolo che, osservando il crocifisso, perviene al pentimento (Lc 23,48). Si tratta dunque di un atteggiamento connotato in senso positivo verso Gesù. In contrasto con l’attitudine del popolo, Luca elenca le derisioni, gli scherni e le bestemmie rispettivamente dei capi, dei soldati e di uno dei co-crocifissi con Gesù (vv. 35-39).

Ciò che viene rimproverato a Gesù e deriso di lui è la qualità messianica: “Cristo di Dio” (v. 35), “re dei Giudei” (v. 37), “Cristo” (v. 39). Agli occhi e nella mente di chi gli rivolge le accuse di usurpare il titolo di Messia, la sua incapacità di salvarsi dimostra che egli è un falso messia. Per loro “salvare la propria vita” è il sigillo dell’autentica messianicità. Invece, è esattamente l’auto-salvezza ciò che è impossibile nello spazio cristiano e che contraddice radicalmente la salvezza cristiana. Gesù aveva annunciato: “Chi vuole salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per me, la salverà” (Lc 9,24). Ma prima di annunciare che chi perderà la vita a causa sua, la salverà, egli stesso è passato attraverso l’esperienza del perdere la propria vita.

Mettere in salvo la propria vita è la grande tentazione a cui Gesù si è opposto già durante le tentazioni inaugurali del suo ministero (cf. Lc 4,1-13). Ed è la tentazione perenne del cristiano e della chiesa. Infatti, vale anche per la chiesa il detto di Gesù per cui chi vuole salvare se stesso, ovvero chi fa di se stesso un fine, il proprio fine, perde se stesso. La regalità di Gesù è derisa (v. 35: Luca riprende il verbo ekmukterízein presente anche in Sal 22[21],8) dai capi religiosi; è ridicolizzata, schernita, presa in giro dai soldati romani (v. 36: verbo empaízein, cf. Lc 14,29; 18,32; 22,63), è insultata, ingiuriata, oltraggiata da uno dei condannati accanto a lui (v. 39: Luca utilizza il verbo blasphemeîn, già usato in 22,65, che significa “oltraggiare”, ma che, a orecchie cristiane, suona come bestemmia perché si rivolge contro il Figlio di Dio).

Insomma, la regalità di Gesù o è rifiutata con disprezzo e derisione (vv. 35-36) o è cercata per essere sfruttata a proprio vantaggio (v. 39). Dal punto di vista teologico e spirituale si può affermare che Gesù abita lo scandalo del Messia perduto che può così raggiungere chiunque si trovi in situazioni di perdizione. Del resto, noi sappiamo che condizione indispensabile per incontrare e aiutare l’altro nella sua sofferenza, è condividere qualcosa della sua impotenza e debolezza. Scrive Dietrich Bonhoeffer: “Cristo non aiuta in forza della sua onnipotenza, ma in forza della sua debolezza e della sua sofferenza … La Bibbia rinvia l’uomo all’impotenza e alla sofferenza di Dio; solo il Dio sofferente può aiutare”. La regalità di Gesù capovolge dunque la logica di potenza che regge le regalità umane.

Dopo le parole irriverenti del co-crocifisso ecco che, inaspettatamente, e in un testo proprio del vangelo lucano, entra in scena l’altro condannato pronunciando parole che ne fanno la figura del discepolo cristiano. Egli innanzitutto opera la correzione fraterna “rimproverando” (v. 40: vb. epitimáo) l’altro condannato che insulta Gesù, e mettendo così in atto la parola di Gesù: “Se tuo fratello pecca, rimproveralo” (Lc 17,9: epitímēson autô); inoltre egli appare esempio di assunzione di responsabilità: riconosce il male che ha commesso e ne accetta le conseguenze, ovvero accetta di pagarne il prezzo (v. 41a); quindi compie una confessione di fede riconoscendo l’innocenza e la giustizia di Gesù (v. 41b); infine si rivolge umilmente a Gesù con la preghiera, la supplica, riconoscendone la regalità escatologica: “Gesù, ricordati di me, quando verrai nel tuo Regno” (v. 42).

Egli appare così quale immagine dei credenti e della chiesa che, nella storia, sono chiamati a testimoniare la regalità di Cristo condividendo le sofferenze del Crocifisso, invocando la venuta del Regno, e attendendo il Veniente nella gloria. Il rimprovero verte sull’assenza di timore di Dio da parte del malfattore blasfemo: “Non hai alcun timore di Dio, tu che pure sei sotto la stessa condanna?” (Lc 23,40). La prossimità della morte dovrebbe suscitare il timore di Dio, Colui che ha il potere di condannare o di salvare: “Non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo e dopo questo non possono fare più nulla. Vi mostrerò chi dovete temere: temete colui che, dopo aver ucciso, ha il potere di gettare nella Geenna. Sì, vi dico, temete costui” (Lc 12,4-5). Questo è il pensiero dell’altro malfattore. È interessante il fatto che il richiamo al timore di Dio sia suscitato dalla bestemmia contro Gesù.

L’atteggiamento blasfemo del co-crocifisso è tanto più scandaloso in quanto egli si trova nella stessa situazione di Gesù, condannato alla stessa pena. Come era scandaloso il comportamento spietato del servo che, dopo aver visto condonato il proprio enorme debito, aveva fatto gettare in prigione un con-servo (sýndoulos: Mt 18,28), un servo come lui, per un debito risibile (Mt 18,23-35), così qui è scandaloso l’atteggiamento del condannato a morte che ingiuria chi condivide la sua stessa sorte. Potremmo pensare che la condivisione della stessa sorte, soprattutto se di miseria, dovrebbe essere condizione di comprensione dell’altro e dunque di vicinanza a lui, ma il testo suggerisce che non basta il materiale trovarsi nella stessa situazione disgraziata per entrare in sentimenti di empatia: occorre invece assumere un altro sguardo nei confronti del male. Così, proprio la situazione del malfattore blasfemo rende il suo bestemmiare Gesù ancora più gratuito di quello dei capi giudei e dei soldati.

Nel v. 41 l’altro malfattore esprime il riconoscimento della colpevolezza sua e del suo compagno e manifesta la certezza dell’innocenza di Gesù. Questi, infatti “non ha fatto nulla di fuori posto (átopos)”, cioè di sconveniente, di illegale, di male. Nel v. 42, poi, egli si rivolge a Gesù con sorprendente intimità (il vocativo “Gesù” non accompagnato da specificazioni come “maestro” o “Signore” è unico nel NT) riconoscendolo nella sua funzione messianica e non chiedendogli nulla di particolare se non il ricordo quando verrà come re. “Ricordati di me”: l’affidarsi al ricordo di

Gesù è una forma di confessione di fede in lui. La sua supplica si riferiva alla venuta del Signore alla fine dei tempi quando avranno luogo la resurrezione degli uomini e il giudizio finale. La risposta di Gesù, nel v. 43, afferma che già oggi, subito dopo la morte, il suo destino personale troverà un compimento salvifico nella vita con Cristo in paradiso. La salvezza viene evocata con linguaggio mitico (“il paradiso”) ed esistenziale (“con me”). Anzi, la vera novità cristiana, che interpreta il dato tradizionale giudaico del paradiso, è la comunione con Cristo, l’essere con Cristo. Questa la salvezza. Il senso dell’espressione “con me in paradiso” è dunque questo: con me, cioè in paradiso. Essere in paradiso altro non sarà che essere con Cristo. Dirà Ambrogio: “la vita è stare con Cristo, perché dove c’è Cristo, là c’è anche il Regno”.

Luciano Manicardi
Monastero di Bose


VI GIORNATA MONDIALE DEL POVERO: “Gesù Cristo si è fatto povero per voi”(2 cor 8,9)

XXXIII domenica

  • 13 Novembre 2022

Tempo ordinario, Anno C

Letture: Malachia 3,19-20a; Salmo 97; Seconda Lettera ai Tessalonicesi 3,7-2; Luca 21,5-19

Il Vangelo adotta linguaggio, immagini e simboli da fine del mondo; evoca un turbinare di astri e di pianeti in fiamme, l’immensità del cosmo che si consuma: eppure non è di questo che si appassiona il discorso di Gesù. Come in una ripresa cinematografica, la macchina da presa di Luca inizia con il campo largo e poi con una zoomata restringe progressivamente la visione: cerca un uomo, un piccolo uomo, al sicuro nelle mani di Dio. E continua ancora, fino a mettere a fuoco un solo dettaglio: neanche un capello del vostro capo andrà perduto. Allora non è la fine del mondo quella che Gesù fa intravvedere, ma il fine del mondo, del mio mondo. C’è una radice di distruttività nelle cose, nella storia, in me, la conosco fin troppo bene, ma non vincerà: nel mondo intero è all’opera anche una radice di tenerezza, che è più forte.

Il mondo e l’uomo non finiranno nel fuoco di una conflagrazione nucleare, ma nella bellezza e nella tenerezza. Un giorno non resterà pietra su pietra delle nostre magnifiche costruzioni, delle piramidi millenarie, della magnificenza di San Pietro, ma l’uomo resterà per sempre, frammento su frammento, nemmeno il più piccolo capello andrà perduto. È meglio che crolli tutto, comprese le chiese, anche le più artistiche, piuttosto che crolli un solo uomo, questo dice il vangelo. L’uomo resterà, nella sua interezza, dettaglio su dettaglio. Perché il nostro è un Dio innamorato. Ad ogni descrizione di dolore, segue un punto di rottura, dove tutto cambia; ad ogni tornante di distruttività appare una parola che apre la feritoia della speranza: non vi spaventate, non è la fine; neanche un capello andrà perduto; risollevatevi.

Che bella la conclusione del vangelo di oggi, quell’ultima riga lucente: risollevatevi, alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina. In piedi, a testa alta, occhi alti, liberi, profondi: così vede i discepoli il vangelo. Sollevate il capo, e guardate lontano e oltre, perché la realtà non è solo questo che appare: viene continuamente qualcuno il cui nome è Liberatore, esperto in nascite. Mentre il creato ascende in Cristo al Padre/ nell’arcana sorte / tutto è doglia di parto: /quanto morir perché la vita nasca! (Clemente Rebora). Il mondo è un immenso pianto, ma è anche un immenso parto. Questo mondo porta un altro mondo nel grembo. Ma quando il Signore verrà, troverà ancora fede sulla terra? Sì, certamente. Troverà molta fede, molti che hanno perseverato nel credere che l’amore è più forte della cattiveria, che la bellezza è più umana della violenza, che la giustizia è più sana del potere. E che questa storia non finirà nel caos, ma dentro un abbraccio. Che ha nome Dio.

P. Ermes Ronchi
Avvenire


L’AMORE che vince la morte!

XXXII domenica

  • 6 Novembre 2022

Tempo ordinario, Anno C

Io sono la risurrezione e la vita, ha detto Gesù a Marta. Notiamo la successione: prima la risurrezione e poi la vita, con una sorta di inversione temporale, e non, come ci saremmo aspettati: prima la vita, poi la morte, poi la risurrezione. La risurrezione inizia in questa vita. Risurrezione dei vivi, più che dei morti, sono i viventi che devono alzarsi e destarsi: risorgere. Facciamo attenzione: Gesù non dichiara la fine degli affetti. “Se nel tuo paradiso non posso ritrovare mia madre, tieniti pure il tuo paradiso” (David. M. Turoldo). Bellissimo il verso di Mariangela Gualtieri: io ringraziare desidero per i morti nostri che fanno della morte un luogo abitato.

L’eternità non è una terra senza volti e senza nomi. Forte come la morte è l’amore, tenace più dello sheol (Cantico). Non è la vita che vince la morte, è l’amore; quando ogni amore vero si sommerà agli altri nostri amori veri, senza gelosie e senza esclusioni, generando non limiti o rimpianti, ma una impensata capacità di intensità, di profondità, di vastità. Un cuore a misura di oceano. Anzi: “non ci verrà chiesto di abbandonare quei volti amati e familiari per rivolgerci a uno sconosciuto, fosse pure Dio stesso. Il nostro errore non è stato quello di averli amati troppo, ma di non esserci resi conto di che cosa veramente stavamo amando” (Clive Staples Lewis). Quando vedremo il volto di Dio, capiremo di averlo sempre conosciuto: faceva parte di tutte le nostre innocenti esperienze d’amore terreno, creandole, sostenendole, e muovendole, istante dopo istante, dall’interno. Tutto ciò che in esse era autentico amore, è stato più suo che nostro, e nostro soltanto perché suo. Inizio di ogni risurrezione.

P. Ermes Ronchi
Avvenire


Santi, figli di Dio, Santo, Santo, Santo!

Celebriamo la consolante solennità di tutti i Santi, cioè di tutti i battezzati, figli di Dio:

Oggi ringraziamo Dio per averci fatto tutti suoi figli , nel Battesimo,

invochiamo la protezione di chi è già arrivato a Casa (Paradiso),

camminiamo insieme, con gioia, verso la Casa comune !

Orari S. Messe 1 novembre: 10 – 11.30 – 15 (camposanto) 18.30

2 novembre: ore 8.30 – 18.30

Preghiamo per i defunti delle nostre Parrocchie, celebrando l’Eucaristia davanti la chiesetta del Camposanto:

DOMENICA 6 NOVEMBRE ORE 15: Collegiata, Sant’Agostino

DOMENICA 13 NOVEMBRE ORE 15: Sant’Antonio, SS. Annunziata


Oggi, devo fermarmi a casa tua!

XXXI domenica

  • 30 Ottobre 2022

Tempo ordinario, Anno C

Zaccheo, oggi devo fermarmi a casa tua!

Letture: Sapienza 11,22-12,2; Salmo 144; 2 Tessalonicesi 1,11-2,2; Luca 19,1-10

Il Vangelo è un libro di strade e di vento. E di incontri. Gesù conosceva l’arte dell’incontro, questo gesto povero e disarmato, potente e generativo. Siamo a Gerico, forse la più antica città del mondo. Gesù va alle radici del mondo, raggiunge le radici dell’umano. Gerico: simbolo di tutte le città che verranno dopo. C’è un uomo, piccolo di statura, ladro come ammette lui stesso alla fine, impuro e pubblicano (cioè un venduto) che riscuoteva le tasse per i romani: soldi, bustarelle, favori, un disonesto per definizione. E in più ricco, ladro e capo dei ladri di Gerico: è quello che si dice un caso disperato. Ma non ci sono casi disperati per il Signore. Zaccheo sarebbe l’insalvabile, e Gesù non solo lo salva, ma lo fa modello del discepolo.

Gesù giunto sul luogo, alza lo sguardo verso il ramo su cui è seduto Zaccheo. Guarda dal basso verso l’alto, come quando si inginocchia a lavare i piedi ai discepoli. Il suo è uno sguardo che alza la vita, che ci innalza! Dio non ci guarda mai dall’alto in basso, ma sempre dal basso verso l’alto, con infinito rispetto. Noi lo cerchiamo nell’alto dei cieli e lui è inginocchiato ai nostri piedi. «Zaccheo, scendi subito, devo fermarmi a casa tua». Il nome proprio, prima di tutto. La misericordia è tenerezza che chiama ognuno per nome. “Devo”, dice Gesù. Dio deve venire: a cercarmi, a stare con me. È un suo intimo bisogno. Lui desidera me più di quanto io desideri lui. Verrà per un suo bisogno che gli urge nel cuore, perché lo spinge un fuoco e un’ansia. A Dio manca qualcosa, manca Zaccheo, manca l’ultima pecora, manco io.

“Devo fermarmi”, non un semplice passaggio, non una visita di cortesia, e poi via di nuovo sulle strade; bensì “fermarmi”, prendendomi tutto il tempo che serve, perché quella casa non è una tappa del viaggio, ma la meta. “A casa tua”, Il Vangelo è cominciato in una casa, a Nazaret, e ricomincerà ancora dalle case, anche per noi, oggi. L’infinito è sceso alla latitudine di casa: il luogo dove siamo più veri e più vivi, dove accadono le cose più importanti, la nascita, la morte, l’amore. «Scese in fretta e lo accolse pieno di gioia». Accogliere Gesù è ciò che purifica Zaccheo: non deve prima cambiare vita, dare la metà ai poveri, e solo dopo il Signore entrerà nella sua casa. No. Gesù entra, ed entrando in quella casa la trasforma, la benedice, la purifica. Il tempo della misericordia è l’anticipo. La misericordia è la capacità che ha Dio di anticiparti. Incontrare uno come Gesù fa credere nell’uomo; un uomo così libero crea libertà; il suo amore senza condizioni crea amanti senza condizioni; incontrare un Dio che non fa prediche ma si fa amico, fa rinascere.

P. Ermes Ronchi
Avvenire


“Signore, ti ringrazio…” Giornata Missionaria mondiale

XXX domenica

  • 23 Ottobre 2022

Tempo ordinario, Anno C

…due uomini salirono al tempio a pregare…

Siracide 35,15b-17.20-22a; Salmo 33; Seconda lettera a Timoteo 4,6-8.16-18; Luca 18,9-14

«Due uomini salirono al tempio a pregare […]. Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: “O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano […]”. Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”». Il fariseo inizia bene la sua preghiera: “O Dio, ti ringrazio”, sono le parole giuste. Ma poi sbaglia tutto quando ne spiega la ragione: perché non sono come gli altri… tutti imbroglioni, ladri, falsi, disonesti. “Io sono molto meglio degli altri”. Non si può lodare Dio e disprezzare i suoi figli. Ed ecco la preghiera da sbagliata diventa insensata: tutto prende a ruotare attorno a due lettere magiche, anzi stregate: io, io, io: “io sono, io digiuno, io pago”. Il fariseo adora il proprio io, non riesce a pronunciare la parola più importante del cosmo è: “Tu”. Pregare è dare del tu a Dio. Ringraziando perché il centro della fede non è mai ciò che io faccio o non faccio per Dio, ma ciò che Lui fa per me.

A ben guardare, quello che il fariseo adora non sono altro le norme della legge. Il dio a cui presta il suo culto è la regola. In realtà, i precetti della legge, dicono i rabbini, sono come la siepe che costeggia la strada, servono per non sbagliare strada, per non perdere la direzione, ma Dio non è la siepe: Lui è in fondo alla strada come un mondo che si apre, un abbraccio caldo, un oceano creativo, onda di luce e di pace. Gioia di vivere, terra e cieli nuovi. Il fariseo ha le parole e l’atteggiamento, di un uomo che non si aspetta più nulla dal domani, senza più desideri. Ha tutto, è sazio, appagato, fermo. Una stupidità che blocca il pensiero, chiude il cuore, distrugge la fonte interiore del desiderio. La sua è diventata la vera vita atea. Infatti: Dio è il totalmente Altro, che entra nella storia perché la storia diventi totalmente altra da quello che è (K. Barth). Dio è diversità che viene, perché la vita sia trasformata e fiorisca.

Ma il fariseo non ha nulla che attenda di fiorire, non vuole un Dio altro da sé, lo vuole identico a sé. In realtà si rivolge alla caricatura di Dio, alla sua maschera deforme. Invece il pubblicano, grumo di umanità curva in fondo al tempio, fermatosi a distanza, si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”. E mette in campo corpo, cuore, mani e voce: batte le mani sul cuore e ne fa uscire parole di supplica e di dolore, dove una brevissima parola cambia tutto: “tu”, «Signore, tu abbi pietà». E poi un lamento: “Sono un ladro, è vero, ma così non sto bene, non sono contento di me. Vorrei essere diverso, vorrei cambiare, ma non ci riesco, non ce la faccio ancora, ma tu perdona e aiuta”. Il pubblicano desidera e spera, e vorrebbe riuscire a cambiare, magari domani, magari solo un pochino, “però sì, con il tuo aiuto, Signore, qualcosa farò, anche solo piccolo passo”. E tornò a casa sua giustificato, cioè trasformato e pronto a un primo piccolo grande passo buono.

P. Ermes Ronchi
Avvenire