PER IL CORONA- VIRUS PRENDIAMO LA CORONA E PREGHIAMO IL ROSARIO INSIEME:

DAL 25 MARZO, IN COMUNIONE CON LA CHIESA, VICINI AL SANTUARIO DI LORETO.

di seguito il link da aprire:

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Altare della Santa Famiglia (Collegiata S.Stefano,Castelfidardo)

Ogni sera possiamo pregare insieme il rosario in famiglia:

ore 20.45 suonano le campane

ore 21. alle finestre delle case accendiamo la croce e preghiamo in comunione con chi ha più bisogno in questo momento.

Trovate le croci luminose in Collegiata, davanti all’altare.

La Collegiata è aperta per la preghiera personale davanti al SS. Crocifisso, RISPETTANDO SEMPRE LE NORME E LE DISTANZE DI SICUREZZA,

come hanno fatto i nostri padri al tempo dell’epidemia di colera, del 1865

In questo momento di emergenza sanitaria, la Chiesa italiana promuove un momento di preghiera per tutto il Paese, invitando ogni famiglia, ogni fedele, ogni comunità religiosa a recitare in casa il Rosario , simbolicamente uniti alla stessa ora:

alle 21 con la Santa Famiglia di Gesù Giuseppe e Maria.

“A te, o beato Giuseppe, stretti dalla tribolazione ricorriamo e fiduciosi invochiamo il tuo patrocinio, insieme con quello della tua santissima Sposa” (Leone XIII)


INVOCHIAMO IL SIGNORE, DAVANTI A GESU’ CRISTO CROCIFISSO, come hanno fatto i nostri padri

E’ tempo di tornare al Signore Gesù Cristo, morto e risorto per la nostra Salvezza.

SS. Crocifisso di Castelfidardo

Oggi in Collegiata, come hanno fatto i nostri padri in tempi difficili come questo,

ci inginocchiamo davanti a Gesù Crocifisso e invochiamo la Divina Misericordia per noi e per tutti.

Il Signore, in questo tempo favorevole della quaresima, ci chiede di lasciarci riconciliare con Lui, perché sperimentando la sua Divina Misericordia, possiamo tornare insieme alle fonti della nostra vita di figli di Dio.

PREGHIERA A GESU’ CROCIFISSO

O Gesù, siamo davanti alla tua Croce costruita anche dai nostri peccati, per dirti il nostro sincero grazie per l’immenso amore che ci hai dimostrato.

Signore, Tu sei la Misericordia infinita, la Grazia per le nostre anime, la Provvidenza per le famiglie, la Pace per questo nostro mondo.

Ti ringraziamo perché Tu sei venuto a cercarci, portandoci l’abbraccio del Padre, perché hai ascoltato l’invocazione dei nostri padri che ti hanno chiesto aiuto e misericordia e ora vivono con Te nella Casa del Padre.

Ti preghiamo:

insegnaci la VERITA’ che illumina la nostra esistenza,

indicaci la VIA per osservare i comandamenti di Dio,

dacci la VITA che ci sostiene nel pellegrinaggio verso l’eternità. Con Te nella mente e nel cuore, sapremo vivere e trasmettere la preziosa eredità della FEDE alla città che si onora chiamarsi Castello della Fede.

Gloria Te Signore, nostro unico Salvatore:

Ieri oggi e per sempre. Amen.

Carissimi,

viviamo questo tempo particolare di quaresima, attenti a quello che il Signore vuole da noi.

Non possiamo pregare insieme nello stesso luogo,

ma possiamo pregare insieme in un solo spirito.

Celebro la S. Messa senza popolo.

E’ un’esperienza nuova e particolare:

non vi vedo, ma so che ci siete e vi sento vicini spiritualmente.

Porto all’altare le intenzioni di tutti, prego anche per chi non me lo chiede,

perché sono Parroco di tutti.

A mezzogiorno (DOMENICA e giorni feriali) si chiudono le porte della Collegiata e celebro La S. Messa per tutti.

Vi invito a unirvi spiritualmente alla Celebrazione Eucaristica, dalle vostre case:

1)Leggiamo la Parola di Dio;

2)Portiamo a Gesù Crocifisso la nostra vita,offrendo a Lui tutto quello che viviamo;

3)Facciamo la Comunione spirituale.

“Il Signore è il mio Pastore…

  Se dovessi camminare  nella valle oscura,

non temerei alcun male,

perché tu sei con me, il mio sostegno,

la mia difesa….”  (Salmo 23)

Seguiamo fedelmente il Pastore Gesù,

certi che Lui ci porterà alle sorgenti della Vita.

Cristo Crocifisso e Risorto ci benedica e ci protegga.

Santo Stefano,Santa Corona, San Vittore, nostri celesti Patroni, intercedano per noi.

 

Il Parroco


Coronavirus

Ai sacerdoti, diaconi, religiosi, religiose e fedeli tutti. Ancona, 08 Marzo 2020

Oggetto: Comunicazioni riguardanti l’emergenza sanitaria legata al “COVID-19” Visto il Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri (DPCM 8 marzo 2020) in materia di prevenzione del contagio COVID-19 e il comunicato stampa n. 11/2020 Decreto Corona Virus della Presidenza della Conferenza Episcopale Italiana,

si CONFERMA –

La validità di tutte le disposizioni già precedentemente espresse nel comunicato del 06 marzo 2020.

DISPONE –

La sospensione di tutte le celebrazioni delle S. Messe, festive e feriali ed altre riunioni di preghiera con la partecipazione del popolo a partire da lunedì 9 marzo.

– La sospensione delle S. Messe esequiali. Tra le “cerimonie civili e religiose” il Decreto governativo include esplicitamente anche i funerali. Pertanto, il rito funebre dovrà essere celebrato all’aperto, senza S. Messa, direttamente al cimitero, alla presenza dei soli stretti familiari, secondo quanto previsto al cap. IV del Rito delle Esequie.

I sacerdoti assicurino i fedeli che per il loro defunto la S. Messa di suffragio sarà celebrata dal solo sacerdote, senza la partecipazione del popolo.

– Le chiese rimangano aperte per la preghiera personale, invitando le persone ad attenersi a tutte le norme di distanza ed attenzione già indicate, per non mettere in pericolo sé e gli altri.

I sacerdoti celebrino ogni giorno la Santa Messa nella forma prevista dal Messale Romano come “Messa senza popolo”. Assicuriamo la nostra gente che attraverso questa celebrazione “senza popolo” la Chiesa e noi con essa continuiamo il rendimento di grazie al Padre nel memoriale della morte e risurrezione di Cristo, come offerta per il popolo, con particolare intenzione in riferimento alla dolorosa situazione dei nostri giorni. La mancata partecipazione alla Santa Messa è un grande sacrificio per noi cristiani, che “Sine dominico non possumus”, cioè: “Non possiamo vivere senza celebrare il giorno del Signore / Pasqua domenicale “, come dissero i martiri di Abitene. Nelle parrocchie secondo orari stabiliti si possono suonare le campane per invitare le persone a pregare in casa.

La domenica la S. Messa può essere seguita in TV, come anche nei giorni feriali. -Le comunità religiose nelle loro cappelle private possono celebrare la S.Messa “a porte chiuse”.

Le presenti disposizioni entrano in vigore il 09 marzo corrente e valgono fino al 3 aprile 2020*.

  • *Proroghe delle disposizioni:
  • 13 aprile
  • 3 maggio 2020

Assicuro a tutti voi il quotidiano ricordo nella preghiera e nella celebrazione della S. Messa, la Vergine Maria, Regina di tutti i Santi, i nostri Santi Patroni S. Ciriaco e S. Leopardo ci proteggano e intercedano per noi. +Angelo Spina, Arcivescovo 6

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SIGNORE, TU SEI LA RESURREZIONE DEI MORTI!

V domenica di Quaresima:

GESU’ RESUSCITA DALLA MORTE LAZZARO

  • 29 Marzo 2020

NON POSSIAMO CELEBRARE L’EUCARISTIA CON LA PRESENZA DEL POPOLO:
TUTTI POSSIAMO UNIRCI SPIRITUALMENTE AL SACERDOTE E ASCOLTARE la Parola di Dio che ci accompagna e ci consola … sempre!

Anno A

In quel tempo, un certo Lazzaro di Betània, il villaggio di Maria e di Marta sua sorella, era malato. Maria era quella che cosparse di profumo il Signore e gli asciugò i piedi con i suoi capelli; suo fratello Lazzaro era malato. Le sorelle mandarono dunque a dire a Gesù: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato». All’udire questo, Gesù disse: «Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato». […]

“Gesù scoppiò in pianto” (Gv 11,35). Tra i miracoli compiuti da Gesù, la risurrezione di Lazzaro è sicuramente il più grande, per diversi motivi. Uno di questi è che siamo di fronte al segno che rivela più in profondità non solo la reale divinità di Cristo, ma anche la sua immensa umanità. Di fronte all’ esperienza traumatica dell’epidemia che tutti stiamo vivendo, riflettere ed entrare intimamente in questo episodio penso possa esserci di grande aiuto.

“Gesù ha incontrato malati e sofferenti di ogni genere, ma  non risulta che abbia mai dato loro una spiegazione o una giustificazione della  malattia. Per il Vangelo, l’incontro con il malato non è, anzitutto, il momento della catechesi, ma della partecipazione”: proprio quella partecipazione che noi invece tendiamo, istintivamente, ad allontanare, cercando giustificazioni che in qualche maniera plachino le paure e le incertezze che l’incontro con un male ignoto e sconosciuto ci pone di fronte. Dire che ci troviamo di fronte a un giudizio di Dio è un “ragionamento da pagani”, come ha detto l’Arcivescovo di Milano. Gesù non solo lo nega sempre, ma anzi afferma esattamente il contrario: “Dio infatti non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di Lui” (Gv 3, 17). Nella malattia siamo chiamati a metterci di fronte alla verità più profonda:  in essa “l’uomo incontra la profonda, e apparentemente contraddittoria, verità di se stesso:” la propria estrema fragilità, e l’estremo bisogno di durata e salvezza. Questa però diventa anche una specie di “contraddizione che sembra essere anche in Dio stesso: da un lato un Dio che dona la vita e parla di amore; dall’altro la malattia e la morte che sembrano smentirlo”. La Bibbia tuttavia “si oppone sempre con decisione a tutti i tentativi di razionalizzare il dramma dell’uomo malato”: essa non offre spiegazioni semplici, ma chiede partecipazione, “non le molte parole che spiegano, ma il silenzio che partecipa”.

Ecco quindi che Gesù, di fronte alla morte del suo amico Lazzaro, di fronte al dolore delle sorelle Marta e Maria, pur sapendo bene ciò che avrebbe fatto, non si comporta da “superuomo” distaccato, ma entra profondamente nel dramma del dolore e della morte, lo vive nel suo intimo: “Gesù è certo che Lazzaro risusciterà, tuttavia questa certezza non gli impedisce di essere profondamente turbato”. Questo turbamento ci rivela un Dio profondamente vicino all’uomo, ma anche un Dio che chiede all’uomo di essere anche lui profondamente unito al Suo mistero: “io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?”, chiede Gesù a Marta. Lo chiede anche a noi, in questo contesto: la risposta che daremo, in questi giorni di sofferenza e di isolamento sociale, sarà la risposta che segnerà la nostra vita, quella che darà un giudizio su di essa e potrà indicarci strade nuove da percorrere. Questa risposta deve però passare attraverso la fede in Lui e nel suo Amore:

 “la fede è fiducia che apre alla speranza, non visione che dà certezze”.

[Tutte le citazioni tra virgolette sono tratte da Bruno Maggioni, “La pazienza del contadino” Milano 1996.]

Andrea Paladini

Il racconto della risurrezione di Lazzaro è la pagina dove Gesù appare più umano. Lo vediamo fremere, piangere, commuoversi, gridare. Quando ama, l’uomo compie gesti divini; quando ama, Dio lo fa con gesti molto umani. Una forza scorre sotto tutte le parole del racconto: non è la vita che vince la morte. La morte, nella realtà, vince e ingoia la vita. Invece ciò che vince la morte è l’amore. Tutti i presenti quel giorno a Betania se ne rendono conto: guardate come lo amava, dicono ammirati. E le sorelle coniano un nome bellissimo per Lazzaro: Colui–che–tu–ami.

Il motivo della risurrezione di Lazzaro è l’amore di Gesù, un amore fino al pianto, fino al grido arrogante: vieni fuori! Le lacrime di chi ama sono la più potente lente d’ingrandimento della vita: guardi attraverso una lacrima e capisci cose che non avresti mai potuto imparare sui libri. La ribellione di Gesù contro la morte passa per tre gradini: 1. Togliete la pietra. Rotolate via i macigni dall’imboccatura del cuore, le macerie sotto le quali vi siete seppelliti con le vostre stesse mani; via i sensi di colpa, l’incapacità di perdonare a se stessi e agli altri; via la memoria amara del male ricevuto, che vi inchioda ai vostri ergastoli interiori.

2. Lazzaro, vieni fuori! Fuori nel sole, fuori nella primavera. E lo dice a me: vieni fuori dalla grotta nera dei rimpianti e delle delusioni, dal guardare solo a te stesso, dal sentirti il centro delle cose. Vieni fuori, ripete alla farfalla che è in me, chiusa dentro il bruco che credo di essere. Non è vero che «le madri tutte del mondo partoriscono a cavallo di una tomba» (B. Brecht), come se la vita fosse risucchiata subito dentro la morte, o camminasse sempre sul ciglio di un abisso. Le madri partoriscono a cavallo di una speranza, di una grande bellezza, di un mare vasto, di molti abbracci. A cavallo di un sogno! E dell’eternità. Ad ogni figlio che nasce, Cristo e il mondo gridano, a una voce: vieni, e portaci più coscienza, più libertà, più amore!

3. Liberatelo e lasciatelo andare! Sciogliete i morti dalla loro morte: liberatevi tutti dall’idea che la morte sia la fine di una persona. Liberatelo, come si liberano le vele al vento, come si sciolgono i nodi di chi è ripiegato su se stesso, i nodi della paura, i grovigli del cuore. Liberatelo da maschere e paure. E poi: lasciatelo andare, dategli una strada, e amici con cui camminare, qualche lacrima, e una stella polare. Che senso di futuro e di libertà emana da questo Rabbi che sa amare, piangere e gridare; che libera e mette sentieri nel cuore. E capisco che Lazzaro sono io. Io sono Colui–che–tu–ami, e che non accetterai mai di veder finire nel nulla della morte.

Letture: Ezechiele 37,12–14; Salmo 129; Romani 8,8–11; Giovanni 11,1–45

Ermes Ronchi
Avvenire

Nell’imminenza della Pasqua la chiesa ci invita a meditare sul grande segno della resurrezione di Lazzaro, profezia della resurrezione di Gesù. Nel racconto che la Liturgia della Parola ci presenta, abbiamo ascoltato che Lazzaro di Betania, fratello di Marta e Maria, era malato. Gesù amava molto questi amici, che frequentava nei periodi in cui sostava a Gerusalemme: nella casa di Betania trovava l’accoglienza premurosa di Marta, l’ascolto adorante di Maria e l’affetto fedele di Lazzaro. Le sorelle, annota l’evangelista, «mandarono a dire a Gesù: “Signore, colui che tu ami è malato”». Gesù, però, è lontano, al di là del Giordano e non si muove. Noi vorremmo vederlo correre, precipitarsi e invece no! Giovanni scrive che «all’udire questo, Gesù disse: “Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato”», ovvero è un’occasione perché si manifesti, attraverso Gesù, la gloria di Dio.

Dopo essersi trattenuto due giorni dove si trova, Gesù decide di andare in Giudea. I discepoli lo mettono in guardia dicendogli: «Rabbì, poco fa i Giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?», ma Gesù replica che nel breve tempo prima dell’ora delle tenebre deve operare ciò che il Padre gli ha chiesto, per rivelare al mondo la sua luce. E aggiunge: «Lazzaro, il nostro amico, s’è addormentato; ma io vado a svegliarlo»; poi, vista l’incomprensione dei discepoli, dichiara apertamente: «Lazzaro è morto e io sono contento per voi di non essere stato là, affinché voi crediate; ma andiamo da lui!».

Quando Gesù giunge a Betania, il suo amico è già morto da quattro giorni. Marta gli va incontro dicendogli: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! Ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà». Essa crede in Gesù e, sollecitata da lui, confessa la propria fede nella resurrezione finale della carne. Ma Gesù la invita a compiere un passo ulteriore, facendole la rivelazione decisiva: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?», cui Marta risponde prontamente: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo».

Anche Maria corre incontro a Gesù e, gettandosi ai suoi piedi, esclama a sua volta tra le lacrime: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!». Vedendo piangere lei e quanti l’accompagnano, Gesù «si commosse profondamente e scoppiò in pianto». Gesù, uomo come noi, soffre per la morte di un caro amico. Il suo dolore è segno del suo amore intenso per Lazzaro, come capiscono anche i presenti che esclamano: «Guarda come lo amava!».

Ancora profondamente commosso, Gesù va al sepolcro e là chiede di togliere la pietra dalla tomba, alza gli occhi al cielo e dice: «Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato». Gesù, dunque, prega affinché quanti si trovano intorno a lui comprendano che egli è l’Inviato di Dio: è da notare che egli non accentra l’attenzione su di sé, ma agisce perché attraverso di lui gli uomini possano risalire a Dio! E la risposta di Dio Padre giunge immediata. Giovanni infatti annota che Gesù, dopo aver pregato il Padre, «gridò a gran voce: “Lazzaro, vieni fuori!”. Il morto uscì, i piedi e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario». Lazzaro, dunque, morto e sepolto come accadrà a Gesù, esce dalla tomba ancora avvolto dalle bende, e con la sua resurrezione profetizza la resurrezione di Gesù.

Ebbene sì. Questa è la gloria di Gesù, gloria dell’amore. Chi ha l’intelligenza della fede riconosce che l’amore di Gesù vince anche la morte. Ecco la consapevolezza con cui camminiamo verso la Pasqua: noi non siamo soli, siamo gli amici di Gesù, e anche nella morte egli sarà accanto a noi per richiamarci alla vita con il suo amore perché Cristo Signore «è la risurrezione e la vita e chiunque vive e crede in lui, non morirà in eterno».

Don Lucio D’Abbraccio

IV DOMENICA DI QUARESIMA 22 MARZO In quel tempo, Gesù passando vide un uomo cieco dalla nascita e i suoi discepoli lo interrogarono: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?». Rispose Gesù: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio. Bisogna che noi compiamo le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può agire. Finché io sono nel mondo, sono la luce del mondo». […]

Il protagonista del racconto è l’ultimo della città, un mendicante cieco dalla nascita, che non ha mai visto il sole né il viso di sua madre. Così povero che non ha nulla, possiede solo se stesso. E Gesù si ferma per lui, senza che gli abbia chiesto nulla. Fa un po’ di fango con polvere e saliva, come creta di una minima creazione nuova, e lo stende su quelle palpebre che coprono il buio. In questo racconto di polvere, saliva, luce, dita, Gesù è Dio che si contamina con l’uomo, ed è anche l’uomo che si contagia di cielo; abbiamo uno sguardo meticcio, con una parte terrena e una parte celeste. Ogni bambino che nasce “viene alla luce” (partorire è un “dare alla luce”), ognuno è una mescolanza di terra e di cielo, di polvere e di luce divina. «Noi tutti nasciamo a metà e tutta la vita ci serve per nascere del tutto» (M. Zambrano). La nostra vita è un albeggiare continuo. Dio albeggia in noi.

Gesù è il custode delle nostre albe, il custode della pienezza della vita e seguirlo è rinascere; aver fede è acquisire «una visione nuova delle cose» (G. Vannucci). Il cieco è dato alla luce, nasce di nuovo con i suoi occhi nuovi, raccontati dal filo rosso di una domanda ripetuta sette volte: come ti si sono aperti gli occhi? Tutti vogliono sapere “come”, impadronirsi del segreto di occhi invasi dalla luce, tutti con occhi non nati ancora. La domanda incalzante (come si aprono gli occhi?) indica un desiderio di più luce che abita tutti; desiderio vitale, ma che non matura, un germoglio subito soffocato dalla polvere sterile della ideologia dell’istituzione. L’uomo nato cieco passa da miracolato a imputato. Ai farisei non interessa la persona, ma il caso da manuale; non interessa la vita ritornata a splendere in quegli occhi, ma la “sana” dottrina. E avviano un processo per eresia, perché è stato guarito di sabato e di sabato non si può, è peccato…

Ma che religione è questa che non guarda al bene dell’uomo, ma solo a se stessa e alle sue regole? Per difendere la dottrina negano l’evidenza, per difendere la legge negano la vita. Sanno tutto delle regole morali e sono analfabeti dell’uomo. Anziché godere della luce, preferirebbero che tornasse cieco, così avrebbero ragione loro e non Gesù. Dicono: Dio vuole che di sabato i ciechi restino ciechi! Niente miracoli il sabato! Gloria di Dio sono i precetti osservati. Mettono Dio contro l’uomo, ed è il peggio che possa capitare alla nostra fede. E invece no, gloria di Dio è un mendicante che si alza, un uomo che torna a vita piena, «un uomo finalmente promosso a uomo» (P. Mazzolari). E il suo sguardo luminoso, che passa e illumina, dà gioia a Dio più di tutti i comandamenti osservati!

Letture: 1 Samuele 16,1.4.6-7.10-13; Salmo 22; Efesini 5,8-14; Giovanni 9,1-41

Ermes Ronchi
Avvenire

Al centro della quarta domenica di Quaresima vi è il tema dell’illuminazione, espresso nel vangelo dal racconto della guarigione dell’uomo cieco dalla nascita. Racconto che diviene pedagogia verso la fede cristologica. Il testo presenta le differenti reazioni alla guarigione da parte delle diverse persone che compaiono nella narrazione. E sempre sorge la domanda: queste persone sanno vedere? L’evento della guarigione di un uomo cieco dalla nascita cosa cambia nel loro modo di vedere la realtà? Il ritrovamento della vista da parte di quell’uomo diviene giudizio sulla capacità di vedere degli altri protagonisti del racconto. E di noi lettori insieme con loro.

Il testo è suddiviso in sei scene in cui sempre si intrecciano tre motivi: il fatto (un uomo cieco dalla nascita è stato guarito da Gesù con alcuni gesti terapeutici); il processo (un interrogatorio a cui i farisei sottopongono l’uomo guarito dalla cecità per appurare ciò che è avvenuto); il giudizio (il medesimo fatto conduce a due giudizi differenti: quello dei farisei che condannano il cieco espellendolo dalla sinagoga e giudicando Gesù come peccatore; quello di Gesù che si esprime nella battute finali del testo: vv. 39-41).

Gv 9,1-7

Passando Gesù vide un uomo cieco dalla nascita. Cieco dalla nascita, quest’uomo ora rinasce venendo alla luce e vedendo la luce. Che cosa predispone questa rinascita? Lo sguardo di Gesù. Gesù vide l’uomo cieco. Vide l’uomo, anthropon. Gesù non vede anzitutto un malato, ma un uomo. I discepoli non solo non vedono un uomo, ma in un certo senso nemmeno un cieco, bensì solo il problema che la cecità pone loro. Non rivolgono nemmeno la parola a quell’uomo. L’incontro di Gesù inizia vedendo un uomo: non una categoria, non un problema teologico, non una colpa, ma un essere umano. L’incontro inizia con uno sguardo non inficiato dai pregiudizi: siano anche quelli della teologia, della cultura, delle abitudini mentali. I discepoli non avranno più alcun ruolo in questo racconto: scompaiono, ma in realtà non sono mai entrati in relazione con questa persona.

Lo sguardo di Gesù è generante, quello dei discepoli è giudicante. Gesù vede la sofferenza e si pone accanto alla vittima. Di fronte alla disgrazia che intacca il corpo di una persona, Gesù non dà risposte teoriche, ma assume la realtà come appello e afferma che anche nella disgrazia è possibile agire umanamente e santamente: “È così perché si manifestino le opere di Dio” (v. 3). Il male dell’uomo viene realisticamente assunto come luogo in cui Gesù può narrare lo sguardo di Dio sull’uomo e compiere l’azione di Dio. E Gesù compie l’azione divina per eccellenza ricreando quell’uomo. È evidente il richiamo al testo della creazione dell’uomo in Gen 2 nei gesti terapeutici compiuti da Gesù. Questa prima scena già indica che il gesto di Gesù è segno (manifestazione delle opere di Dio), non semplicemente guarigione fisica.

Gv 9,8-12

Gesù scompare dalla scena. Colui che era cieco non sa dove sia. Ovvero, il divenire umano e spirituale è ora affidato a quest’uomo che si deve scontrare con la realtà e attraverso questo scontro potrà fare avvenire in sé la guarigione e portarla a compimento. Ma da quando è stato guarito dalla cecità, tutto comincia a essere tremendamente più complicato per lui. Tutte le persone che conosceva e con cui aveva rapporti ora si distanziano da lui. Perfino i suoi genitori. Compaiono in scena i vicini, i conoscenti, coloro che erano abituati a vederlo come parte del paesaggio, perché era un mendicante che stazionava normalmente in un dato luogo. E pongono diverse domande: Interrogano, ma non si interrogano. È il punto di vista della superficialità.

Il loro interesse è meramente fattuale. Non pongono nemmeno domande circa l’identità di Gesù. Ma solo: Dov’è? Come ti ha aperto gli occhi? Questa assenza di profondità impedirà a loro di andare oltre e di essi non si parlerà più. Qui troviamo il primo passo del cammino di riconoscimento di Gesù quale Messia da parte di colui che era stato cieco. Egli dice: “L’uomo (ho anthropos) chiamato Gesù ha fatto del fango, mi ha spalmato gli occhi e mi ha detto: ‘Va’ a Siloe e lavati’”. Il contatto basilare si è stabilito: egli riconosce l’uomo che l’ha trattato umanamente. Arriva a riconoscere chi l’ha riconosciuto come uomo. Mentre comincia a difendere la sua identità da chi non lo riconosce: “Sono io” (v. 9). Era riconosciuto finché era un mendicante cieco: ora il mutamento lo rende irriconoscibile. La domanda è: sappiamo accogliere il mutamento della persona? O il cambiamento, addirittura la guarigione, perturba i nostri equilibri?

Gv 9,13-17

L’uomo guarito è portato dai farisei e viene interrogato. A partire dal fatto che la guarigione è avvenuta in giorno di sabato, si verifica una divisione tra due opposte interpretazioni del fatto (v. 16). I farisei si rendono conto che nell’evento vi è più della sola dimensione materiale e alcuni di loro parlano di segni. A differenza dei vicini, si interrogano più a fondo, ma non credono. Tuttavia si rimettono al cieco domandandogli: “Tu cosa dici di lui?”. Chiedono il parere a colui che ha vissuto in prima persona l’incontro. E quest’uomo avanza nella sua comprensione dell’identità di Gesù: è un profeta. Proprio l’interrogatorio a cui è sottoposto da chi lo sta processando lo conduce a capire meglio chi sia Gesù. Dai farisei impara che ciò che è avvenuto è un segno che rinvia a Dio stesso: la sua comprensione di Gesù cresce grazie alle opposizioni.

Gv 9,18-23

La posizione dei farisei non solo non progredisce, ma regredisce. Essi non credono che fosse stato cieco e poi guarito (v. 18). Per non farsi mettere in discussione dal segno, cercano di negare che sia avvenuto un prodigio. Convocano perciò i genitori di quell’uomo e li interrogano. I genitori riconoscono il fatto della guarigione: sono costretti ad ammettere che quello che hanno davanti è loro figlio, che era cieco e che ora non lo è più. Ma non si vogliono sbilanciare dicendo più di tanto, e questo per paura. Essi avrebbero potuto, suggerisce il v. 22, riconoscere Gesù come Cristo, ma non lo vogliono fare. Il timore dell’espulsione dalla sinagoga, che avrebbe comportato per loro un’emarginazione sociale e religiosa, li porta a scegliere ciò che loro conviene. Vogliono evitare fastidi. I genitori credono ma non testimoniano, si rifiutano di assumere le conseguenze pratiche del fatto avvenuto. Non sono abbastanza liberi per testimoniare. E così l’uomo che ha ritrovato la vista comincia a vedere uno spettacolo assai penoso: non creduto, lasciato solo, perfino dai genitori.

Gv 9,24-34

I farisei in questa nuova scena sono più aggressivi. Intimano all’uomo di dire la verità e di riparare all’offesa fatta alla gloria di Dio. Ormai la loro posizione è quella di chi detiene un potere e lo difende aggredendo. Il potere si nutre del monopolio del sapere: “Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore”. Hanno deciso che la non osservanza del sabato è l’elemento portante su cui far leva. Tuttavia, se è vero che l’uomo non può lavorare in giorno di sabato, Dio lo può. “Il Padre mio lavora sempre e anch’io lavoro” (Gv 5,17), dice Gesù in occasione della guarigione del paralitico alla piscina di Betsetà, avvenuta in giorno di sabato. Il sabato, il giorno del compimento della creazione è il momento adatto per la reintegrazione della salute degli uomini. Ma ormai i farisei usano le parole per costringere quest’uomo a confessare ciò che essi vorrebbero sentirsi dire. Usano la parola in modo manipolatorio. E ripetono le stesse domande all’uomo.

E ancora una volta è a partire dalle contestazioni che gli vengono mosse che egli arriva a una più profonda comprensione dell’identità dell’uomo che l’ha guarito. I farisei stessi avevano detto che segni simili non possono essere fatti da un peccatore, ma solo da uno che viene da Dio (v. 16). E ora, di fronte a un’ipotesi spacciata come verità comprovata (“Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore”), egli ripete la sua certezza che nessuno gli può togliere: “Ero cieco e ora ci vedo” (v. 25). Dalla certezza della propria esperienza, a cui egli rimane attaccato saldamente, ora passa a interpretare il tutto in modo esplicito: “Se costui non venisse da Dio, non avrebbe potuto fare nulla” (v. 33). Per quest’uomo, Gesù è un inviato da Dio. Ma questo gli costa l’espulsione dalla sinagoga. E così il suo statuto di vedente è peggiore di quando era cieco.

Gv 9, 35-41

L’uomo compie l’ultimo passo verso la fede. Incontra Gesù, non sapendo nulla del Figlio dell’uomo, ma non appena Gesù gli dice: “Lo hai visto: è colui che parla con te”, egli crede e adora. Il vederci passa attraverso l’ascolto, mentre la cecità è dovuta a difetto di ascolto. I farisei si lasciano interpellare dalle parole di Gesù (v. 39) e con timore chiedono: “Siamo ciechi anche noi?”. Forse intuendo che questa è una possibilità reale anche per loro. Ma Gesù risponde che il problema non è la cecità, ma la presunzione, il ritenersi nel giusto: è questa inossidabilità che chiude nel peccato. Accettare lo sguardo di Gesù su di noi significa imparare a vedere noi stessi in verità. Altrimenti, se siamo impegnati a difendere ad ogni costo le nostre certezze, allora non lasciamo spazio per ascoltare e impediamo che in noi si apra una breccia che ci conduce ad accogliere l’azione rinnovatrice di Dio. Ma non riusciamo nemmeno a incontrare gli altri sull’unico terreno che abbiamo a disposizione, la nostra umanità.

Luciano Manicardi
Monastero di Bose

I

III DOMENICA DI QUARESIMA:

In quel tempo, Gesù giunse a una città della Samarìa chiamata Sicar, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: qui c’era un pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, affaticato per il viaggio, sedeva presso il pozzo. Era circa mezzogiorno. Giunge una donna samaritana ad attingere acqua. Le dice Gesù: «Dammi da bere». I suoi discepoli erano andati in città a fare provvista di cibi. Allora la donna samaritana gli dice: «Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?». I Giudei infatti non hanno rapporti con i Samaritani (…).

Gesù e una donna straniera, occhi negli occhi. Non una cattedra, non un pulpito, ma il muretto di un pozzo, per uno sguardo ad altezza di cuore. Con le donne Gesù va diritto all’essenziale: «Vai a chiamare colui che ami». Conosce il loro linguaggio, quello dei sentimenti, della generosità, del desiderio, della ricerca di ragioni forti per vivere. Hai avuto cinque mariti. Gesù non istruisce processi, non giudica e non assolve, va al centro. Non cerca nella donna indizi di colpa, cerca indizi di bene; e li mette in luce: hai detto bene, questo è vero.

Chissà, forse quella donna ha molto sofferto, forse abbandonata, umiliata cinque volte con l’atto del ripudio. Forse ha il cuore ferito. Forse indurito, forse malato. Ma lo sguardo di Gesù si posa non sugli errori della donna, ma sulla sete d’amare e di essere amata. Non le chiede di mettersi in regola prima di affidarle l’acqua viva; non pretende di decidere per lei, al posto suo, il suo futuro. È il Messia di suprema delicatezza, di suprema umanità, il volto bellissimo di Dio. Lui è maestro di nascite, spinge a ripartire! Non rimprovera, offre: se tu sapessi il dono di Dio. Fa intravedere e gustare un di più di bellezza, un di più di bontà, di vita, di primavera, di tenerezza: Ti darò un’acqua che diventa sorgente!

Gesù: lo ascolti e nascono fontane. In te. Per gli altri. Come un’acqua che eccede la sete, che supera il tuo bisogno, che scorre verso altri. E se la nostra anfora, incrinata o spezzata, non sarà più in grado di contenere l’acqua, quei cocci che a noi paiono inutili, invece che buttarli via, Dio li dispone in modo diverso, crea un canale, attraverso il quale l’acqua sia libera di scorrere verso altre bocche, altre seti. «Dio può riprendere le minime cose di questo mondo senza romperle, meglio ancora, può riprendere ciò che è rotto e farne un canale» (Fabrice Hadjaji), attraverso cui l’acqua arrivi e scorra, il vino scenda e raggiunga i commensali, seduti alla tavola della mia vita.

Ed è così che attorno alla samaritana nasce la prima comunità di discepoli stranieri. «Venite, c’è al pozzo uno che ti dice tutto quello che c’è nel cuore, che fa nascere sorgenti». Che conosce il tutto dell’uomo e mette in ognuno una sorgente di bene, fontane di futuro. Senza rimorsi e rimpianti. Dove bagnarsi di luce. In questi nostri giorni “senza” (senza celebrazioni, senza liturgie, senza incontri) sentiamo attuale la domanda della Samaritana: Dove andremo per adorare Dio? Sul monte o nel tempio? La risposta è diritta come un raggio di luce: non su un monte, non in un tempio, ma dentro. In spirito e verità. Sono io il Monte, io il Tempio, dove vive Dio (M. Marcolini).

Letture: Esodo 17,3-7; Salmo 94; Romani 5, 1-2. 5-8; Giovanni 4,5-42

Ermes Ronchi
Avvenire

Sono tre i personaggi femminili nel vangelo di Giovanni, ai quali Gesù si rivolge e rappresentano in qualche modo le spose di Dio. Il rapporto tra Dio e il suo popolo, attraverso i profeti, in particolare da Osea in poi, il profeta della Samaria, era raffigurato come quello di un matrimonio. Dio era lo sposo e il popolo la sua sposa. In questo vangelo Gesù si rivolge con l’appellativo “donna”, che significa “sposa, moglie”:
1. alla madre alle nozze di Cana, Gv 2, 1,11 (la madre rappresenta il popolo che è stato sempre fedele a Dio, testimone della nuova alleanza che Gesù verrà a proporre, perché in quella vecchia non c’è vino, cioè manca l’amore);
2. alla donna adultera, la sposa adultera, che lo sposo va a riconquistare non attraverso delle minacce o dei castighi, ma con un’offerta ancora più grande di amore (la Samaritana, Gv 4, 1-42);
3. a Maria di Magdala che rappresenta la nuova comunità, la sposa del Signore (Gv 20, 11-18).

In questo brano c’è l’intenzione di Dio, che è Gesù, di recuperare la sposa adultera. Ecco perché nei versetti 3 e 4, che purtroppo la liturgia ha eliminato da questa lettura, si legge: “Gesù lasciò la Giudea, si diresse di nuovo verso la Galilea; doveva perciò attraversare la Samaria”. Questo “doveva attraversare la Samaria”, non si deve a un itinerario geografico. Normalmente dalla Giudea alla Galilea si percorreva la più comoda e tranquilla vallata del Giordano, perché, essendoci inimicizia tra galilei, giudei e samaritani, attraversando quella regione significare andare incontro a guai. E spesso ci si lasciava la pelle. Allora questo “dovere” da parte di Gesù “attraversare la Samaria”, non si deve a motivi di itinerario, ma a motivi teologici.

È lo sposo che va a recuperare la sposa adultera. L’evangelista ci presenta una donna samaritana, anonima. Quando i personaggi sono anonimi significa che sono personaggi rappresentativi di una realtà che l’evangelista vuole presentare. E Gesù, indifferente ai conflitti della razza, della religione e del sesso, si rivolge a questa donna chiedendole da bere. E’ una cosa che un uomo giudeo non avrebbe mai fatto, chiedere a una donna, e per di più ad una samaritana, una nemica, che è considerata impura. Infatti la donna samaritana si meraviglia e chiede a Gesù: “Come mai tu che sei giudei, chiedi da bere a me che sono donna?”. E lo sottolinea, un uomo non rivolge la parola a una donna, e poi questa è samaritana. I samaritani, per la loro idolatria che adesso vedremo, erano considerati impuri, nemici di Dio e nemici di tutti gli uomini. E l’evangelista diplomaticamente sottolinea: “I giudei infatti non hanno rapporti con i samaritani”. Ovvero se le davano di santa ragione tutte le volte che si trovavano.

Bene, Gesù ha chiesto un minimo segno di accoglienza, di ospitalità, per poi rispondere lui con il suo dono. “Gesù le risponde: «Se tu conoscessi il dono di Dio»”. Lo sposo va a riconquistare la sposa adultera, non attraverso le minacce, ma con un’offerta ancora più grande del suo amore. E dice Gesù: “Se tu conoscessi questo dono e colui che ti dà da bere, tu stessa gli avresti chiesto acqua viva”, cioè l’acqua della sorgente. Ed ecco che qui il dialogo si svolge tra due differenti termini che riguardano il luogo di quest’acqua: dispiace che i traduttori non ne tengano conto. La donna parla di pozzo, che significa un luogo dove c’è l’acqua, ma l’acqua non è viva e, soprattutto, esige lo sforzo dell’uomo, in questo caso della donna, per attingere l’acqua. Il pozzo è l’immagine della legge e l’acqua è quella che da la vita.

Mentre la donna parla di pozzo, cioè lei non conosce un dono gratuito, Gesù le parla di sorgente. Nella sorgente l’acqua è viva, l’acqua zampilla, e soprattutto non richiede nessuno sforzo da parte della donna che ha sete, se non quello di bere. Infatti “Gesù le risponde: «Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete»”. Immagine della legge. La legge non riesce a rispondere al desiderio che ogni uomo porta dentro. Perché, per la legge, l’uomo è sempre limitato, inadeguato, inadempiente. Ma Gesù dichiara: “Chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno”. Il suo messaggio, la sua persona, è la risposta di Dio al desiderio di pienezza che ogni persona si porta dentro. E, aggiunge Gesù: !Anzi, l’acqua che io gli darò, diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna”.

Quindi non è più un’acqua esterna, ma un’acqua interiore. L’amore di Dio, che attraverso Gesù viene comunicato all’uomo, nella misura in cui l’uomo lo accoglie e lo trasmette agli altri, in questo dinamismo di un amore ricevuto e di un amore comunicato, realizza, fa crescere e matura la sua esistenza per sempre. Rende la vita indistruttibile. Quindi non è un’esperienza di osservanza di una legge esterna all’uomo, ma l’esperienza di una forza interiore, perché Dio non governa gli uomini emanando leggi che questi devono osservare, ma comunicando loro la sua stessa capacità d’amore. A questo punto, stranamente, Gesù chiede alla donna di andare a chiamare il marito. La risposta della donna è che non ha marito. E Gesù le fa notare che ha avuto cinque mariti. Cosa significa questo?

Abbiamo visto che la donna è anonima; i personaggi anonimi sono personaggi rappresentativi, quindi la donna rappresenta la Samaria, e cosa sono questi cinque mariti? Questa regione era stata popolata da coloni provenienti da altre nazioni i quali avevano portato le loro divinità. Per cui su cinque monti c’erano cinque templi a cinque divinità. Poi, sul monte Garizim, il tempio a Jahvè. Quindi adoravano Jahvè, ma insieme agli altri dei. E, nella lingua ebraica, “signore” e “marito” hanno lo stesso significato. La donna capisce. Capisce che quello che quello che ha chiamato Signore adesso è un profeta, e si richiama alla tradizione. “I nostri padri hanno adorato su questo monte, voi invece dite che è a Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare”.

Ha compreso il richiamo di Gesù ed è disposta a tornare al vero Dio. Solo che vuole sapere dove. Ci sono tanti santuari, specialmente quello importante del Garizim, dove adorano il Dio di Israele, ma c’è anche quello di Gerusalemme. Allora lei è disposta a tornare a Dio, ma vuole sapere dove. Ecco la novità importante che Gesù proclama a questa donna samaritana, la fine del tempio, la fine del culto. “Credimi, o donna, viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre”. Le si rivolge chiamandola “donna”, “sposa”. Lei s’è richiamata ai padri, “i nostri padri”, Gesù la invita ad accogliere il Padre, lei pensava di andare in un luogo per offrire a Dio, ora è iniziata l’epoca in cui è Dio che si offre agli uomini, chiede di essere accolto per aumentare la loro capacità d’amore e renderli capaci di un amore generoso e incondizionato come il suo. Ecco l’importante annunzio di Gesù: “Ma viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità”.

“Spirito e verità” è un’espressione che indica l’amore fedele. L’unico culto che Dio chiede non parte dagli uomini verso Dio, ma dal Padre verso gli uomini. È la comunicazione del suo amore che l’uomo fa proprio, e l’unico culto che Dio gli chiede è il prolungamento di questo amore. Spirito e verità significa un amore vero. Quand’è che l’amore è vero? Quando l’amore è fedele. Infatti …e qui c’è la traduzione della CEI … “Infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano”. È meglio andare al testo originale, dove l’evangelista dice: “Infatti il Padre cerca tali adoratori”.

È tanta l’urgenza del Padre di manifestarsi agli uomini, che il Padre li cerca per realizzare il suo disegno d’amore. Ed ecco l’espressione stupenda di Gesù: “Dio è spirito”. Spirito non è qualcosa di astratto, ma significa l’energia vitale creatrice. “E quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità»”. In amore fedele. Quindi Dio è energia d’amore creatrice che chiede soltanto di essere accolto dall’uomo per prolungare il suo amore per tutta l’umanità. Questa è la novità apportata da Gesù. È la fine del tempio – perché non c’è più bisogno del tempio – e la fine del culto, che era una diminuzione dell’uomo nei confronti di Dio. L’uomo doveva togliersi qualcosa per darla a Dio. Nel nuovo culto è Dio che si offre agli uomini perché, con lui e come lui, si diano a tutta l’umanità.

P. Alberto Maggi
I

II DOMENICA DI QUARESIMA

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo» (…).

La Quaresima ci sorprende: la subiamo come un tempo penitenziale, mortificante, e invece ci spiazza con questo vangelo vivificante, pieno di sole e di luce. Dal deserto di pietre (prima domenica) al monte della luce (seconda domenica); da polvere e cenere, ai volti vestiti di sole. Per dire a tutti noi: coraggio, il deserto non vincerà, ce la faremo, troveremo il bandolo della matassa. Gesù prese con sé tre discepoli e salì su di un alto monte. I monti sono come indici puntati verso il mistero e le profondità del cosmo, raccontano che la vita è ascensione, con dentro una fame di verticalità, come se fosse incalzata o aspirata da una forza di gravità celeste: e là si trasfigurò davanti a loro, il suo volto brillò come il sole e le vesti come la luce. Tutto si illumina: le vesti di Gesù, le mani, il volto sono la trascrizione del cuore di Dio. I tre guardano, si emozionano, sono storditi: davanti a loro si è aperta la rivelazione stupenda di un Dio luminoso, bello, solare. Un Dio da godere, finalmente, un Dio da stupirsene. E che in ogni figlio ha seminato la sua grande bellezza.

Che bello qui, non andiamo via… lo stupore di Pietro nasce dalla sorpresa di chi ha potuto sbirciare per un attimo dentro il Regno e non lo dimenticherà più. Vorrei per me la fede di ripetere queste parole: è bello stare qui, su questa terra, su questo pianeta minuscolo e bellissimo; è bello starci in questo nostro tempo, che è unico e pieno di potenzialità. È bello essere creature: non è la tristezza, non è la delusione la nostra verità.
San Paolo nella seconda lettura consegna a Timoteo una frase straordinaria: Cristo è venuto ed ha fatto risplendere la vita. È venuto nella vita, la mia e del mondo, e non se n’è più andato. È venuto come luce nelle tenebre, e le tenebre non l’hanno vinta (Gv 1,5). In lui abitava la vita e la vita era la luce degli uomini (Gv 1,4), la vita era la prima Parola di Dio, bibbia scritta prima della bibbia scritta.

Allora perdonate «se non sono del tutto e sempre / innamorata del mondo, della vita / sedotta e vinta dalla rivelazione / d’esserci d’ogni cosa (….)/ Questo più d’ogni altra cosa perdonate / la mia disattenzione» (Mariangela Gualtieri). A tutte le meraviglie quotidiane. La condizione definitiva non è monte, c’è un cammino da percorrere, talvolta un deserto, certamente una pianura alla quale ritornare. Dalla nube viene una voce che traccia la strada: «questi è il figlio mio, l’amato. Ascoltatelo”. I tre sono saliti per vedere e sono rimandati all’ascolto. La voce del Padre si spegne e diventa volto, il volto di Gesù, «che brillò come il sole». Ma una goccia della sua luce è nascosta nel cuore vivo di tutte le cose.

Letture: Genesi 12, 1-4; Salmo 32; 2 Timoteo 1, 8-10; Matteo 17, 1-9

Ermes Ronchi
Avvenire

Gli specialisti dei vangeli sinottici hanno sottolineato il parallelismo che si percepisce tra questo racconto e quello della consegna a Mosè delle tavole della Legge sul Sinai (Es 24 e 34). Già lo avevano dimostrato gli studi di W. D. Davies e D. C. Allison, così come quelli di R. Pesch sul vangelo di Marco. Vediamo in particolare: “sei giorni dopo” (Mt 17,1=Es 24,1); “monte” (Mt 17,1=Es 24,12.15-18; 34,3); gruppo scelto (Mt 17,1=Es 24,1); “volto brillante” (Mt 17,2=Es 34, 29-35); “nube luminosa” (Mt 17,5=Es 24, 15-18; 34,5); voce uscita dalla nube (Mt 17,5=Es 24,16); timore dei presenti (Mt 17,6=Es 34, 29-30) (W. Carter. Cf. U. Luz). Sono troppe le coincidenze per pensare che ci troviamo di fronte ad una coincidenza meramente occasionale.

Si tratta di due racconti paralleli, ma con messaggi religiosi diversi e persino contrapposti. Sul monte Sinai si rivela un Dio che impressiona, che impone obblighi, minaccia e spaventa la povera gente che sta di fronte ad un simile spettacolo, che è (in ogni caso) uno spettacolo terribile. Sul monte della trasfigurazione si rivela un Dio che elimina la paura, che si separa da Mosè e da Elia, che non infonde terrore, ma pace. E che termina parlando di resurrezione, cioè di una vita senza alcun limite. Ossia, il Dio del Sinai è il Dio delle imposizioni e delle minacce. Il Dio della trasfigurazione è il Dio della vicinanza, della vita e della speranza.

La voce del cielo dice riferendosi a Gesù: “Ascoltatelo”. Cosa bisogna ascoltare? Quello che poco prima Pietro aveva rifiutato: l’annuncio della passione e della morte. Il Dio di Gesù, così come lo stesso Gesù, è il Dio che nella vita lotta contro la paura dei vigliacchi, contro il potere che sottomette, spaventa ed opprime, anche se questo si fa in nome di Dio. Quando la vita si orienta in questo modo, la fine della vita può essere molto simile alla fine della vita di Gesù. Ma in definitiva questo ci trasfigura, cioè questo dà alla nostra vita lo stesso senso della vita che ha condotto Gesù. Quando cambia la nostra idea di Dio, cambia la nostra vita. Si conferma quello che già lo stesso Matteo aveva insegnato nel Sermone della montagna: ogni credente è a seconda di come è il Dio nel quale crede.


Benedizione delle famiglie 2020

La Speranza ci mette in cammino;

la prudenza ci accompagna:

così da oggi 4 marzo, in ottemperanza alle norme stabilite, sospendiamo il programma previsto fino a nuove disposizioni

Le vie in programma dal 4 marzo

vengono recuperate in seguito.


Benedizione delle famiglie e anniversari di matrimonio

   Parrocchia COLLEGIATA Santo Stefano CASTELFIDARDO

 www.santostefanocastelfidardo.it  email: parrocchia@santostefanocastelfidardo.it

  A.D.  2020    tel. 071 90 11 428 -3397808040               

               BENEDIZIONE DELLE FAMIGLIE

         ORARIO  Mattino: 9,30 – 13   Pomeriggio: 15.30 – 21

Orario S. Messe  festive: 18.30 (sabato) 10      11.30     18.30   

                                 Feriali:   18.30     (Lunedi 8.30 Collegiata, 18.30 Figuretta)

            PACE A QUESTA CASA E AI SUOI ABITANTI! 

 La benedizione della famiglia  è un atto di fede nella presenza

del Signore Gesu’ Cristo, Crocifisso e Risorto, che dimora  in casa con noi!

Giovedi     27 FEBBRAIO P.za Rep.Mazzini  M.bello Vic. 5^ Cavour Trento-Trieste,

Venerdi     28      Battisti, Filzi. S. Soprani,

Sabato       29       Rosselli  Breccia Casanova Vicolo I

Lunedi        2 MARZO       Toti  P. Soprani

Martedi      3       IV Novembre

Mercol.      4     Gramsci Angeloni Sauro Mordini

Giovedi      5      Garibaldi XVIII Settembre Roma

Venerdi      6       Tagliamento Asiago Contrada Concia

Sabato        7       Marconi

Lunedi        9       I^ Maggio Diaz Cadorna1-31

Martedi     10      Matteotti

Mercol.     11       Bandiera Istria Carso

Giovedi     12      Redipuglia

Venerdi     13       Rizzo Dallape’

Sabato       14       Cerretano Campograsso Recanatese

Lunedi       16        Paolo VI  Meucci

Martedi      17       Gorizia Montello Oberdan

Mercol.      18        Piave 

Giovedi      19       Cervi Turati Sport Michelangelo XXIV Maggio

Venerdi      20        Iesina Squartabue

Sabato        21       Foscolo Carducci

Lunedi        23     Sanzio Mancini Montessori (n.31-35)

 Martedi      24      Baracca Bassi

Mercoledi   25   Vivaldi Leoncavallo

Giovedi       26     Manzoni      Colombo (prima parte nn.1-51;2-24)

Venerdi       27    Da Fabriano Colombo (seconda parte nn.53-107;26-68)

Sabato         28    Giotto M.Figuretta Quasimodo

Lunedi         30    Alighieri (prima parte) Boccaccio

Martedi        31    Alighieri (seconda parte)Ungaretti

Mercoledi     1 APRILE   Alighieri (terza parte) Pescara Merla Donne partigiane

Giovedi         2   Parini Petrarca Pascoli Alfieri Montessori

Venerdi         3   Che Guevara La Torre Marcora           

Sabato           4    XXV aprile Resistenza

Lunedi 6, martedi7, mercoledi 8 APRILE:  recuperi

Per Benedizione  uffici, fabbriche, negozi …  tel.071 90 11 428/ 3397808040

          

ANNIVERSARI DI MATRIMONIO

Carissimi  sposi da 25,50,60… anni

                                              nell’anno di grazia del Signore 2020.

    Questa lettera è per le famiglie che hanno celebrato il Sacramento

                                     del Matrimonio negli anni 1995, 1970, 1960….

                          Ogni anniversario di matrimonio  va ricordato come un compleanno.

   Il 25^, il 50^, il 60^ meritano un ricordo speciale.

                        Se ritenete cosa buona e giusta ricordare queste date, vi invito   in

                            Parrocchia   Collegiata Santo Stefano

   DOMENICA  22  MARZO 2020  alle ore 11.15

                          Ringraziamo insieme Dio Padre per questo traguardo raggiunto e preghiamo per avere sempre  lo stile e la forza della Santa famiglia di Nazareth.

 Lo Spirito Santo, Amore di Dio in noi, ci insegni a realizzare  sempre meglio il  progetto di Dio per la famiglia.

              Ci riuniamo  DOMENICA 15 MARZO  in Collegiata, alle ore 16.30,

            per pregare insieme, raccogliere le adesioni  e per preparare l’Eucaristia  degli   anniversari.

                                Per chi lo vuole, c’e’  la possibilità di pranzare insieme.

   Chiedo a tutti di passare parola ai vostri amici e  conoscenti che non hanno ricevuto questa lettera:      invitateli a partecipare.

                               Affidiamoci  tutti alla  Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe,                                          insieme, davanti al loro altare, in  Collegiata.

                            Preghiamo  per   tutte  le  famiglie:         

  per le famiglie in difficoltà, in crisi, separate, e per la Pace dei vivi e dei defunti.

                                                      Il Signore vi benedica tutti.

Castelfidardo, 1  febbraio 2020                    Il Parroco della Collegiata S. Stefano


DOMENICA 23 febbraio 2020: i figli di Dio amano come il PADRE

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Avete inteso che fu detto: “Occhio per occhio e dente per dente”. Ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi, se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu pórgigli anche l’altra, e a chi vuole portarti in tribunale e toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. E se uno ti costringerà ad accompagnarlo per un miglio, tu con lui fanne due. Da’ a chi ti chiede, e a chi desidera da te un prestito non voltare le spalle. […]»

Una serie di situazioni molto concrete: schiaffo, tunica, miglio. E soluzioni in sintonia: l’altra guancia, il mantello, due miglia. La semplicità del vangelo! «Gesù parla della vita con le parole proprie della vita» (C. Bobin). Niente che un bambino non possa capire, nessuna teoria astratta e complicata, ma la proposta di gesti quotidiani, la santità di ogni giorno, che sa di abiti, di strade, di gesti, di polvere. E di rischio. E poi apre feritoie sull’infinito: siate perfetti come il Padre, siate figli del Padre che fa sorgere il sole sui cattivi e sui buoni. Fare ciò che Dio fa, essere come il Padre, qui è tutta l’etica biblica. E che cosa fa il Padre? Fa sorgere il sole. Mi piace questo Dio solare, luminoso, splendente di vita, il Dio che presiede alla nascita di ogni nostro mattino.

Il sole, come Dio, non si merita, si accoglie. E Dio, come il sole, si trasforma in un mistero gaudioso, da godere prima che da capire. Fa sorgere il sole sui cattivi e sui buoni. Addirittura Gesù inizia dai cattivi, forse perché i loro occhi sono più in debito di luce, più in ansia. Se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu porgigli anche l’altra. Cristo è esempio e modello degli uomini liberi, padroni delle proprie scelte anche davanti al male, capaci di disinnescare la spirale della vendetta e di inventarsi qualcosa, un gesto, una parola, che faccia saltare i piani e che disarmi. Così semplice il Suo modo di amare e così rischioso. E tuttavia il cristianesimo non è una religione di battuti e sottomessi, di umiliati che non reagiscono. Come non lo era Gesù che, colpito, reagisce chiedendo ragione dello schiaffo (Gv 18,22).

E lo vediamo indignarsi, e quante volte, per un’ingiustizia, per un bambino scacciato, per il tempio fatto mercato, per il cuore di pietra dei pii e dei devoti. E collocarsi dentro la tradizione profetica dell’ira sacra. Non passività, non sottomissione debole, quello che Gesù propone è una presa di posizione coraggiosa: tu porgi, fai tu il primo passo, cercando spiegazioni, disarmando la vendetta, ricominciando, rammendando tenacemente il tessuto continuamente lacerato dalla violenza. Credendo all’incredibile: amate i vostri nemici.

Gesù intende eliminare il concetto stesso di nemico. «Amatevi, altrimenti vi distruggerete. È tutto qui il Vangelo» (D.M. Turoldo). Violenza produce violenza, in una catena infinita. Io scelgo di spezzarla. Di non replicare su altri ciò che ho subito, di non far proliferare il male. Ed è così che inizio a liberare me nella storia. Allora siate perfetti come il Padre… non quanto, una misura impossibile che ci schiaccerebbe; ma come il Padre, con il suo stile fatto di tenerezza, di combattiva tenerezza.

Letture: Levitico 19,1-2.17-18; Salmo 102; 1 Corinzi 3,16-23; Matteo 5,38-48

Ermes Ronchi
Avvenire

DOMENICA 16 FEBBRAIO 2020:SCEGLI LA VITA E NON LA MORTE

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento. In verità io vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia avvenuto. Chi dunque trasgredirà uno solo di questi minimi precetti e insegnerà agli altri a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli […]».

Ma io vi dico. Gesù entra nel progetto di Dio non per rifare un codice, ma per rifare il coraggio del cuore, il coraggio del sogno. Agendo su tre leve decisive: la violenza, il desiderio, la sincerità. Fu detto: non ucciderai; ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello, chi nutre rancore è potenzialmente un omicida. Gesù va diritto al movente delle azioni, al laboratorio dove si assemblano i gesti. L’apostolo Giovanni affermerà una cosa enorme: «Chi non ama suo fratello è omicida» (1 Gv 3,15). Chi non ama, uccide. Il disamore non è solo il mio lento morire, ma è un incubatore di violenza e omicidi. Ma io vi dico: chiunque si adira con il fratello, o gli dice pazzo, o stupido, è sulla linea di Caino… Gesù mostra i primi tre passi verso la morte: l’ira, l’insulto, il disprezzo, tre forme di omicidio.

L’uccisione esteriore viene dalla eliminazione interiore dell’altro. Chi gli dice pazzo sarà destinato al fuoco della Geenna. Geenna non è l’inferno, ma quel vallone alla periferia di Gerusalemme, dove si bruciavano le immondizie della città, da cui saliva perennemente un fumo acre e cattivo. Gesù dice: se tu disprezzi e insulti il fratello tu fai spazzatura della tua vita, la butti nell’immondizia; è ben più di un castigo, è la tua umanità che marcisce e va in fumo. Ascolti queste pagine che sono tra le più radicali del Vangelo e capisci per contrasto che diventano le più umane, perché Gesù parla solo della vita, con le parole proprie della vita: «Custodisci le mie parole ed esse ti custodiranno» (Prov 4,4), e non finirai nell’immondezzaio della storia.

Avete inteso che fu detto: non commettere adulterio. Ma io vi dico: se guardi una donna per desiderarla sei già adultero. Non dice semplicemente: se tu desideri una donna; ma: se guardi per desiderare, con atteggiamento predatorio, per conquistare e violare, per sedurre e possedere, se la riduci a un oggetto da prendere o collezionare, tu commetti un reato contro la grandezza di quella persona. Adulterio viene dal verbo a(du)lterare che significa: tu alteri, cambi, falsifichi, manipoli la persona. Le rubi il sogno di Dio. Adulterio non è tanto un reato contro la morale, ma un delitto contro la persona, deturpi il volto alto e puro dell’uomo. Terza leva: Ma io vi dico: Non giurate affatto; il vostro dire sia sì, sì; no, no. Dal divieto del giuramento, Gesù va fino in fondo, arriva al divieto della menzogna. Di’ sempre la verità e non servirà più giurare. Non abbiamo bisogno di mostraci diversi da ciò che siamo nell’intimo. Dobbiamo solo curare il nostro cuore, per poi prenderci cura della vita attorno a noi; c’è da guarire il cuore per poi guarire la vita.

Letture: Siracide 15,16-21; Salmo 118; 1 Corinzi 2,6-10; Matteo 5,17-37

Ermes Ronchi
Avvenire

VOI SIETE IL SALE DELLA TERRA E LA LUCE DEL MONDO

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente. Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli».

Voi siete sale, voi siete luce. Sale che conserva le cose, minima eternità disciolta nel cibo. Luce che accarezza di gioia le cose, ne risveglia colori e bellezza. Tu sei luce. Gesù lo annuncia alla mia anima bambina, a quella parte di me che sa ancora incantarsi, ancora accendersi. Tu sei sale, non per te stesso ma per la terra. La faccenda è seria, perché essere sale e luce del mondo vuol dire che dalla buona riuscita della mia avventura, umana e spirituale, dipende la qualità del resto del mondo. Come fare per vivere questa responsabilità seria, che è di tutti? Meno parole e più gesti. Che il profeta Isaia elenca, nella prima lettura di domenica: «Spezza il tuo pane», verbo asciutto, concreto, fattivo.

«Spezza il tuo pane», e poi è tutto un incalzare di altri gesti: «Introduci in casa, vesti il nudo, non distogliere gli occhi. Allora la tua luce sorgerà come l’aurora, la tua ferita si rimarginerà in fretta». E senti l’impazienza di Dio, l’impazienza di Adamo, e dell’aurora che sorge e della fame che grida; l’urgenza del corpo dell’uomo che ha dolore e ferite, ha fretta di pane e di salute. La luce viene attraverso il mio pane quando diventa nostro pane, condiviso e non possesso geloso.

Il gesto del pane viene prima di tutto: perché sulla terra ci sono creature che hanno così tanta fame che per loro Dio non può che avere la forma di un pane. Guarisci altri e guarirà la tua ferita, prenditi cura di qualcuno e Dio si prenderà cura di te; produci amore e Lui ti fascerà il cuore, quando è ferito. Illumina altri e ti illuminerai, perché chi guarda solo a se stesso non s’illumina mai. Chi non cerca, anche a tentoni, quel volto che dal buio chiede aiuto, non si accenderà mai. È dalla notte condivisa che sorge il sole di tutti. «Se mi chiudo nel mio io, pur adorno di tutte le virtù, ricco di sale e di luce, e non partecipo all’esistenza degli altri, se non mi dischiudo agli altri, posso essere privo di peccati, e tuttavia vivo in una situazione di peccato» (G. Vannucci).

Ma se il sale perde sapore con che cosa lo si potrà rendere salato? Conosciamo bene il rischio di affondare in una vita insipida e spenta. E accade quando non comunico amore a chi mi incontra, non sono generoso di me, non so voler bene: «non siamo chiamati a fare del bene, ma a voler bene» (Sorella Maria di Campello). Primo impegno vitale. Io sono luce spenta quando non evidenzio bellezza e bontà negli altri, ma mi inebrio dei loro difetti: allora sto spegnendo la fiamma delle cose, sono un cembalo che tintinna (parola di Paolo), un trombone di latta. Quando amo tre verbi oscuri: prendere, salire, comandare; anziché seguire i tre del sale e della luce: dare, scendere, servire.

Letture: Isaia 58,7-10; Salmo 111; 1 Corinzi 2,1-5; Matteo 5,13-16

Ermes Ronchi

“Egli è qui per la caduta e la salvezza di tutti…”

DOMENICA 2 FEBBRAIO: Presentazione di Gesù al tempio.

Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, Maria e Giuseppe portarono il bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore – come è scritto nella legge del Signore: «Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore» – e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o due giovani colombi, come prescrive la legge del Signore. […]

Maria e Giuseppe portarono il Bambino a Gerusalemme, per presentarlo al Signore. Una giovanissima coppia, col suo primo bambino, arriva portando la povera offerta dei poveri, due tortore, e il più prezioso dono del mondo: un bambino. Sulla soglia, due anziani in attesa, Simeone e Anna. Che attendevano, dice Luca, «perché le cose più importanti del mondo non vanno cercate, vanno attese» (Simone Weil). Perché quando il discepolo è pronto, il maestro arriva. Non sono i sacerdoti ad accogliere il bambino, ma due laici, che non ricoprono nessun ruolo ufficiale, ma sono due innamorati di Dio, occhi velati dalla vecchiaia ma ancora accesi dal desiderio. E lei, Anna, è la terza profetessa del Nuovo Testamento, dopo Elisabetta e Maria.

Perché Gesù non appartiene all’istituzione, non è dei sacerdoti, ma dell’umanità. È Dio che si incarna nelle creature, nella vita che finisce e in quella che fiorisce. «È nostro, di tutti gli uomini e di tutte le donne. Appartiene agli assetati, ai sognatori, come Simeone; a quelli che sanno vedere oltre, come Anna; a quelli capaci di incantarsi davanti a un neonato, perché sentono Dio come futuro e come vita» (M. Marcolini). Simeone pronuncia una profezia di parole immense su Maria, tre parole che attraversano i secoli e raggiungono ciascuno di noi: il bambino è qui come caduta e risurrezione, come segno di contraddizione perché siano svelati i cuori. Caduta, è la prima parola.

«Cristo, mia dolce rovina» canta padre Turoldo, che rovini non l’uomo ma le sue ombre, la vita insufficiente, la vita morente, il mio mondo di maschere e di bugie, che rovini la vita illusa. Segno di contraddizione, la seconda. Lui che contraddice le nostre vie con le sue vie, i nostri pensieri con i suoi pensieri, la falsa immagine che nutriamo di Dio con il volto inedito di un abbà dalle grandi braccia e dal cuore di luce, contraddizione di tutto ciò che contraddice l’amore. Egli è qui per la risurrezione, è la terza parola: per lui nessuno è dato per perduto, nessuno finito per sempre, è possibile ricominciare ed essere nuovi. Sarà una mano che ti prende per mano, che ripeterà a ogni alba ciò che ha detto alla figlia di Giairo: talità kum, bambina alzati!

Giovane vita, alzati, levati, sorgi, risplendi, riprendi la strada e la lotta. Tre parole che danno respiro alla vita. Festa della presentazione. Il bambino Gesù è portato al tempio, davanti a Dio, perché non è semplicemente il figlio di Giuseppe e Maria: «i figli non sono nostri» (Kalil Gibran), appartengono a Dio, al mondo, al futuro, alla loro vocazione e ai loro sogni, sono la freschezza di una profezia “biologica”. A noi spetta salvare, come Simeone ed Anna, almeno lo stupore.

Letture: Malachia 3,1-4; Salmo 23; Ebrei 2,14-18; Luca 2,22-40

Ermes Ronchi
Avvenire


LA DOMENICA DELLA PAROLA DI DIO: 26-1- 2020

Quando Gesù seppe che Giovanni era stato arrestato, si ritirò nella Galilea, lasciò Nazaret e andò ad abitare a Cafarnao, sulla riva del mare, nel territorio di Zabulon e di Neftali, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaia […]

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Giovanni è stato arrestato, tace la grande voce del Giordano, ma si alza una voce libera sul lago di Galilea. Esce allo scoperto, senza paura, un imprudente giovane rabbi, solo, e va ad affrontare confini, nella meticcia Galilea, crogiolo delle genti, quasi Siria, quasi Libano, regione quasi perduta per la fede. Cominciò a predicare e a dire: convertitevi perché il regno dei cieli è vicino. Siamo davanti al messaggio generativo del Vangelo. La bella notizia non è «convertitevi», la parola nuova e potente sta in quel piccolo termine «è vicino»: il regno è vicino, e non lontano; il cielo è vicino e non perduto; Dio è vicino, è qui, e non al di là delle stelle. C’è polline divino nel mondo. Ci sei immerso. Dio è venuto, forza di vicinanza dei cuori, «forza di coesione degli atomi, forza di attrazione delle costellazioni» (Turoldo).

Cos’è questa passione di vicinanza nuova e antica che corre nel mondo? Altro non è che l’amore, che si esprime in tutta la potenza e varietà del suo fuoco. «L’amore è passione di unirsi all’amato» (Tommaso d’Aquino) passione di vicinanza, passione di comunione immensa: di Dio con l’umanità, di Adamo con Eva, della madre verso il figlio, dell’amico verso l’amico, delle stelle con le altre stelle. Convertitevi allora significa: accorgetevi! Giratevi verso la luce, perché la luce è già qui. La notizia bellissima è questa: Dio è all’opera, qui tra le colline e il lago, per le strade di Cafarnao e di Betsaida, per guarire la tristezza e il disamore del mondo. E ogni strada del mondo è Galilea. Noi invece camminiamo distratti e calpestiamo tesori, passiamo accanto a gioielli e non ce ne accorgiamo.

Il Vangelo di Matteo parla di «regno dei cieli», che è come dire «regno di Dio»: ed è la terra come Dio lo sogna; il progetto di una nuova architettura del mondo e dei rapporti umani; una storia finalmente libera da inganno e da violenza; una luce dentro, una forza che penetra la trama segreta della storia, che circola nelle cose, che non sta ferma, che sospinge verso l’alto, come il lievito, come il seme. La vita che riparte. E Dio dentro. Mentre camminava lungo il mare di Galilea, vide due fratelli che gettavano le reti in mare. Gesù cammina, ma non vuole farlo da solo, ha bisogno di uomini e anche di donne che gli siano vicini (Luca 8,1-3), che mostrino il volto bello, fiero e luminoso del regno e della sua forza di comunione. E li chiama ad osare, ad essere un po’ folli, come lui.

Passa per tutta la Galilea uno che è il guaritore dell’uomo. Passa uno che sa reincantare la vita. E dietro gli vanno uomini e donne senza doti particolari, e dietro gli andiamo anche noi, annunciatori piccoli affinché grande sia solo l’annuncio. Terra nuova, lungo il mare di Galilea. E qui sopra di noi, un cielo nuovo. Quel rabbi mi mette a disposizione un tesoro, di vita e di amore, un tesoro che non inganna, che non delude. Lo ascolto e sento che la felicità non è una chimera, è possibile, anzi è vicina.

Letture: Is 8,23-9,3; Salmo 26; 1 Corinzi 1,10-13.17; Matteo 4,12-23

Ermes Ronchi
Avvenire

Il brano del Vangelo di questa domenica, detta Domenica della Parola, ci presenta gli inizi della predicazione di Gesù. L’evangelista colloca i primordi del ministero di Cristo in Galilea e racconta che «quando Gesù seppe che Giovanni era stato arrestato, si ritirò nella Galilea, lasciò Nàzaret e andò ad abitare a Cafàrnao, sulla riva del mare, nel territorio di Zàbulon e di Nèftali». In questa regione, storicamente provata e inquinata dal continuo passaggio di popoli stranieri, rifulge la luce, come aveva predetto molti secoli prima il profeta Isaia: «Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse» (cf Is 9, 1). È l’oracolo che ascoltiamo nella liturgia della notte di Natale. La luce allora avvolse i pastori, primizia degli ascoltatori della parola del Signore e primizia dei credenti, ora la luce avvolge tutti gli uomini. Nel linguaggio biblico la luce è sinonimo di salvezza. Nel salmo responsoriale, infatti, abbiamo attribuito a Dio due termini: «Il Signore è mia luce e mia salvezza».

La luce è un bisogno fondamentale dell’uomo, del quale si dice, quando nasce, che è venuto alla luce. Dio si manifesta spesso nell’Antico Testamento come luce: egli è il roveto che arde senza consumarsi, è la colonna di fuoco che guida e accompagna il popolo nel suo cammino verso la terra promessa. Dio si è rivelato pienamente come luce in Gesù che è «la luce vera, quella che illumina ogni uomo» (cf Gv 1, 9). Gesù, infatti, dice di se stesso: «Io sono venuto nel mondo come luce, perché chiunque crede in me non rimanga nelle tenebre» (cf Gv 12, 46). Cristo Gesù, dunque, da questo momento dà inizio alla sua predicazione con l’invito perentorio: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino».

Gesù, quindi, ci chiama alla conversione, ossia a ricominciare, a fare ritorno a Dio mediante un concreto cambiamento di mentalità e di azioni; invita a mettere in discussione noi stessi, a buttar via le speranze ingannevoli e a cercare la Speranza che non inganna. La nostra unica e sola speranza è Dio il quale lo si trova non al termine dei bei ragionamenti, ma vivendo umilmente attenti e disponibili alla sua Parola. Convertirsi significa allora passare dalle tenebre alla luce; dal buio dell’errore alla luce di Dio che è verità, dalle tenebre dell’egoismo alla luce di Dio che è amore, dalla nera oscurità del peccato alla luce di Dio che è il Santo dei Santi.

Ognuno di noi, dunque, deve diventare un «uomo nuovo», abbandonare le strade secondarie per accogliere Dio che gli viene incontro. È questo il significato del verbo ebraico shûb: tornare indietro, cambiare strada, cambiare vita. In greco il verbo è stato tradotto con metanoéite, che vuol dire cambiare mente e cuore, trasformarsi dentro, vivere le beatitudini e avere la sicurezza solo in Dio. A questo cambiamento, trasformazione, conversione, sono chiamati tutti i discepoli di Cristo Gesù. Dicevano i rabbini al tempo di Gesù: «È il popolo che fa regnare il re, e non il re che fa regnare se stesso»; occorre quindi convertirsi a Dio per permettere a Dio di regnare su di noi: così «viene» il regno di Dio!

E questo è quanto è accaduto ad alcuni credenti, i primi che hanno accolto il Vangelo di Gesù e si sono messi alla sua sequela. L’evangelista, infatti, annota che Gesù «mentre camminava lungo il mare di Galilea, vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano le reti in mare… Andando oltre, vide altri due fratelli, Giacomo, figlio di Zebedeo, e Giovanni suo fratello, che nella barca, insieme a Zebedeo loro padre, riparavano le loro reti, e li chiamò». A loro, il Maestro, rivolge la parola autorevole: «Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini». A questo invito, Simone, Andrea, Giacomo e Giovanni, rispondono prontamente: «Ed essi subito lasciarono le reti… la barca e il loro padre e lo seguirono».

Essi non possono comprendere subito fino in fondo il senso di questa chiamata. Eppure Matteo dice che accettano «subito» l’invito del Maestro, cambiano vita, abbandonano tutto e tutti e, con piena disponibilità, si mettono al suo seguito. È da notare che il Signore chiama uomini poveri e fragili «erano infatti pescatori». Gesù cerca i suoi più stretti collaboratori tra la gente comune, non tra gli scribi, i farisei e i leviti, incaricati del culto. Alcuni di questi sono addirittura classificati tra i «peccatori pubblici», come il pubblicano Levi-Matteo.

Anche noi, come cristiani, siamo collaboratori di Cristo. Abbiamo coscienza di questa responsabilità? Spesso noi sembriamo consumatori di culto, invece di essere persone vive che hanno sentito una chiamata; sembriamo gente mossa da abitudini religiose invece di essere annunciatori attivi del Regno di Dio. Ma come dobbiamo essere collaboratori di Gesù? San Paolo, nella seconda lettura, riferisce con sofferenza le sue riflessioni sulla comunità cristiana di Corinto, che era una Chiesa divisa e una Chiesa divisa non annuncia Cristo. La nostra collaborazione, quindi, sta nell’essere una comunità che vive l’amore, la misericordia, il perdono, l’unità. L’apostolato cristiano non è una gara vanitosa a chi fa di più ma a chi vive concretamente il Vangelo. Se le opere di apostolato non nascono dalla carità vissuta, sono fatiche a vuoto, sono gesti sterili che non porteranno frutti perché sono staccati da Dio.

Ebbene, tutti coloro che nella libertà e per amore di Gesù rispondono prontamente alla sua chiamata, dovranno essere pronti a rinnovare quotidianamente la loro risposta, cioè a perseverare perché, dice il Signore: «Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita» (cf Lc 21, 19). Chiediamo al Signore di illuminare noi e le nostre comunità dalla sua Parola affinché seguendo lui, che è la luce del mondo, diventiamo segno di speranza e di salvezza per tutti coloro che dalle tenebre anelano alla luce.

Don Lucio D’Abbraccio


LA DOMENICA DELLA PAROLA

26 gennaio la prima Domenica della Parola: cosa significa, come partecipare


Istituita da papa Francesco lo scorso settembre, ha l’obiettivo di “ravvivare la responsabilità che i credenti hanno nella conoscenza della Sacra Scrittura”.  Leggi su Avvenire


Gesù, l’Agnello di Dio !

Domenica 19 gennaio 2020: 2^ domenica del tempo ordinario

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ecco l’Agnello di Dio

In quel tempo, Giovanni, vedendo Gesù venire verso di lui, disse: «Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo! Egli è colui del quale ho detto: “Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me”. Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare nell’acqua, perché egli fosse manifestato a Israele». […]

Giovanni vedendo Gesù venire… Poter avere, come lui, occhi di profeta e so che non è impossibile perchè «vi è un pizzico di profeta nei recessi di ogni esistenza umana» (A.J. Heschel); vedere Gesù mentre viene, eternamente incamminato lungo il fiume dei giorni, carico di tutta la lontananza; mentre viene negli occhi dei fratelli uccisi come agnelli; mentre viene lungo il confine tra bene e male dove si gioca il tuo e, in te, il destino del mondo. Vederlo venire (come ci è stato concesso a Natale) pellegrino dell’eternità, nella polvere dei nostri sentieri, sparpagliato per tutta la terra, rabdomante d’amore dentro l’accampamento umano, da dove non se ne andrà mai più. Ecco l’agnello, il piccolo del gregge, l’ultimo nato che ha ancora bisogno della madre e si affida al pastore, che vuole crescere con noi e in mezzo a noi.

Non è il «leone di Giuda», che viene a sistemare i malvagi e i prepotenti, ma un piccolo Dio che non può e non vuole far paura a nessuno; che non si impone, ma si propone e domanda solo di essere accolto. Accolto come il racconto della tenerezza di Dio. Viene e porta la rivoluzione della tenerezza, porta un altro modo possibile di abitare la terra, vivendo una vita libera da inganno e da violenza. Amatevi, dirà, altrimenti vi distruggerete, è tutto qui il Vangelo. Ecco l’agnello, inerme e più forte di tutti gli Erodi della terra. Una sfida a viso aperto alla violenza, alla sua logica, al disamore che è la radice di ogni peccato.

Viene l’Agnello di Dio, e porta molto di più del perdono, porta se stesso: Dio nella carne, il cromosoma divino nel nostro Dna, il suo cuore dentro il nostro cuore, respiro dentro il respiro, per sempre. E toglie il peccato del mondo. Il verbo è al declinato al presente: ecco Colui che instancabilmente, infallibilmente, giorno per giorno, continua a togliere, a raschiare via, adesso ancora, il male dell’uomo. E in che modo toglie il male? Con la minaccia e il castigo? No, ma con lo stesso metodo vitale, positivo con cui opera nella creazione.

Per vincere il buio della notte Dio incomincia a soffiare sulla luce del giorno; per vincere il gelo accende il suo sole; per vincere la steppa semina milioni di semi; per vincere la zizzania del campo si prende cura del buon grano; per demolire la menzogna Lui passa libero, disarmato, amorevole fra le creature. Il peccato è tolto: nel Vangelo il peccato è presente e tuttavia è assente. Gesù ne parla solo per dirci: è tolto, è perdonabile sempre! E come Lui, il discepolo non condanna, ma annuncia un Dio che dimentica se stesso dietro una pecora smarrita, un bambino, un’adultera. Che muore per loro e tutti li catturerà dentro la sua risurrezione.

Letture: Isaia 49,3.5-6; Salmo 39; 1 Corinzi 1,1-3; Giovanni 1,29-34

Ermes Ronchi
Avvenire