Contempliamo la VITA, vedremo la Luce !

II domenica dopo Natale

  • 3 Gennaio 2021

Anno B

…a chi lo ha accolto, ha dato potere di essere figli di Dio!

In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Egli era, in principio, presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste. In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta. Venne un uomo mandato da Dio: il suo nome era Giovanni. […]

Un Vangelo che toglie il fiato, che impedisce piccoli pensieri e spalanca su di noi le porte dell’infinito e dell’eterno. Giovanni non inizia raccontando un episodio, ma componendo un poema, un volo d’aquila che proietta Gesù di Nazaret verso i confini del cosmo e del tempo. In principio era il Verbo… e il Verbo era Dio. In principio: prima parola della Bibbia. Non solo un lontano cominciamento temporale, ma architettura profonda delle cose, forma e senso delle creature: «Nel principio e nel profondo, nel tempo e fuori del tempo, tu, o Verbo di Dio, sei e sarai anima e vita di ciò che esiste» (G. Vannucci). Un avvio di Vangelo grandioso che poi plana fra le tende dello sterminato accampamento umano: e venne ad abitare in mezzo a noi.

Poi Giovanni apre di nuovo le ali e si lancia verso l’origine delle cose che sono: tutto è stato fatto per mezzo di Lui. Nulla di nulla, senza di lui. «In principio», «tutto», «nulla», «Dio», parole assolute, che ci mettono in rapporto con la totalità e con l’eternità, con Dio e con tutte le creature del cosmo, tutti connessi insieme, nell’unico meraviglioso arazzo dell’essere. Senza di lui, nulla di nulla. Non solo gli esseri umani, ma il filo d’erba e la pietra e il passero intirizzito sul ramo, tutto riceve senso ed è plasmato da lui, suo messaggio e sua carezza, sua lettera d’amore. In lui era la vita. Cristo non è venuto a portarci un sistema di pensiero o una nuova teoria religiosa, ci ha comunicato vita, e ha acceso in noi il desiderio di ulteriore più grande vita: «Sono venuto perché abbiano la vita, e l’abbiano in abbondanza» (Gv 10,10). E la vita era la luce degli uomini.

Cerchi luce? Contempla la vita: è una grande parabola intrisa d’ombra e di luce, imbevuta di Dio. Il Vangelo ci insegna a sorprendere perfino nelle pozzanghere della vita il riflesso del cielo, a intuire gli ultimi tempi già in un piccolo germoglio di fico a primavera. Cerchi luce? Ama la vita, amala come l’ama Dio, con i suoi turbini e le sue tempeste, ma anche con il suo sole e le sue primule appena nate. Sii amico e abbine cura, perché è la tenda immensa del Verbo, le vene per le quali scorre nel mondo. A quanti l’hanno accolto ha dato il potere di diventare figli di Dio. L’abbiamo sentito dire così tante volte, che non ci pensiamo più. Ma cosa significhi l’ha spiegato benissimo papa Francesco nell’omelia di Natale: «Dio viene nel mondo come figlio per renderci figli. Oggi Dio ci meraviglia. Dice a ciascuno di noi: tu sei una meraviglia». Non sei inadeguato, non sei sbagliato; no, sei figlio di Dio. Sentirsi figlio vuol dire sentire la sua voce che ti sussurra nel cuore: “tu sei una meraviglia”! Figlio diventi quando spingi gli altri alla vita, come fa Dio. E la domanda ultima sarà: dopo di te, dove sei passato, è rimasta più vita o meno vita?

Letture: Siracide 24,1-4.12-16; Salmo 147; Efesini 1,3-6.15-18; Giovanni 1,1-18

Ermes Ronchi
Avvenire


Sacra Famiglia: Gesù Giuseppe Maria

Gesù Giuseppe Maria
vi dono il cuore e l’anima mia

Vi invito a leggere la lettera apostolica di Papa Francesco:

Patris corde

(con cuore di padre;

sotto trovi il link con il testo completo del documento)

in occasione del 150^ anniversario della dichiarazione di San GIUSEPPE Patrono della Chiesa universale

Città del Vaticano – A 150 anni del Decreto Quemadmodum Deus, con il quale il Beato Pio IX dichiarò San Giuseppe Patrono della Chiesa Cattolica, e a cinque anni dall’inizio del Giubileo Straordinario della Misericordia, Papa Francesco indice un anno speciale dedicato a San Giuseppe che si concluderà l’8 dicembre 2021.

“Al fine di perpetuare l’affidamento di tutta la Chiesa al potentissimo patrocinio del Custode di Gesù, Papa Francesco – si legge in un decreto del Vaticano – ha stabilito che, dalla data odierna, anniversario del Decreto di proclamazione nonché giorno sacro alla Beata Vergine Immacolata e Sposa del castissimo Giuseppe, fino all’8 dicembre 2021, sia celebrato uno speciale Anno di San Giuseppe”.

Per questa occasione è concessa l’Indulgenza plenaria ai fedeli che reciteranno qualsivoglia orazione legittimamente approvata o atto di pietà in onore di San Giuseppe, specialmente nelle ricorrenze del 19 marzo e del 1° maggio, nella Festa della Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe, nella Domenica di San Giuseppe (secondo la tradizione bizantina), il 19 di ogni mese e ogni mercoledì, giorno dedicato alla memoria del Santo secondo la tradizione latina.

“Nell’attuale contesto di emergenza sanitaria, il dono dell’Indulgenza plenaria – scrive il Penitenziere maggiore nel decreto che ha la benedizione del Papa e varrà da oggi e per tutto l’anno a venire – è particolarmente esteso agli anziani, ai malati, agli agonizzanti e a tutti quelli che per legittimi motivi siano impossibilitati ad uscire di casa, i quali con l’animo distaccato da qualsiasi peccato e con l’intenzione di adempiere, non appena possibile, le tre solite condizioni, nella propria casa o là dove l’impedimento li trattiene, reciteranno un atto di pietà in onore di San Giuseppe, conforto dei malati e Patrono della buona morte, offrendo con fiducia a Dio i dolori e i disagi della propria vita”.

“Affinché il conseguimento della grazia divina attraverso il potere delle Chiavi sia pastoralmente facilitato, questa Penitenzieria – scrive il card. Piacenza – prega vivamente che tutti i sacerdoti provvisti delle opportune facoltà, si offrano con animo disponibile e generoso alla celebrazione del sacramento della Penitenza e amministrino spesso la Santa Comunione agli infermi”.

Il Decreto dell’indulgenza plenaria è accompagnato dalla lettera apostolica Patris corde, firmata da Papa Bergoglio. “Al compiersi di 150 anni dalla sua dichiarazione quale Patrono della Chiesa Cattolica fatta dal Beato Pio IX, l’8 dicembre 1870, vorrei condividere con voi alcune riflessioni personali su questa straordinaria figura, tanto vicina alla condizione umana di ciascuno di noi”, scrive il Pontefice nella lettera, nella quale invita ad abbandonare il giudizio sul prossimo: “Il dito puntato e il giudizio che usiamo nei confronti degli altri molto spesso sono segno dell’incapacità di accogliere dentro di noi la nostra stessa debolezza, la nostra stessa fragilità. Solo la tenerezza ci salverà dall’opera dell’Accusatore”.

Clicca qui per leggere il testo completo della lettera apostolica Patris corde

L’omaggio a San Giuseppe è stato suggerito anche dal particolare momento che il mondo vive con la pandemia. “Tale desiderio – scrive Francesco – è cresciuto durante questi mesi di pandemia, in cui possiamo sperimentare, in mezzo alla crisi che ci sta colpendo, che ’le nostre vite sono tessute e sostenute da persone comuni – solitamente dimenticate – che non compaiono nei titoli dei giornali e delle riviste né nelle grandi passerelle dell’ultimo show ma, senza dubbio, stanno scrivendo oggi gli avvenimenti decisivi della nostra storia: medici, infermiere e infermieri, addetti dei supermercati, addetti alle pulizie, badanti, trasportatori, forze dell’ordine, volontari, sacerdoti, religiose e tanti ma tanti altri che hanno compreso che nessuno si salva da solò”.

“Quanta gente – osserva il Pontefice- esercita ogni giorno pazienza e infonde speranza, avendo cura di non seminare panico ma corresponsabilità. Quanti padri, madri, nonni e nonne, insegnanti mostrano ai nostri bambini, con gesti piccoli e quotidiani, come affrontare e attraversare una crisi riadattando abitudini, alzando gli sguardi e stimolando la preghiera. Quante persone pregano, offrono e intercedono per il bene di tutti”.

Tutte queste persone, osserva Francesco, “possono trovare in San Giuseppe, l’uomo che passa inosservato, l’uomo della presenza quotidiana, discreta e nascosta, un intercessore, un sostegno e una guida nei momenti di difficoltà. San Giuseppe ci ricorda che tutti coloro che stanno apparentemente nascosti o in ‘seconda linea’ hanno un protagonismo senza pari nella storia della salvezza. A tutti loro va una parola di riconoscimento e di gratitudine”.


Santo Stefano : nostro modello e Patrono

martirio di Santo Stefano

Le armi della carità

Dai «Discorsi» di san Fulgenzio di Ruspe, vescovo. Disc. 3, 1-3. 5-6
Ieri abbiamo celebrato la nascita nel tempo del nostro Re eterno, oggi celebriamo la passione trionfale del soldato. Ieri infatti il nostro Re, rivestito della nostra carne e uscendo dal seno della Vergine, si è degnato di visitare il mondo; oggi il soldato uscendo dalla tenda del corpo, è entrato trionfante nel cielo.
Il nostro Re, l’Altissimo, venne per noi umile, ma non poté venire a mani vuote; infatti portò un grande dono ai suoi soldati, con cui non solo li arricchì abbondantemente, ma nello stesso tempo li rinvigorì perché combattessero con forza invitta. Portò il dono della carità, che conduce gli uomini alla comunione con Dio.
Quel che ha portato, lo ha distribuito, senza subire menomazioni; arricchì invece mirabilmente la miseria del suoi fedeli, ed egli rimase pieno di tesori inesauribili.
La carità dunque che fece scendere Cristo dal cielo sulla terra, innalzò Stefano dalla terra al cielo. La carità che fu prima nel Re, rifulse poi nel soldato.
Stefano quindi, per meritare la corona che il suo nome significa, aveva per armi la carità e con essa vinceva ovunque. Per mezzo della carità non cedette ai Giudei che infierivano contro di lui; per la carità verso il prossimo pregò per quanti lo lapidavano.
Con la carità confutava gli erranti perché si ravvedessero; con la carità pregava per i lapidatori perché non fossero puniti.
Sostenuto dalla forza della carità vinse Saulo che infieriva crudelmente, e meritò di avere compagno in cielo colui che ebbe in terra persecutore. La stessa carità santa e instancabile desiderava di conquistare con la preghiera coloro che non poté convertire con le parole.
Ed ecco che ora Paolo è felice con Stefano, con Stefano gode della gloria di Cristo, con Stefano esulta, con Stefano regna. Dove Stefano, ucciso dalle pietre di Paolo, lo ha preceduto, là Paolo lo ha seguito per le preghiere di Stefano. Quanto è verace quella vita, fratelli, dove Paolo non resta confuso per l’uccisione di Stefano, ma Stefano si rallegra della compagnia di Paolo, perché la carità esulta in tutt’e due. Si, la carità di Stefano ha superato la crudeltà dei giudei, la carità di Paolo ha coperto la moltitudine del peccati, per la carità entrambi hanno meritato di possedere insieme il regno dei cieli.
La carità dunque è la sorgente e l’origine di tutti i beni, ottima difesa, via che conduce al cielo. Colui che cammina nella carità non può errare, né aver timore. Essa guida, essa protegge, essa fa arrivare al termine.
Perciò, fratelli, poiché Cristo ci ha dato la scala della carità per mezzo della quale ogni cristiano può giungere al cielo, conservate vigorosamente integra la carità, dimostratevela a vicenda e crescete continuamente in essa.


Padre Bernardino Piccinelli: santo dei nostri tempi

Vescovo ausiliare dal 1972 al 1984

– “Con grande gioia comunico alla Chiesa diocesana di Ancona-Osimo che: il 21 dicembre 2020, il Santo Padre Francesco ha ricevuto in Udienza Sua Eminenza Reverendissima il Signor Cardinale Marcello Semeraro, Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi.

Durante l’Udienza, il Sommo Pontefice ha autorizzato la medesima Congregazione a promulgare i Decreti riguardanti: – le virtù eroiche del Servo di Dio Bernardino Piccinelli (al secolo: Dino), dell’Ordine dei Servi di Maria, Vescovo titolare di Gaudiaba ed Ausiliare di Ancona; nato il 24 gennaio 1905 a Madonna dei Fornelli, frazione di San Benedetto Val di Sambro (Italia) e morto ad Ancona (Italia) il 1° ottobre 1984. – Così scrive Sua Eccellenza Mons. Angelo Spina arcivescovo metropolitano di Ancona-Osimo. – Recandomi nella chiesa del Sacro Cuore di Gesù in Ancona, sono rimasto sempre colpito dalle numerose attestazioni nel registro, dove i fedeli scrivono le loro riflessioni e preghiere, e nel vedere tanti pregare, in silenzioso raccoglimento sulla tomba di P. Bernardino Piccinelli. É stato un pastore – diremmo oggi – con “l’odore delle pecore”. Un pastore in mezzo alla gente. La sua infanzia, la sua vocazione, il suo sacerdozio e il suo episcopato sono stati segnati dalla profonda fede che lo hanno illuminato, nella forte speranza e operosa carità. – Continua Mons. Spina. – Padre Bernardino, parroco della chiesa del Sacro Cuore ad Ancona, sotto i bombardamenti, durante la seconda guerra mondiale, non abbandonò mai la città. In una sua preghiera così si rivolgeva al Signore: “Signore, finché ci sarà un parrocchiano resterò in città; Tu toglimi la paura”.

Tra il bombardamento del primo novembre del 1943 e la liberazione del 1944 chiese, indifferentemente ai tedeschi ed agli alleati, aiuti per le famiglie ridotte alla fame. Scriveva: “Io non ho nemici, ma solo fratelli da aiutare”. Nel 1972, vescovo ausiliare di Ancona, fu riferimento in città per i mesi del terremoto, come quando, nel 1982, ci fu la frana, che mise in ginocchio parte della città.

Da alcuni venne definito il “vescovo bambino”, perché metteva insieme semplicità, saggezza e intuito nel comprendere lo stato d’animo delle persone. Era severo nella dottrina, – conclude l’Arcivescovo, – ma infinitamente comprensivo con le persone. Riceveva chiunque lo cercava, aiutava i poveri e i bisognosi, sempre a disposizione delle persone per consolare. Amabile nello stile, sorridente e benedicente. Un uomo mite con la grande devozione alla Vergine Maria.

Padre Bernardino Piccinelli, ha mostrato il volto più bello della Chiesa, quello della santità. Si è lasciato abitare da Dio e con la sua vita ha testimoniato il Vangelo. Ogni cristiano, vivendo con amore e offrendo la propria testimonianza nelle occupazioni di ogni giorno, lì dove si trova, nella misura in cui si santifica, diventa più fecondo per il mondo, è questa l’eredità di Padre Bernardino. La bella e buona notizia, del riconoscimento delle virtù eroiche di P. Bernardino Piccinelli, giunta in prossimità dei giorni del Santo Natale, invita tutti noi a rendere grazie a Dio, a intensificare la nostra preghiera e a dire grazie al santo Padre Papa Francesco che ha autorizzato la Congregazione delle Cause dei Santi a promulgare il decreto”


Nell’inverno della pandemia, fiorisce il ramo di mandorlo (Geremia 1,11)… e… è subito NATALE!

Sacra Famiglia

….e annuncia la primavera vicina.

Sì, carissimi tutti,

il Natale, nel segno del Bambino che nasce a Betlemme, è la Speranza che fiorisce nel nostro cuore spaventato e inaridito, specialmente di chi lotta, soffre e vive una solitudine o un lutto. Bisogna rileggere l’esperienza del profeta Geremia che ,con il nemico alle porte e la distruzione vicina, va a comperare un campo e a progettare un futuro (Geremia cap 32)

Il Figlio di Dio, prendendo corpo in Maria Vergine, ci dice che Lui è venuto a guarire la nostra carne: spirito anima e corpo, segnati dalla pandemia.

E la Speranza non delude… e’ nel Segno del Bambino di Betlemme!

don bruno

Vangelo di Natale

Lc 2, 1-14
Dal Vangelo secondo Luca
In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando Quirinio era governatore della Siria. Tutti andavano a farsi censire, ciascuno nella propria città.
Anche Giuseppe, dalla Galilea, dalla città di Nàzaret, salì in Giudea alla città di Davide chiamata Betlemme: egli apparteneva infatti alla casa e alla famiglia di Davide. Doveva farsi censire insieme a Maria, sua sposa, che era incinta.

Mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio.
C’erano in quella regione alcuni pastori che, pernottando all’aperto, vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande timore, ma l’angelo disse loro:
«Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia».
E subito apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste, che lodava Dio e diceva:
«Gloria a Dio nel più alto dei cieli
e sulla terra pace agli uomini, che egli ama»
.

C: Parola del Signore.
A: Lode a Te o Cristo.

…allora potevamo andare…, oggi no; ma Lui viene sempre!


Dio non si merita, si accoglie!

DOMENICA 20 DICEMBRE 2020: IV DI AVVENTO

Letture: 2 Samuele 7,1-5.8-12.14.16; Salmo 88; Romani 16,25-27; Luca 1,26-38

In quel tempo, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nazaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: «Rallegrati, piena di grazia: il Signore è con te». A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. […]

In apertura, un elenco di sette nomi affolla la pagina: Gabriele, Dio, Galilea, Nazaret, Giuseppe, Davide, Maria. Sette, il numero appunto della totalità, perché ciò che sta per accadere coinvolgerà tutta la storia, le profondità del cielo e tutto il brulichio perenne della vita. Un Vangelo controcorrente: per la prima volta nella Bibbia un angelo si rivolge a una donna; in una casa qualunque e non nel santuario; nella sua cucina e non fra i candelabri d’oro del tempio. In un giorno ordinario, segnato però sul calendario della vita (nel sesto mese…). Gioia è la prima parola: rallegrati! Vangelo nel Vangelo! E subito ecco il perché: Maria, sei piena di grazia. Sei riempita di cielo, non perché hai risposto “sì” a Dio, ma perché Dio per primo ha detto “sì” a te. E dice “sì” a ciascuno di noi, prima di ogni nostra risposta. Perché la grazia sia grazia e non merito o calcolo.

Dio non si merita, si accoglie. L’Altissimo si è innamorato di te e ora il tuo nome è: amata per sempre; come lei anch’io amato per sempre. Tutti, teneramente, gratuitamente amati per sempre. Amore è passione di unirsi: il Signore è con te. Espressione che avrebbe dovuto mettere in guardia la ragazza, perché quando si esprime così Dio sta affidando un compito bellissimo ma arduo (R. Virgili): chiama Maria a una storia di brividi e di coraggio. Maria, avrai un figlio, tuo e di Dio, un figlio di terra e di cielo. Gli darai nome Gesù (prima volta: solo il padre aveva il potere di dare il nome). E la ragazza, pronta, intelligente e matura, dopo il primo turbamento non ha paura, dialoga, obietta, argomenta. Sta davanti a Dio con tutta la dignità di donna, con maturità e consapevolezza, pone domande: spiegami, dimmi come avverrà.

Zaccaria ha chiesto un segno, Maria chiede il senso e il come. E l’angelo: viene l’infinito nel tuo sangue, l’immenso diventa piccolo in te, che importa il come? La luce che ha generato gli universi si aggrappa al buio del tuo grembo. Che importa come avverrà? E tuttavia Gabriele si ferma a spiegare l’inspiegabile, a rassicurarla: parla di Spirito sulle acque come all’origine, di ombra sulla tenda come al Sinai, la invita a pensare in grande, più in grande che può: fìdati, sarà Lui a trovare il come. L’ha trovato anche per Elisabetta. Lo sentirai nel tuo corpo, come lei. Lo Spirito poteva scegliere altre strade, certo, ma senza il corpo di Maria il Vangelo perde corpo, diventa ideologia o etica. Adesso ancora Dio cerca madri. Sta a noi, come madri amorevoli, aiutare il Signore a incarnarsi in questo mondo, in queste case e strade, prendendoci cura della sua parola, dei suoi sogni, del suo vangelo. Dio vivrà per il nostro amore.

Ermes Ronchi
Avvenire

Il vangelo di Luca si apre con l’annunzio di due nascite: quella di Giovanni Battista e quella di Gesù. Sono nascite che indicano il compimento delle promesse di Dio anche in casi impossibili. Nel primo caso i genitori sono anziani e la madre è sterile, e nel secondo è una vergine che ancora non ha avuto rapporti con il proprio marito. Sentiamo come Luca, l’evangelista, ci descrive tutto questo. “Al sesto mese” – nel sesto mese, come nel sesto giorno, Dio completa la sua creazione – “l’angelo Gabriele” – Gabri-El significa “la forza di Dio” – “fu mandato …”, e qui questa volta la missione dell’angelo è tutta in salita, è difficile. Se prima è andato a Gerusalemme, nel santuario, nel momento più importante della vita di un sacerdote, appartenente a una delle classi più prestigiose del sacerdozio e ha trovato soltanto incredulità, il sacerdote non ha ascoltato la parola, e per questo è rimasto senza parole da comunicare al popolo.

Ebbene, ora invece la situazione si presenta difficile, va in una città della Galilea; questa regione era talmente disprezzata che il termine Galilea viene dal disprezzo con il quale il profeta Isaia chiama questo luogo il distretto da qui Ghelil in ebraico la nostra Galilea, il distretto dei pagani. “Chiamata Nazareth” – Nazareth è un piccolo paese mai citato nella Bibbia – “ad una vergine promessa sposa”. Nella lingua italiana non abbiamo l’equivalente termine per indicare il rito matrimoniale ebraico, il matrimonio ebraico si svolgeva in due tappe: la prima che chiamiamo sposalizio quando la ragazza aveva dodici anni e il maschio diciotto serviva a valutare la forza, la capacità della ragazza di fare figli e quindi stabilirne la dote. Poi, dopo questa cerimonia dopo la quale erano marito e moglie, ognuno tornava a casa sua e un anno dopo la ragazza veniva portata nella casa del marito e lì incominciava la convivenza.

Quindi la prima parte del matrimonio si chiama lo sposalizio la seconda le nozze, quindi è una vergine già sposata a “un uomo della casa di Davide di nome Giuseppe, la vergine si chiamava Maria”. “Entrando da lei disse: Rallegrati” – quindi quest’angelo di Dio la invita alla pienezza della gioia – “piena di grazia”. “Piena di grazia” non è una costatazione che l’angelo fa delle virtù di Maria, ma dice che è stata riempita della grazia di Dio, e la saluta come venivano salutati i grandi personaggi che hanno compiuto azioni importanti per la storia del popolo, come per esempio Gedeone, “il Signore è con te”. Maria viene turbata da quest’annuncio, anche perché in quell’epoca si pensava che Dio non avrebbe mai rivolto la parola ad una donna. La donna era considerata la più lontana da Dio, e l’angelo le dice: “Non temere Maria perché hai trovato grazia presso Dio”.

Grazia non è una constatazione di virtù di Maria, ma l’amore che Dio ha riversato su questa donna. “Ecco concepirai un figlio” – e inizia la prima delle trasgressioni che caratterizzano il vangelo di Luca – “lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù”. Contro ogni tradizione, non spettava alla donna dare il nome al figlio, era il padre che normalmente dava al figlio il proprio nome, così si perpetuava. Qui inizia giù la rottura con la tradizione.
Il primo indizio delle tante rotture della tradizione che poi Gesù porterà a compimento. “Sarà grande, verrà chiamato Figlio dell’Altissimo”, Giuseppe è escluso da tutto questo. Perché Giuseppe viene escluso? Perché il padre non trasmetteva soltanto la vita fisica, biologica, ma trasmetteva anche la tradizione, trasmetteva anche la spiritualità, ecco in Gesù c’è una nuova creazione, Lui sarà il Figlio di Dio, seguirà il Padre, e annuncia l’angelo a Maria, che in Gesù avranno luogo pieno il compimento delle promesse che Dio aveva fatto al suo popolo, di un regno senza fine.

Maria? Maria accetta, vuole sapere soltanto le modalità, dice: come avverrà questo perché non conosco uomo. Perché non era ancora passata nella seconda fase del matrimonio. Nella prima fase non era permesso avere rapporti con il marito. “Rispose l’angelo: lo Spirito Santo”, la presenza di Maria in questo vangelo si apre e si chiude all’insegna dello Spirito, Maria è la donna dello Spirito. Su di lei all’annunciazione scende lo Spirito Santo, e poi l’ultima volta la troveremo nella parte del vangelo di Luca chiamata gli Atti degli Apostoli, al momento della Pentecoste, quindi Maria è la donna dello Spirito. Lo Spirito Santo significa che in Gesù si manifesta la vera e nuova definitiva creazione. “Scenderà su di te la potenza dell’Altissimo, ti coprirà con la sua ombra perciò colui che nascerà sarà Santo” – cioè consacrato – “sarà chiamato Figlio di Dio”, sta dicendo che sarà il Messia.

E come garanzia, come prova di quanto l’angelo sta assicurando a Maria le dice che Elisabetta, sua parente, la moglie di Zaccaria, “nella sua vecchiaia”, quindi l’evangelista sottolinea la difficoltà di questa realizzazione, ma Dio è fedele alle sua promesse nonostante ogni difficoltà. Solo che il compimento delle promesse esige collaborazione da parte dell’uomo, con l’ascolto della sua parola, con il fidarsi, e Zaccaria non si è fidato, e soprattutto con l’agire. “Ecco Elisabetta ha concepito un figlio e questo è il sesto mese per lei che era detta sterile”. Vecchiaia e sterilità non sono problemi per l’azione del Signore, per realizzare i suoi progetti. Perché nulla è impossibile a Dio. La forza creatrice di Dio non ha limiti, però esige la collaborazione dell’uomo che come abbiamo detto deve ascoltare la sua parola, fidarsi di questa parola, e poi agire di conseguenza.

“Allora Maria disse: ecco la serva”, Maria non dice che è una serva del Signore, dice che è la serva, nei testi biblici Israele viene chiamato il servo del Signore, quindi Maria si viene ad identificare, rappresentare quelli che sempre si sono fidati del Signore, l’Israele del Signore. E qui c’è l’altra trasgressione con la quale si chiude questo brano, “avvenga di me secondo la tua parola”. Come si permette Maria di accettare questa proposta senza aver consultato e ottenuto il permesso da parte del padre o del marito? Era inconcepibile in una cultura del genere che una donna prendesse una qualsiasi decisione senza il permesso, l’autorizzazione da parte del maschio di casa. Ecco Maria continua questa trasgressione: sarà lei a dare il nome al figlio, e sarà lei che decide senza chiedere nulla al marito né al padre. Quindi il vangelo di Luca si apre con questa novità di aprirsi al nuovo di cui Maria, la donna dello Spirito è l’esempio eclatante.

P. Alberto Maggi
Il dialogo


LA MESSA DI “MEZZANOTTE” ALLE 18.30

FATE PASSARE IL MESSAGGIO :

Orari Sante Messe del Natale 2020 (con mascherina e distanze necessarie)

Giovedi 24 dicembre: ore 18.30 Messa di “Mezzanotte”

Venerdi 25 dicembre: ore 9 Messa dell’aurora (Figuretta)

ore 10 – 11.30 – 18.30 Messa del giorno di Natale

Sabato 26 dicembre Festa del Patrono SANTO STEFANO

ore 10 – 11.30 – 18.30 Messa del Patrono

ore 17: Il concerto di Natale in diretta Streaming(pag.Facebook del Comune) dal Salone degli Stemmi

Domenica 27 dicembre Sacra Famiglia :Famiglie insieme e vicine a Messa

ore 10 – 11.30 – 18.30

Giovedi 31 dicembre ore 18.30 TE DEUM

Venerdi 1 Gennaio 2021: Maria Madre di Dio– Giornata della Pace

ore 10 – 11.30 – 18.30 Veni creator Spiritus

Mercoledi 6 gennaio EPIFANIA del Signore

ore 10 -11.30 – 18.30


Giovanni: la voce…………. Cristo : la PAROLA !

13 dicembre : III Domenica di Avvento (gaudete!)

Letture: Isaia 61, 1-2.10-11; Luca 1; 1 Tessalonicesi 5,16-24; Giovanni 1, 6-8.19-28

Venne un uomo mandato da Dio: il suo nome era Giovanni. Egli venne come testimone per dare testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui. Non era lui la luce, ma doveva dare testimonianza alla luce. Questa è la testimonianza di Giovanni, quando i Giudei gli inviarono da Gerusalemme sacerdoti e levìti a interrogarlo: «Tu, chi sei?». Egli confessò e non negò. Confessò: «Io non sono il Cristo» (…).

Venne Giovanni mandato da Dio, venne come testimone, per rendere testimonianza alla luce. A una cosa sola: alla luce, all’amica luce che per ore e ore accarezza le cose, e non si stanca. Non quella infinita, lontana luce che abita nei cieli dei cieli, ma quella ordinaria, luce di terra, che illumina ogni uomo e ogni storia. Giovanni è il “martire” della luce, testimone che l’avvicinarsi di Dio trasfigura, è come una manciata di luce gettata in faccia al mondo, non per abbagliare, ma per risvegliare le forme, i colori e la bellezza delle cose, per allargare l’orizzonte. Testimone che la pietra angolare su cui poggia la storia non è il peccato ma la grazia, non il fango ma un raggio di sole, che non cede mai. Ad ogni credente è affidata la stessa profezia del Battista: annunciare non il degrado, lo sfascio, il marcio che ci minaccia, ma occhi che vedono Dio camminare in mezzo a noi, sandali da pellegrino e cuore di luce: in mezzo a voi sta uno che voi non conoscete.

Sacerdoti e leviti sono scesi da Gerusalemme al Giordano, una commissione d’inchiesta istituzionale, venuta non per capire ma per coglierlo in fallo: Tu chi credi di essere? Elia? Il profeta che tutti aspettano? Chi sei? Perché battezzi? Sei domande sempre più incalzanti. Ad esse Giovanni risponde “no”, per tre volte, lo fa con risposte sempre più brevi: anziché replicare “io sono” preferisce dire “io non sono”. Si toglie di dosso immagini gratificanti, prestigiose, che forse sono perfino pronti a riconoscergli. Locuste, miele selvatico, una pelle di cammello, quell’uomo roccioso e selvatico, di poche parole, non vanta nessun merito, è l’esatto contrario di un pallone gonfiato, come capita così di frequente sulle nostre scene. Risponde non per addizione di meriti, titoli, competenze, ma per sottrazione: e ci indica così il cammino verso l’essenziale. Non si è profeti per accumulo, ma per spoliazione.

Io sono voce, parlo parole non mie, che vengono da prima di me, che vanno oltre me. Testimone di un altro sole. La mia identità sta dalle parti di Dio, dalle parti delle mie sorgenti. Se Dio non è, io non sono, vivo di ogni parola che esce dalla sua bocca. La voce rigorosa del profeta ci denuda: Io non sono il mio ruolo o la mia immagine. Non sono ciò che gli altri dicono di me. Ciò che mi fa umano è il divino in me; lo specifico dell’umanità è la divinità. La vita viene da un Altro, scorre nella persona, come acqua nel letto di un ruscello. Io non sono quell’acqua, ma senza di essa io non sono più. «Chi sei tu?». Io cerco l’elemosina di una voce che mi dica chi sono veramente. Un giorno Gesù darà la risposta, e sarà la più bella: Voi siete luce! Luce del mondo.

Ermes Ronchi
Avvenire

Anche la liturgia di questa domenica ci parla del Battista, ma secondo l’evangelista Giovanni. Quindi è altra cosa che nei sinottici. È lo stesso per essere il precursore del Cristo. È altra cosa, perché il Battista giovanneo non ha nulla dell’inquietante personaggio tratteggiato con forza nei tre vangeli precedenti. Qui è innanzi tutto il testimone della Luce. Come sempre, approdare al quarto evangelo è approdare ad un’altra dimensione. Non vi troviamo ascetismi del Battista, non ventilabri in mano al messia, non peccati da confessare da parte delle folle. In questo brano liturgico si accostano due stralci del primo capitolo del vangelo di Giovanni.

Il primo, in prosa ritmica, appartiene al Prologo. Là dove il Prologo narra la vicenda del Logos, Parola creatrice, gravida di Vita che si diffonde come luce nella tenebra, vengono solennemente inseriti l’apparire del Battista, un uomo mandato da Dio …a testimonianza (espressione tre volte ripetuta), e la sua missione: perché tutti credessero per mezzo di lui (vv.6-7). Ma poi l’autore precisa decisamente: Non era lui la luce. L’uomo Giovanni precede appena Gesù: Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo (v. 9). La seconda parte, propriamente l’inizio del quarto Vangelo considerato il più spirituale e teologico, colpisce per il tono decisamente processuale e per la forza polemica dello scontro che, già dall’esordio, vede opposti l’istituzione che governa il Tempio e l’uomo inviato per testimoniare l’avvento del cambiamento (vv.19-28).

In tempi di religione inaridita e compromessa con l’invasore, movimenti messianici esasperati e attese escatologiche avevano riversato nel deserto, terra di contestazione e libertà, intere comunità del dissenso (Esseni, Qumran) o ribelli avventurieri. Anche Giovanni, espressione di un movimento battista apocalittico e messianico, è sospetto. Ha contestato il modello templare, rinunziando a tutto, a partire dal prestigio sacerdotale paterno. Si è ritirato nel deserto, vigilante come la civetta. E lì sembra incarnare le figure profetiche dell’attesa apocalittica, ora diffusa in Giudea: il Messia, Elia, il Profeta. Il suo abitare il deserto è quello d’Israele nell’Esodo dall’Egitto, il suo richiamarvi il popolo è la strategia d’amore di Osea (Os 2,16-17), il suo Raddrizzate la via del Signore (Is 40,3) è l’esultanza dell’esodo da Babilonia, lungo la via del Signore. In lui l’antico Israele è invitato a “passare il guado” e con lui è invitato ad entrare nel tempo nuovo che l’avvento di Gesù, Luce di Vita, inaugura.

Così da Gerusalemme, centro dell’istituzione, preoccupate del vasto consenso intorno a lui, le autorità inviano una commissione d’inchiesta sacerdotale, accompagnata da Leviti, con compiti di polizia. È un racconto aspro, di stampo processuale (interrogare, confessare, negare), una richiesta di testimonianza giudiziaria che vede l’inviato da Dio inquisito dagli inviati di Gerusalemme. È l’inizio di un’opposizione insanabile che percorrerà tutto il vangelo, improntandolo a un lungo processo, tra il nuovo dirompente, che avanza nella persona dell’Inviato dal Padre, e il vecchio fossilizzato che, attaccato alla sopravvivenza del suo potere, quello del principe di questo mondo, utilizzerà la sua legge per rifiutare il rabbi Nazareno e condannarlo a morte.

In questa prospettiva, la valenza della testimonianza, greco martyrìa, in origine elemento giudiziale, legato all’attestazione di una realtà, nel largo uso che ne fa questo vangelo, oltre a impegnare esistenzialmente la persona del testimone anche a rischio della vita, si trasfigura in fondo in un atto di rivelazione. Rivelazione di una realtà a lui comunicata, o prima percepita e poi contemplata. A partire da quel io contemplo, che è più il vedere della fede che della visione. È solo dall’esperienza della contemplazione infatti che la testimonianza sgorga. E’ quanto spiega, a breve, Giovanni Battista, dopo il battesimo di Gesù: “ 34E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio”.

Ci ripete A. Louf: “L’esperienza interiore della fede, essenzialmente contagiosa e sempre sospinta da un imperioso bisogno di espandersi, traboccherà necessariamente in un’attività di testimonianza che finirà per toccare i fratelli e il mondo. Ma anche questa ha bisogno a sua volta, per restare vera, di rimanere in contatto con l’esperienza stessa. È convincente solo nella misura in cui scaturisce da essa, quasi per straripamento, accordata in sovrappiù senza che la si sia cercata direttamente. Non è testimone chi lo vorrebbe, ma solamente chi conosce per esperienza ciò di cui parla”.

“Tu chi sei?” è intanto la domanda. “Non sono il Cristo” è la risposta. Questo non-essere è il secondo tratto originale del Battista giovanneo. Come ha scarnificato il suo corpo, scarnifica ora le sue risposte, sino a “Che cosa dici di te stesso?” E la risposta sarà un versetto di Isaia: “io, voce di colui che grida nel deserto”. Qui il Battista arriva a scarnificare anche il proprio autocomprendersi, sino a ridursi alla sola eco di una parola profetica che attua nella vita. Rivolto, nella tensione del cuore, a colui che viene dopo di me, quell’uomo che, Parola eterna e preesistente incarnata, è passato avanti a me, perché era prima di me (v. 15). La testimonianza si rende decentrandosi e dimenticandosi al cospetto di Gesù.

Così il Battista testimonia che le Promesse, l’Alleanza, l’avvento di un Qualcuno si stanno silentemente realizzando davanti gli occhi dei suoi inconsapevoli contemporanei. E questi occhi egli deve aprire alla Luce vera che viene nel mondo «Io sono la luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita», mettendo in continuità vitale le scritture ebraiche con la realtà di Gesù di Nazareth. Giovanni il Battista è investito, dalla prima riflessione cristiana, del serissimo compito di traghettare il popolo di Israele dalla prima alleanza alla nuova e definitiva.

Perché dunque battezzi? (v 25). È palpabile la preoccupazione. Il Battesimo infatti era anche segno di affiliazione. “Vi preoccupate di me? Del mio battesimo? Il nuovo deve ancora venire, anzi è già qui, uno che voi non conoscete, (né conoscerete: 8,19). Il mio battesimo prefigura quello dirompente che porterà Lui”. Ma la risposta vera la darà al v.31. “Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare nell’acqua, perché egli fosse manifestato a Israele». Così il suo battesimo ha il valore evocatorio di una rottura con lo stato di tenebra, di una tensione al cambiamento, orientato a Colui che viene, perché tutti credessero per mezzo di lui (v 7), e, come alla fine l’evangelista concluderà, in una inclusione lunga quanto l’intero vangelo, “perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome” (Gv 20,31).

Raffaela
Comunità Kairòs


PREPARIAMO LA VIA DEL SIGNORE !

II domenica di Avvento

  • 6 Dicembre 2020

Anno B

MARCO 1, 1-8: Inizio del vangelo di Gesù, Cristo, Figlio di Dio. Come sta scritto nel profeta Isaia: «Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero: egli preparerà la tua via. Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri», vi fu Giovanni, che battezzava nel deserto e proclamava un battesimo di conversione per il perdono dei peccati. Accorrevano a lui tutta la regione della Giudea e tutti gli abitanti di Gerusalemme. E si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano (…).

Due voci, a distanza di secoli, gridano le stesse parole, nell’arsura dello stesso deserto di Giuda. La voce gioiosa di Isaia: «Ecco, il tuo Dio viene! Ditelo al cuore di ogni creatura». La voce drammatica di Giovanni, il Giovanni delle acque e del sole rovente, mangiatore di insetti e di miele, ripete: «Ecco, viene uno, dopo di me, è il più forte e ci immergerà nel turbine santo di Dio!» (Mc 1,7). Isaia, voce del cuore, dice: «Viene con potenza», e subito spiega: tiene sul petto gli agnelli più piccoli e conduce pian piano le pecore madri. Potenza possibile a ogni uomo e a ogni donna, che è la potenza della tenerezza. I due profeti usano lo stesso verbo, sempre al presente: «Dio viene». Semplice, diretto, sicuro: viene. Come un seme che diventa albero, come la linea mattinale della luce, che sembra minoritaria ma è vincente, piccola breccia che ingoia la notte.

Due frasi molto intense aprono e chiudono questo vangelo. La prima: Inizio del vangelo di Gesù Cristo, della sua buona notizia. Ciò che fa ricominciare a vivere, a progettare, a stringere legami, ciò che fa ripartire la vita è sempre una buona notizia, una fessura di speranza. Inizio del vangelo che è Gesù Cristo. La bella notizia è una persona, il Vangelo è Gesù, un Dio che fiorisce sotto il nostro sole, venuto per far fiorire l’umano. E i suoi occhi che guariscono quando accarezzano, e la sua voce che atterra i demoni tanto è forte, e che incanta i bambini tanto è dolce, e che perdona. E che disegna un altro mondo possibile. Un altro cuore possibile. Dio si propone come il Dio degli inizi: da là dove tutto sembra fermarsi, ripartire; quando il vento della vita «gira e rigira e torna sui suoi giri e nulla sembra nuovo sotto il sole» (Qo 1,3-9), è possibile aprire futuro, generare cose nuove.

Da che cosa ricominciare a vivere, a progettare, a traversare deserti? Non da pessimismo, né da amare constatazioni, neppure dalla realtà esistente e dal suo preteso primato, che non contengono la sapienza del Vangelo, ma da una «buona notizia». In principio a tutto c’è una cosa buona, io lo credo. A fondamento della vita intera c’è una cosa buona, io lo credo. Perché la Bibbia comincia così: e vide ciò che aveva fatto ed ecco, era cosa buona. Viene dopo di me uno più forte di me. La sua forza? Gesù è il forte perché ha il coraggio di amare fino all’estremo; di non trattenere niente e di dare tutto. Di innalzare speranze così forti che neppure la morte di croce ha potuto far appassire, anzi ha rafforzato. È il più forte perché è l’unico che parla al cuore, anzi, parla «sul cuore», vicino e caldo come il respiro, tenero e forte come un innamorato, bello come il sogno più bello.

Letture: Isaia 40,1-5.9-11; Salmo 84; II Lettera di san Pietro 3,8-14; Marco 1,1-8

Ermes Ronchi
Avvenire

Se la notte, la notte del ritorno del padrone di casa, era l’ambiente in cui ci situava la prima domenica di Avvento, il deserto è il luogo in cui ci conduce la seconda. Se l’annuncio del Signore veniente nella gloria era al cuore della prima domenica, l’annuncio di Colui che viene nell’oggi storico è al centro della seconda. Se la vigilanza era l’attitudine richiesta nella prima domenica, la preparazione è quanto richiesto nella seconda. “Preparate la via del Signore”, dice Giovanni citando la Scrittura. Ma questo imperativo “preparate”, diviene di fatto riflessivo: “preparatevi”. Non si tratta di preparare qualcosa di esterno, ma di preparare se stessi. Preparare la via del Signore significa preparare se stessi davanti al Signore che viene, significa non “fare qualcosa”, ma fare qualcosa di se stessi. Nel testo evangelico odierno (Mc 1,1-8) la preparazione è ciò che Giovanni predica, ma soprattutto vive e incarna. Giovanni non è semplicemente colui che chiede la preparazione della via del Signore, ma colui che la prepara nella sua vita. Egli è la via preparata al Signore.

Questa preparazione noi siamo soliti chiamarla “conversione”. Conversione designa un ritorno, una svolta, un’inversione di cammino, un cambiamento di direzione nello spazio. Metánoia, invece, termine usato al v. 4 di Mc 1, indica una trasformazione interiore che avviene nel tempo, una scelta che inaugura un modo nuovo di pensare, giudicare, volere e agire che deve durare nel tempo. Il nous di cui si cerca il cambiamento (insito nella parola metánoia) indica quella realtà pensante che noi chiamiamo spirito e che in ciascuno è al principio della coscienza, della vita interiore, del sé, della vita tanto affettiva quanto intellettuale e volontaria.

Il primo versetto (Mc 1,1) è il titolo del vangelo e ne annuncia il centro: Gesù è il Cristo e il Figlio di Dio. Il vangelo ha un inizio: “Inizio del vangelo di Gesù, Cristo, Figlio di Dio”. E l’inizio è anzitutto nella Scrittura, nella profezia di Isaia che trova realizzazione nella persona di Giovanni. “Inizio del vangelo … come sta scritto nel profeta Isaia”: viene affermato il legame di unità della storia di salvezza tra il profeta Isaia, Giovanni il battezzatore e Gesù, tra la pagina biblica e la carne di Giovanni, carne che dà voce alla parola biblica, tanto che Giovanni è colui che nel deserto grida di preparare la via del Signore, come invitava a fare il testo profetico molti secoli prima. Il vangelo inizia sì con l’annuncio profetico, inizia con il Primo Testamento, ma inizia particolarmente con un uomo che, obbedendo alle Scritture, precede il Signore.

L’inizio del vangelo è anche il racconto di un uomo che si sente interpellato personalmente dalla parola di Dio e vi risponde esistenzialmente. Nessun racconto di vocazione precede l’ingresso in scena di Giovanni: la Scrittura basta a investirlo di una missione divina. Nessuna data, nessun riferimento storico all’epoca in cui avvengono i fatti come spesso avviene nei racconti di vocazione dei profeti. Giovanni è lui stesso l’evento suscitato dalla parola della Scrittura. “Avvenne Giovanni” (dice letteralmente il v. 4). Insomma, l’inizio del vangelo è un uomo che ascolta le Scritture, le obbedisce e cambia vita. Il Vangelo inizia quando un essere umano mostra la capacità di far iniziare qualcosa nella sua vita in obbedienza alla parola di Dio, quando una persona si mostra così libera da far regnare la Parola nelle condizioni reali della sua vita. Anche quando queste condizioni fossero umilianti o penose. Certo, si tratta di un inizio che dura una vita, una vita che procede di inizio in inizio, di sempre rinnovato ricominciamento. È un inizio che si distende su una durata.

La parola biblica citata all’inizio, combinazione di Mal 3,1 e Es 23,20, afferma un’esperienza di precedenza. “Ecco, io mando il mio messaggero davanti a te” (Mc 1,2). Colui che preparerà la via è colui che cammina davanti, che apre dunque la strada. Il testo dice “davanti al tuo volto”, davanti ai tuoi occhi. La vita cristiana è iniziatica, e l’iniziazione è data non da una struttura esoterica, autoreferenziale, ma da un’esperienza di cammino che alcuni fanno prima e davanti ad altri. Anche Gesù impara il suo cammino, la strada che lui stesso percorrerà grazie a un altro che cammina davanti a lui, il Precursore, com’è chiamato Giovanni nella tradizione. Colui che viene dopo e dietro può guardare e ascoltare colui che viene prima e sta davanti a lui, e imparare da lui. Infatti, il precursore non è solo colui che cammina davanti, ma anche colui che grida nel deserto, colui che parla e annuncia e che dunque deve essere ascoltato, così come può essere guardato e visto da chi lo segue. La tradizione è anzitutto questa comunione visibile di vite.

Giovanni illumina il cammino che chi lo segue (e Gesù viene “dietro” di lui: Mc 1,7) deve compiere. È la vita di una persona che inizia altri alla vita. Ma l’esperienza di precedenza che Giovanni vive nei confronti di Gesù è importante perché insegna a vivere il precedere non come superiorità o privilegio, ma come servizio. Giovanni insegna a vivere i ruoli diversi non nella via della concorrenza, ma del servizio.

Il vangelo sottolinea che il deserto può essere luogo di rinascita, di inizio. Nel deserto, normalmente luogo di morte, nasce il futuro. Il deserto, nel momento stesso in cui qualcuno decide di abitarlo, cambia segno e diviene dimora. Anzi, diviene dimora accogliente per folle numerose. Molti accorrono al deserto divenuto dimora: “usciva verso di lui tutta la regione di Giudea e tutti gli abitanti di Gerusalemme” (Mc 1,5). Vivendo nel deserto, Giovanni fa vivere il deserto stesso. Lo rende luogo di vita. Parlando e gridando nel deserto rende il deserto cassa di risonanza che echeggia nelle città e libera una parola che viene udita da tanti. Parlando nel deserto Giovanni dà voce anche al deserto, lo rende parlante.

Nel deserto la parola può acuirsi fino a divenire profetica, lontana com’è dal chiasso della città e dal multiloquio del potere. E se Giovanni prepara la strada a colui che è la Parola fatta carne, lo fa con un esercizio della parola che sa dire l’essenziale, e sa dire l’essenziale perché Giovanni stesso vive l’essenziale, sa chiedere con forza e con autorità ciò che è vitale e lo sa fare con autorità e forza perché lui stesso è autorevole in quanto vive ciò che chiede agli altri sicché gli altri, mentre lo ascoltano, anche lo vedono. Giovanni vive ciò che dice e ciò che chiede. Nel deserto fa risuonare una parola forte, penetrante, lucida. Giovanni è un asceta della parola.

Inoltre Giovanni nel deserto racconta che è possibile una vita alternativa, una vita altra, una vita centrata sull’essenziale, finalmente liberata dall’inessenziale. Una vita che sa cogliere il centro della vita. Sobrietà del cibo e povertà del vestito (Mc 1,6) sono parte di questa essenzialità, che è anche e soprattutto valorizzazione di ciò che è prettamente umano. L’ascesi di Giovanni non è ricerca esagerata del digiuno o di altre pratiche ascetiche fini a se stesse, ma scelta costante dell’essenziale. Giovanni prepara poi il ministero di colui che viene dopo e dietro di lui dichiarando di essere indegno perfino di compiere il gesto del servo nei confronti del padrone (“non sono degno di chinarmi per sciogliere i legacci dei suoi sandali”: Mc 1,7) e parlando del battesimo attuato da colui che viene come battesimo nello Spirito santo, non nell’acqua, come il suo (Mc 1,8). Giovanni è uomo umile. In lui è avvenuta l’opera di spianamento della via e di abbassamento delle colline dell’orgoglio (cf. Is 40,3-4) sicché ora attraverso di lui e grazie a lui l’orizzonte si è fatto aperto ed è visibile la gloria del Signore (Is 40,5). Egli ha reso visibile la gloria del Signore che è Gesù il Messia.

Ma tutto avviene nel deserto. Nel luogo della solitudine. Nel luogo in cui è vano e folle gridare, è insensato e fuori luogo annunciare e predicare. Giovanni, nella sua follia, ci ricorda che l’essenziale della vita umana e cristiana è la passione che muove il nostro incedere, il fuoco che accende il nostro desiderio, e che rende naturale ciò che agli occhi del mondo è pura follia. Il deserto della solitudine consente di vedersi come in uno specchio, di vedere la propria realtà, i fantasmi del proprio cuore, i demoni del proprio intimo, le rovine della propria vita. Immagini tutte – queste delle rovine, delle bestie feroci, dei demoni – che affollano le descrizioni bibliche del deserto. E quando questa visione degli abissi del cuore viene domata dall’ascolto della parola di Dio che porta ordine e armonia anche nel caos del deserto, ecco che il cuore umano entra nella libertà, nella lucidità, nella luminosità.

L’effetto della solitudine è poter ascoltare Dio che parla al cuore. Giovanni ci insegna anche ad abitare e a non a fuggire la solitudine, a farne una scelta, un atto, non una realtà subita. Questa solitudine è uno stato dello spirito, un elemento della vita spirituale, un elemento fondamentale per il cammino di pacificazione, integrazione e unificazione interiore della persona. Osare se stessi, osare il proprio desiderio, è anche osare la propria solitudine. Come Giovanni, che ha conosciuto anche la solitudine di colui che è troppo libero per poter essere tollerato. E ha preceduto Gesù anche nella morte violenta. Egli è stato reso via del Signore, cammino di Gesù nella vita come nella morte.

Luciano Manicardi
Monastero di Bose